Il linguaggio canoro degli dei. Giusto Sucato e la scrittura asemica
by Piero Montana

 

Opera di Giusto Sucato

 

Giusto Sucato artista autodidatta di Misilmeri, scomparso già dall’agosto del 2016, occupa certamente un posto importante nel panorama artistico siciliano per essere stato il poeta, il cantore nostalgico di una civiltà contadina in via di scomparsa per il sempre più invasivo e desertificante processo di industrializzazione a cui via via abbiamo assistito nel nostro paese.
Ancorato dunque alle umili radici di un mondo contadino giunto quasi alla fine, al tramonto Sucato si preoccupa nelle sue opere di preservarne poeticamente il ricordo grazie ad una sua personalissima arte del riciclo che gli permette di inserire in essa elementi che di quel mondo facevano parte.
Così per la “costruzione” di un’opera d’arte Sucato semplicemente non ha da guardare altro da quel che è sopravvissuto ad un mutamento operato da un processo antropologico innescato dalla civiltà industriale, che già negli anni 1970 aveva finito per cambiare il nostro habitat.
Muri, porte, pavimenti, pareti di casa, soffitti e a volte attrezzi propri di un mondo agricolo diventano oggetti di prelievo non difficilmente reperibile in quegli anni in piccoli paesi dell’entroterra (?) come Misilmeri e Godrano meno esposti all’invasiva espansione e penetrazione proprio di un omologante “civilizzazione” industriale.
Tuttavia l’arte di Sucato, pur non comprensibile al di fuori di quanto abbiamo detto, sfugge alla mera ricerca antropologica, restando contrassegnata essenzialmente dalla nostalgia di un tempo e di un mondo di cui si erano ormai perse le radici. Un mondo che non si volesse più sdradicato ma che fosse intensamente espressione di un attaccamento proprio alla terra d’appartenenza.
Per questa genuinità d’espressione la sua arte diviene poesia nel senso vero di questa parola derivante dal dal greco. ποίησις, da ποιέω, ossia «fare, produrre» manualmente come da artigiano dal didentro del nostro microcosmo, al quale siamo legati con una sorta di cordone ombelicale e dal quale traiamo ossigeno e nutrimento per ogni realizzazione di un’opera sostanziosa e autenticamente vera.
Da ciò si può meglio comprendere l’interiorità e, ci sia consentito dire, la sottile spiritualità di questa opera che in Sucato si è nutrita dell’energia, della linfa vitale assorbita in maniera vivificante dalla terra contadina, in lui sempre presente nonostante il cambiamento dei tempi operato dallo sdradicamento.
E’ su questa spiritualità che dovremmo meglio porre la nostra attenzione. Una spiritualità irriducibile ad ogni mero processo antropologico di mutamento omologante.
Perché solo a partire da essa riusciremo a capire la svolta artistica di Sucato indirizzata alla realizzazione di opere asemiche.
La pratica di una scrittura asemica è una pratica di elevazione. Pur non essendo scrittura sacra, rivelata, pur non essendo dunque la Scrittura essa è assimilabile al Verbo, allo Spirito almeno nel senso che la scrittura asemica non è asservita al mondo e alla necessita e bisogni di questo. Essa dunque è trascendente ma diciamo di più asserendo che essa è spesso una scrittura mistica perché fa a meno, si libera dai desideri e bisogni materiali delle cose rifiutando irriducibilmente una trasmutazione risolvibile solo nella reificazione. La scrittura asemica nel suo dispiegarsi realizza un vuoto di significati e contenuti e per questo diviene desiderio puro, assoluto di completa astrazione da ogni desiderio di attaccamento al mondo e ai suoi oggetti rappresentati dall’ intrinseco rapporto tra significanti e significati, dalla loro esclusiva, totalizzante realtà tecnicamente manipolabile garantita dalla presenza del dato che ne esclude l’assenza, l’Assente, l’irriducibile Altro.
La scrittura asemica nel suo prodursi fa vuoto di significati reificanti perché ripiega da una loro dimensione alienante asservita solo alla logica mercantile del senso finalizzata allo sfruttamento utilitaristico.
Questo ripiegamento sta alla base di una fenomenologia dello Spirito, che non si lascia abbassare dalla pesantezza della materia e dei beni prettamente mondani.
Liberandosi dalla zavorra dei significati la scrittura asemica si eleva dal mondo, dalle cose mondane da loro significati, rappresentati non per ricadere nello psichico, nell’inconscio di desideri ed istinti torbidi e per questo di conseguenza in esso rimossi, ma per farsi “luogo” di quella Grazia che può discendere in un vuoto che solo ad essa è consentito “abitare”.
Questa Grazia è propriamente lo Spirito che vivifica l’arte e l’artista. Uno Spirito non servile ma libero che non si propone altro fine se non quello dell’Illuminazione. In essa e grazie ad essa l’uomo può rendersi Signore, Padrone non attingendo altro che da Se stesso.
Da un se stesso che è Spirito, Logos ossia Verbo da intendere in senso trascendente, fuori da ogni senso, contenuto, parola. Non dunque come una lingua plurale o una confusione delle lingue ma come la sola lingua vivificante capace di resuscitare un linguaggio inerte, già defunto nel suo di(spiegarsi), nato morto nel suo asservimento alla forza cieca, brutale dell’imperio dei sensi e del senso strumentalmente, semanticamente elaborato da essi.
Allo Spirito non possiamo non anelare perché non possiamo non vivere pienamente se non nella sua dimensione liberatrice, di cui troviamo espressione nell’arte.
Ma attenzione a non cadere nella sua ricerca nello psichico, nell’inconscio. Purtroppo molti artisti anche tra quelli che praticano la scrittura asemica sono vittime di assai dubbie scritture automatiche, compulsive in preda ad un inconscio che detta loro come in una trance un inesauribile tracciato di segni pur senza significati in cui prevale una istintività maniacale. Una istintività essenzialmente non differente all’istintività del desiderio e della sua attività di appropriazione di cose e corpi materiali.
Una scrittura che si affida all’istintività per quanto possa apparire insensata ossia libera dalla necessità e tirannia dei significati non è che sottomessa ad un altro padrone molto più tirannico e temibile perché lo si riconosce quando ormai è troppo tardi: il diavolo.
Per tornare a Sucato dobbiamo qui dire anzitutto che l’artista autodidatta di Misilmeri ha prodotto straordinarie opere asemiche pregne di una spiritualità che è manifestazione del sentimento del sacro e questo in barba a quanto di queste sue opere a riguardo delle quali si è parlato di un’atea antropologia culturale.
Anche quando le opere asemiche del nostro artista sembrano imitazione di pseudo lingue e in particolare della lingua araba queste sue falsificazioni sono più degne di attenzione perché il falsario in questo caso l’artista è l’autore non di un plagio tra l’altro inesistente perché è difficile immaginae Sucato autodidatta e insieme conoscitore dell’arabo, sia pure nella maniera più superficiale, ma di una lingua,proprio come l’arabo, di difficile comprensione.
E’ questa, a nostro parere, l’invenzione più rimarchevole di Sucato consistente nel volere associare in qualche modo la sua scrittura asemica all’arabo per via della difficile comprensibilità di questa lingua.
La scrittura asemica per il nostro artista è infatti come un parlare arabo. Volgarmente noi diciamo quando non si ci capisce: che parlo arabo!
In questo parlare l’arabo Sucato sottrae per noi la comprensibilità delle sue opere asemiche. Sottrarre la comprensibilità è comprensibile assegnando ad essa un fine trascendente al di là della strumentalità non dichiarata di una logica del senso al servizio mercantile dell’utile.
La scrittura asemica si rivela pertanto come una scrittura rivelata, un tratto di unione con il trascendente, una conoscenza vera non più ombra di simulacri, ma luce intensa, abbagliante che in noi oscura i sensi e il senso, le apparenze ingannevoli che si proiettano nel fondo della nostra platonica caverna.
La scrittura asemica può dunque costituirsi anche come rivelazione di un Cristo inchiodato alla croce.
I chiodi della croce e da essa espunti formano in maniera ritorta i caratteri di un Logos che pur essendosi fatto carne, nell’assoluta privazione del martirio rivela il suo profondo mistero che neppure la religione che si rifà al Cristo ha saputo custodire preservandolo da ipotetici significati teologici.
Nelle opere in cui Sucato costruisce con vecchi chiodi, a volte arrugginiti dall’usura del tempo, i caratteri di un linguaggio indecifrabile noi intravediamo tale mistero, il mistero di un Logos che pur essendosi fatto carne rimane trascendente.
Certo la nostra è solo una lettura di queste opere, altre letture più o meno pertinenti potrebbero essere aggiunte alla nostra.
Noi proponiamo volutamente una interpretazione religiosa (da religio- religare= legare) che lega per l’appunto questo linguaggio indecifrabile di Sucato a una dimensione trascendente dello Spirito.
Per rendere più chiara, convincente questa nostra interpretazione, analizzeremo qui, sia pure brevemente, un’opera asemica molto bella del nostro artista di Misilmeri.
L’opera, di cui in questo nostro articolo forniamo un’immagine, è costituita da quattro pagine di partiture musicali sulle quali è sovrapposta una scrittura asemica. Al centro dell’opera è installato un uovo.
Come già diverse volte a proposito della scrittura asemica abbiamo scritto questa è connotata dall’assenza di significati. Sgravandosi di essi è come se questa scrittura si liberasse da una zavorra, quella che più la appesantisce, una zavorra costituita da significati che la fanno gravitare verso il basso, verso la materializzazione semantica che identifica le parole alle cose. Già Magritte in un suo celebre quadro aveva messo in guardia da questa reificante identificazione. Rappresentando figurativamente nella sua opera una pipa sotto di essa aveva però scritto in francese “Questo non è una pipa”, volendo con ciò rompere un incantesimo quello di una identificazione di una immagine, di un significante con un significato.
In questa scissione a nostro modo di vedere si deve ricercare l’origine della scrittura asemica, di una scrittura cioè che nella scissione dei significanti dai significati finisce e questa è la novità per rimuovere quest’ultimi. Questa rimozione non a caso avviene in campo artistico proprio nel nostro tempo, un tempo in cui a dominare è la tecnologia, la massima strumentazione pratica, come ha ben visto Heidegge, della ratio fondata sull’utilizzo degli strumenti più avanzati applicati alla semantica degli oggetti, delle cose e per sino degli esseri umani.
Un rifiuto della semantica implica un rifiuto dell’utilizzo pratico, tecnico degli oggetti. Esso pertanto dialetticamente può affermarsi più che mai oggi in quanto rifiuto del solo benessere delle cose, che il mondo materialista, scientifico e tecnologico ci prospetta. Una prospettiva spiritualmente assai carente, che nell’arte soprattutto trova la sua falla.
Per tornare all’opera di Sucato da noi presa in considerazione dobbiamo notare che in essa la scrittura asemica assolve ad una funzione liberatrice nel suo svincolarsi dal peso materiale dei significati. Diventando più leggera tale scrittura levita dal piano normale di una sua possibile utilizzazione semantica, per questo motivo il nostro artista la inscrive su delle pagine di musica, finendo per diventare essa stessa musica. Una musica però di una qualità e di grado infinitamente superiore e per noi atona, inesprimibile proprio come la musica, l’armonia delle sfere celesti.
Al centro delle partiture musicali che costituiscono l’opera Sucato installa un uovo, che se pur piccolo, come l’evangelico grano di senape, racchiude in esso il mistero del Regno dei cieli, ossia dell’intero universo.
La scrittura asemica può intendersi dunque come un nuovo linguaggio musicale capace di parlare all’anima nella sua parte più elevata, lo Spirito, e non alla parte più bassa costituita dalla ragione pratica.
L’arte migliore di Sucato rifugge da quest’ultima per elevarsi sul piano della poesia e quando vi riesce non esageriamo a definirla sublime.
Questo nostro articolo può considerarsi anche come una recensione della bella mostra, a cura di Nicolò D’Alessandro, “Giusto Sucato-antologia di opere dal 1980 al 2016”, tenutasi a Palazzo Sant’Elia da dicembre 2019 fino al mese scorso.

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