Francesco Saverio Dòdaro (Bari 01/08/1930 – Lecce 09/02/2018)

A Francesco Saverio Dòdaro, poeta, scrittore, poeta visivo, teorico dell’arte e della letteratura è idealmente dedicata la rivista Utsanga.it. Sognatore, sempre al lavoro per gli altri; un impareggiabile maestro che ha rivolto la sua ricerca al rinnovamento dell’umano e delle poetiche. Illuminante e socratico, contro ogni dogmatismo, capace di insegnare coi silenzi, di far maturare e far venire fuori senza imporre nulla. Una figura volutamente appartata – per rifiuto di ogni ribalta – che ha donato se stesso agli altri, anteponendo poesia e crescita dei giovani a ogni tornaconto personale. Colpevole soltanto di purezza.

A Saverio, alla vasta umanità della sua ricerca, al suo rigore.
Colpevole soltanto di purezza.

Francesco Saverio Dòdaro, Movimento di arte genetica, Libreria Adriatica, Lecce, 1978.

Profilo | Una inesaurita ricerca. L’opera di Dòdaro fra parola e new media*
Francesco Aprile

in “Poesia qualepoesia”, 4 novembre 2016 http://www.puglialibre.it/2016/11/poesia-qualepoesia08-una-inesaurita-ricerca-lopera-di-dodaro-fra-parola-e-new-media/

 

Francesco Saverio Dòdaro (Bari 01/08/1930 – Lecce 09/02/2018), è stato poeta, poeta verbo-visivo, teorico dell’arte e della letteratura, narratore, operatore culturale, studioso del libro e delle sue forme. Dagli anni ’50, la sua ricerca ha contribuito a rinnovare in maniera importante il ventaglio delle proposte poetiche germinate dal secondo ‘900. Dalle prime combustioni pittoriche realizzate nel 1954, come Burri, all’avvincente e profonda teoria sulla genesi del linguaggio negli anni ‘70, al riutilizzo estremizzato di alcuni motivi del modernismo all’adozione del postmoderno attraverso la riduzione dell’opera al medium, quindi al message nel suo lato significante, al grado informazionale del mondo, degli oggetti, delle poetiche, alla inesaurita ricerca sul rinnovamento del libro, la ricerca di sempre nuove formule ha animato l’attività più che cinquantennale di questo autore. Ne viene fuori il profilo articolato di un autore impegnato nell’investimento creativo dei linguaggi in una prassi di rinnovamento del mondo, oltre che dell’opera, uno sconfinamento dei generi che ha saputo dialogare con le linee portanti della ricerca internazionale, costruendo trame di intervento attivo sul mondo, investigando il libro e la parola poetica nell’ottica eterodossa del travalicamento dei confini fra i linguaggi più disparati.
Da giovane, a Bari, pratica teatro e pittura, quest’ultima abbandonata dopo una manciata d’anni, stringe un ottimo legame con il poeta armeno Hrand Nazariantz che lo introduce agli incontri del Sottano, dove lega con Vittorio Bodini, Aldo Calò e Rocco Scotellaro, frequenta la Scaletta di Matera, partecipa alle iniziative di Laterza. È introdotto al sentiero del Meridionalismo attraverso l’attività presso l’ufficio stampa della Fiera del Levante, dove lavora con Vittore Fiore. Prima del definitivo trasferimento a Lecce nel 1953, trascorre alcuni periodi a Bologna, dove frequenta da esterno le lezioni di Morandi all’Accademia di Belle Arti, e poi ancora Milano e Parigi. Dopo ricerche ventennali fonda il movimento di Arte Genetica nel 1976, con sede a Lecce, Genova e Toronto. Due le testate del movimento: Ghen, edita a Lecce, e Ghen Res Extensa Ligu edita a Genova sotto la direzione di Rolando Mignani. L’attività del movimento troverà collocazione anche all’interno della rivista Art Communication del gruppo canadese Centre for Experimental Art and Communication (CEAC, diretto a Toronto da Amerigo Marras). Con tale movimento Dòdaro rintraccia la ritmicità insita nell’opera d’arte, ed in generale in ogni linguaggio umano, nell’archetipo del battito materno ascoltato in età fetale. Annodando la pulsione amniotica dell’opera ai mourning processes ed alla mancanza lacaniana considererà l’arte come linguaggio del lutto, per la separazione del soggetto dal complemento materno. Il linguaggio sarà visto come tentativo di congiunzione per rifondare l’unità duale.
La ricerca verbo-visiva di Saverio Dòdaro verte sulla dicotomia congiunzione-mancanza. L’utilizzo della lettera “e”, di elementi minimi significanti e significati, parlati, mette in evidenza la funzione del linguaggio che nasce come tentativo di congiunzione laddove la pulsione fattasi desiderio assume connotati simbolici. Dall’altro lato i “dis” dòdariani armano gli spartiti delle lontananze in una società figlia dello svalutamento delle relazioni umane. La mancanza lacaniana aleggia come un fantasma lungo tutto il tracciato, fornendo le caratteristiche necessarie al segno verbo-visuale per trovare una linea comune pur nella differente significazione dei tracciati. La consumazione del linguaggio, laddove la parola smette di significare, è logora, affiancata ad una sorta di smagnetizzazione della referenzialità autorale – alla quale è anteposta l’alterità lungo un percorso letterario e di operatività culturale che privilegia l’altro, spesso mettendo in secondo piano il proprio operare – sovverte l’ordine del discorso.
La figura di Francesco Saverio Dòdaro ha rappresentato negli anni un vero e proprio collante e volano per le sperimentazioni poetiche. Oltre che sull’intermedialità dei linguaggi, dunque le ricerche verbo-visuali, la sua opera si articola fra poesia lineare, narrativa, il crollo delle barriere fra poesia, narrativa e teatro, le relazioni fra parola e new media, e tutta una serie di collane editoriali studiate e pensate al fine di rinnovare l’oggetto-libro, attraverso lo studio di nuovi supporti e modalità fruitive. Con queste operazioni, da sempre corali, ha coinvolto negli anni un numero considerevole di autori provenienti da tutto il mondo. Ha ideato e diretto una mole notevole di collane editoriali, fra queste: «Scritture» (Parabita, 1989), «Spagine. Scritture infinite» (Caprarica di Lecce, 1989) scritture di ricerca formato poster, spaginate, «Compact Type. Nuova narrativa» (Caprarica di Lecce, 1990) ovvero romanzi in tre cartelle, «Diapoesitive. Scritture per gli schermi» (Caprarica di Lecce, 1990) scritture di ricerca da proiettare, «Mail Fiction» (Caprarica di Lecce, 1991) romanzi su cartolina, «Wall Word» (Lecce, 1992 ) – tradotta in giapponese ed esposta all’Hokkaido Museum of Literature di Sapporo – romanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, «International Mail Stories» (Lecce, 1993), «Internet Poetry» (Lecce, 1995) prima esperienza italiana di net poetry, «Walkman Fiction. Romanzi da ascoltare» (Lecce, 1996), «E 800 European Literature», in 5 lingue (Lecce, 2000), «Pieghe narrative» (Lecce, 2001), «Pieghe poetiche» (Lecce, 2001), «Pieghe della memoria» (Lecce, 2001), «Foglie nude» (Doria di Cassano Jonio, 2003), «Locandine letterarie» (Lecce, 2005), «Romanzi nudi» (Lecce, 2006-07) in unico esemplare, «Carte letterarie» (Lecce, 2009), «792 Mail Theatre» (Lecce, 2009), «New Page. Narrativa in store», (Lecce, 2009) narrativa breve, poi anche poesia e teatro, in cento parole, collana che guarda alla comunicazione pubblicitaria con i testi applicati su crowner, pannelli cartonati in uso nella comunicazione pubblicitaria, ed sposti in store, nelle vetrine dei negozi.
A partire dalla teoria genetica dei linguaggi, dove l’input primario è dato dal battito materno ascoltato in età fetale, la ripetizione sonora diventa nell’opera di Dòdaro elemento fondamentale, così in poesia visiva e lineare le ripetizioni di segni animano il lavoro dell’autore producendo effetti di sonorità per una lingua logico-ritmica che ha nella melodia, nell’espressione musicale, quella linea di continuità fra le diverse esperienze maturate dall’autore. Il suo lavoro si caratterizza inoltre per la presenza di quegli elementi tipici del modernismo, estremizzati in seno alle neoavanguardie fra anni ’60 e ’70, quali il ricorso ad elementi psicoanalitici, al mito, ad una scrittura chiara e precisa, al plurilinguismo, ma che già presentano, a partire dall’esperienza genetica dell’autore, negli anni ’70, elementi del postmoderno come lo spostamento verso i litorali dell’infosfera, dunque il grado informazionale del mondo, delle cose, degli elementi poetici, il discorso sui media che è riduzione dell’opera al message nel suo lato significante, dunque il mcluhanesimo riscontrato da Germano Celant proprio nelle sperimentazioni di quegli anni.

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