L’ogesto del desiderio
by Gianluca Garrapa

 

È questo l’ogesto del desiderio. Il gesto-oggetto che appartiene al desiderio ma non sa di desiderare. Non il gesto-oggetto che desidera ma il desiderio che ci attira attraverso il gesto-oggetto. Come in questa descrittura cromatica del desiderante che diventerà descrittura acromatica e asemica. Cosa le separa? Solo il tempo. Una il 2006 (ogesto n°1 e ogesto n°1.1) l’altra il 2020 (ogesto n° 2-3). Entrambe però atemporali perché fuori dal significato ma dentro al significante puro del corpo. Il tempo nel frattempo non esige spazio. Che senso lineare avrebbe questo e quello? Non ha un senso lineare la domanda, tantomeno la risposta. Non c’è correlazione, o conseguenza ma forse interconnessione complessa. È tutto così semplice e difficoltoso. Il gesto diventa oggetto che provoca il desiderio attraverso il desiderio che non trova oggetto adatto. Succedeva questo: il reale impossibile a immaginarsi e a simbolizzarsi con parole note e preventive, questo reale quando-accade non è un quando, è fuori dal tempo. Non si sa perché ma le parole della prosa o della poesia non potevano dirsi reale quando-accade e così le due mani hanno deciso di prendere due cornici a giorno, spalmare colore, far aderire le due superfici, ruotare, tenerle strette come in preghiera, e poi staccare le due superficie con gli effetti aleatori relativi e dipendenti dai fattori quantitativi, qualitativi, rotatori, forzivi.

Non mi spiego.

Le due mani sono due persone che si sono amate, oppure odiate, che è l’esatto opposto uguale, si separano oppure non si sono mai unite ma il desiderio di sentirsi unite ha delirato l’unione. Le due mani forse sono l’unica persona che si dissocia. Volere e desiderare non corrispondono. Ma non è questo il punto del quando-accade. Non è quello il punto. Il quando-accade è quando accade il pensiero che si traduce in gesto e non in parola. Non mi spiego: una certa frase non trasforma una linea in lettere ma in un movimento rotatorio di flusso e di taglio-stacco successivo. Non c’è corrispondenza isomorfa tra parola pensata e parola scritta come in questo-accade che stai leggendo, c’è una frase monologa che accade quando stai operando il vortice dei colori sulle superfici-mani. Univoco è biunivoco: il gesto non sa di scolpire la frase monologa e la frase monologo ignora l’esistenza del fuori rotatorio. L’ogesto può accadere-quando e essere un quando-accade se oggetto-desiderio-gesto di ignorano a tricenda, tutti e tre. L’ele-mento, ossia la porzione fisica che mente operando l’ogesto è il corrispettivo del fallo in questa quaterna legge-desiderio-prodotto.

La stessa cosa ma ritornando sul foglio è scrittura inchiostra ma fuori dal chiostro del significante-significato.

E qual è la pratica utilità: la gioia di non essere sopraffatti dal potere.

 

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