Abbiamo disprezzato il pubblico. Antologia minima
by Antonio L. Verri

 

Info: Antonio Verri: la morte dell’oggetto unico

 

La Betissa. storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora – B.P.P., 1987
(riedito nel 2005 da Kurumuny) – (Estratto)

Capitolo Primo

UN UOMO PRONTO A SERVIRE, CON UN BASTONE NELLA DESTRA E CON IL VOLTO ILARE E FELICE

UNO Uno, punto sull’uno!
DUE Nulla lasciano di verde, nulla d’intatto
UNO Due, punto sul due!
DUE Nella bocca maligna innestano una baionetta, e alla luna che si vela offrono il dorso
UNO Tre, forse sul tre!
DUE Sono come in un sonno, non usano mescale o altre droghe, e la loro asma è la loro rabbia
UNO Quattro, forse sul quattro!
DUE Presi uno per uno, pieni come sono di rimorsi e di ansie, si potrebbero abbattere facilmente
UNO Cinque, sei…
DUE Azzannano ogni cosa in ogni terreno, con quella furia che piace alla luna, poi di giorno riposano nei campi a pìgola
UNO Sette, punto sul sette!
DUE Divorano erba nana, erba miseria, erba pigliamosche, persino l’erba pulciaia
UNO Otto, è armonioso l’otto
DUE Divorano cetriuoli, ruta, erba volpina, erba spagna, persino erba cicutaria
UNO Nove, col nove si muore
DUE Divorano tabacco avana, tabacco brasiliano, tabacco virginia, persino l’albero del tasso e dei germani
UNO Dieci, la luna fa le smorfie
DUE lasciano la terra come desolato piantàrio, come enorme desolato piantàrio
UNO Undici, piuttosto spigoloso
DUE Guadagnano i campi a pìgola mentre il buio è il loro tetto
UNO Dodici, è comodo il dodici
DUE Non c’è un pignone in tutta la terra, e nella terra premono squali
UNO Tredici, niente, solo prima dei quattordici
DUE Una grègnia qualsiasi, un covone turgido sotto la luna
UNO Quattordici, punto sul quattordici!
DUE Un vuoto desolante, una barbàrie, le pìnnule delle felci o il viola del lamponeniente di niente
UNO Quindici, niente è compromesso
DUE La luna ancora racchiude le nubi, e la terra è in mormorazione
UNO Sedici, squallido
DUE E’ una farsa poco fine, un abbozzo per soli squali
UNO Diciassette, brucia le occasioni
DUE Correte nei campi in queste notti, non temete la luce della luna mentre vi martòria la pelle
UNO Diciotto, una seccatura sublime
DUE Stringete nei pugni la terra sgrossata. Pensate, ogni notte perde la sua tenacia!
UNO Diciannove, scoppiano le rose
DUE Farinosa, un prana non si leva da tutta la terra
UNO Venti, un pasticcio focoso
DUE Dal calco dei loro corpi sulla terra si può dire che non sono più grossi di un bòzzolo di farina
UNO Ventuno, il principe va con la sua bella
DUE All’alba nel campo stupefatto qualcuno dice: e pensare che solo cinque ore fa…
UNO Ventidue, è il giorno dei pirati
DUE Implumi già feriscono la terra dopo il primo equinozio
UNO Ventitrè è il giorno del re
DUE E al primo plenilunio, già saldi sulle zampe, gridano e offrono gioventù
UNO Ventiquattro, la regina ci informa del suo stato
DUE La terra è tutta rasa, devastata come un osso, nel fondo della terra squali azzannano serpenti
UNO Venticinque, è giorno senza storia
DUE Non è mortale per loro alzare le carnose palpebre alla luna
UNO Ventisei. Bene, punto sul ventisei!
DUE Ogni notte la terra subisce la baionetta: non va meglio per chi, curvo, scrive in fondo alla bivett del teatro

 

I trofei della città di Guisnes (Estratti) – Il Laboratorio, 1988
riedito nel 2005 da Abramo Editore

1

C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti… com’è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi, cedere alla lusinga…

C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…

So di fonditori avidi e arroganti che nelle loro mani callose sanno spegnere ogni fremito e quelle poche volte che scendono in città l’aria li spara in posti felicissimi. Rane senza prospettiva.

Sanguisughe che si ubriacano alle radici di giglio. So di suonatori neri che sanno così ben soffiare nei loro strumenti il loro candore; la loro faccia a volte gonfia come una patata, a volte strillano, sono così felici: delle birbette, delle fanferine colorate ballano nei loro occhi, oppure sono spurgate dal loro corpo; sfriggono nella sala, i suonatori, saltano, si perdono nel soffitto, c’è come un pizzicore, sono tra i pochi che sanno bruciare la sera. Bella la sera. […]

2

Nel recinto delle rane il guardone adocchia la sua scrittura. Certo non lo diverte il suo testo. Come da altro anche da questo divorato, in esso completamente… Non è stata una bella serata, avevo dei suonatori che i loro guai erano nei loro salmi; allegri e neri saltavano su fino al soffitto. Il narratore, sgomento pel numero dei solchi, perde fiato e corre e monta a caso, in solitaria negligenza. Proprio non vedi la sera in che lento galoppo…?

[…] È così tonda, Guisnes, e matura. Sussulta, gonfia, è così vaga, tenera e sifilitica, sa dei percorsi, sa che non mi riesce bene simulare, sa delle sconnessioni, sa che non mi riesce sapere, sa che non capisco, non capisco, non mi riesce di capire…

Un esercito di marionette, Pico, bus gialli e blu e sigari e segreti, sono sempre più stanco, stanco di riprendere ogni volta, nella mia ampia navata sempre più curvo, più solo. O dio santo, eppure ho sempre sciabolato, bastava a volte aprire le ali controvento, radici di giglio in me, fiori galleggianti in me o emblemi d’acque: perché adesso più sciatto, più ingobbito?

Nel recinto delle rane il guardone adocchia il suo testo. È come se mirasse crescita, è come se, da sempre, il suo racconto fosse serrato nel suo corpo. Guisnes è a sua misura: in nessun altro posto il suo occhio berrebbe e divorerebbe così a suo agio.

Una frenesia, però, più che altro, lo consuma. Bla bla bla.

 

Il naviglio innocente (Estratti) – 1990

Navi, mascheroni

[…] In molte parti devastato, aveva cercato per moltissimi anni, sovrapponendo lastre di vetro inconsuete, frantumandone o rimpicciolendone altre, cercando in tutti i modi di imprigionare sue alchimie in uno specchio smisurato, aveva cercato per tantissimi anni di continuamente aderire, attraversare e finalmente muoversi nell’oggetto del suo desiderio. Un sasso.

…Adesso stava per soffiare una nave. Mi avvicino con molta cautela. Grosse lacrime in gran silenzio. Una maschera. Stavo per… quando quell’uomo, a cui pareva di conoscere così poco, disse: “Non ama compiersi…” E ancora: “E l’opera non corrisponde al tuo disagio?”.

Verso il Declaro?

Cara Berta, a volte basta approntare un canovaccio, avere bene in mente gli elenchi che interessano, e, dopo aver dato un’occhiata al calendario, partire, disperatamente partire senza neanche provare. Un diavolo senza misure, quello che fu titano da fanciullo, farà piovere tanto di quel lessico, di quei prodigi… Basta conoscere i motivi d’apertura e di chiusura, essere stato generato da una forma colossa, basta solo questo per andare all’improvviso o simulare, splendere, divorarsi, girare su se stessi. Entrare in un corpo e ripetersi all’infinito? Bobo si è accorto di quanto fatica il narratore, di quanta euforia, di quanto totalmente si può aderire al corpo di una nave, di quanto lungo e amaro e grave è il suono della sirena, e che l’immensa replica è una nuvola gonfia di mestiere.

Ballyhoo Ballyhoo!

da “Compact Type-Nuova narrativa”, Caprarica di Lecce, Pensionante de’ Saraceni, 1990 – oggi in “Il pane sotto la neve…più altro pane”, Kurumuny ed.

 

Una bella clip “cercle” in brillanti e diamanti, un paio di calze nere con riga dietro, una vera carezza sulla pelle, un pezzo di Berio che ad ogni passaggio ingloba nuove citazioni, degli abiti follia, una tempesta di matite ostinatamente appuntite, una copia degli “Amori gialli”, una gigantografia di Lulù Gould, la bella pantera un bel giorno sparita, questo e poco altro nell’appartamentino metropolitano, nella nuova casa di Violet dal volto luminoso. Una tela rosa, degli occhi luccicanti, delle geometrie che dipingono una parete, delle foto che un tempo hanno preteso una regia, una boccetta di profumo, una mini macchina per scrivere. Violet abita con queste poche cose…

Io taglieggiavo, tastavo il terreno, mi sembrava così pronta a dileguarsi la bellezza, l’oggetto tornare al buio delle sue lunghe ore, un topino ed un elefante, chissà per quanto ancora, io continuavo a proiettare su di una bruna collina le mie mani, il mio corpo, intorno a me un rap monotono, un continuo vocalizzo, la frase che ogni tanto sussultava, io che non riuscivo a trovare ragione, io che inseguivo solo le mie mani… mi è parso all’improvviso così buffo aprire un libro… pensavo, lo penso ancora, di essere un testimone vitale che adesso deve preoccuparsi dei materiali del suo Declaro, che adesso come non mai deve solo compilare, tradurre… È sparita Lulù Gould, gridavo, sapete, quella mulatta con le cosce a pertica, a lei servivano solamente cinquemila ipotetici investitori, sarebbe cresciuta improvvisamente la sua immagine, a lei non sarebbe importato un fico vagare nella frase senza contenuto o porre la sua vita al centro di una trovata pubblicitaria…

Era facile per Stefan contrapporre al bisogno d’attraversare il piacere del solo esporsi, del solo installarsi. È così semplice. È tutto così apparentemente alla portata di tutti. Disperavo il passaggio della rambla, senza mai credito il percorrere di una nave che sembra ripetersi all’infinito… Ballyhoo, ballyhoo… Il ritmo, il gioco per il piacere del gioco: stasera quasi meccanicamente Stefan alza ad altezza d’occhio, dal suo taschino, La Terra. È una vecchia ruota, non di più, anche se lui è come se manovrasse un Audemar Piguet modello sera, tipo elegante, a ripetizione e con calendario… Buffissimi gli oggetti appena fuori dalla loro ombra, incauti, imprendibili, irregolari, mentre danno così caro scacco al narratore che stasera taglia l’aria, non riesce a star fermo, preme tra le labbra così morbidamente dei minutissimi suoni, o secchi colpi di gola, primitivissimi colpi di gola ritmano la sua euforia, il suo disgusto…

Bolla, buglione, balloon, ballyhoo. Voi che ne sapete, Salomè… Una sera un topino ed un elefante si contendevano una capocchia di sapere elettronico. Per quante sere. Io provavo a proiettare su di una collina, su di una bruna collina le mani alzate, e provavo a proiettare le braccia disposte ad un antichissimo volo, e mi provavo in antichissimi abbracci, cercavo la mia ombra sulla collina, quella sera, e per tutta la sera continuavo a proiettare di me le nuove forme. E ogni sera io ero tutti gli oggetti che riuscivo a proiettare, freneticamente per tutta le notte io ero tutti gli oggetti che riuscivo a pensare e a proiettare, un incredibile numero di oggetti che non mi è facile elencare, come anche non mi era stato facile mutare in uno solo di quegli oggetti, sostarci dentro il giusto tempo per proiettarlo sulla bruna collina, e poi di nuovo mutare, e poi assumere altro atteggiamento e altro sangue e altre fibre e altre forme, e andare avanti con quel teatro tutta la notte e chissà per quante notti, con un respiro che è ormai un rantolo, un nervoso risucchio ritmato, un colpo di gola, quasi un singhiozzo del corpo che si dilegua, assume, monda, inorridisce, si esalta, si corrompe, geme, forse gode dell’incredibile regia di questo monotono, serale e continuo proiettare… Herman Foster, pianista nero, in un pub di Maglie che cercava di catturare nell’aria la sua contratta meraviglia; tentava, ripetutamente e con fare maniacale, di balzare verso il cielo, di drizzare la schiena per un volo disperato. Con i suoi bruni e ritmati colpi di gola ogni sera, ripetutamente, tentava di assaltare il cielo. Con i suoi occhi bruciati pareva non voler chiedere al suo corpo nero ragione della sua avventura, della sua euforia, del suo fastidio, né perché questo innocuo e lucido e frenetico proiettare…

 

E per cuore una grossa vocale

da “Diapoesitive. Scritture per gli schermi”, Caprarica di Lecce, Pensionante de’ Saraceni, 1990 – oggi in “Il pane sotto la neve…più altro pane”, Kurumuny ed.

 

Prova di rotazione di un pacchetto testo. Prova di rotazione di un pacchetto testo. Prova. Lulù. Cheap! La stringa.

Ecco, permette di sostituire un insieme di testo con dell’altro testo. Il tavolo è rettangolare. Il tavolo è rettangolare. Vorrei avere la possibilità di creare un poligono sfumato o una intera area clip, o scrivere all’interno di un cerchio, o determinare un filetto obliquo o un’area trasparente con angoli tondi, e al testo dargli una sua ombra inclinata, o semplicemente e lievemente ombreggiarlo, oppure creare aree negative o una rientranza wap, oppure una stupenda sottolineatura kerning, o chissà quanti tipi di variabile, o cosa non riuscirei ad infilare in un box ombreggiato: oppure come attivare un cerchio sfumato, o un retinato, come riuscire ad attivare moltissime aree e box, magari con definizione e sovrapposizione, o, pensate, una griglia, un pettine, dei filetti di ogni dimensione… Ma può verificarsi addirittura l’enfasi del video, o che lo stesso video non risponda ad espressione falsa…………..

 

Io e Lulù

da “Mail Fiction”, Caprarica di Lecce, Pensionante de’ Saraceni, 1991 – oggi in “Il pane sotto la neve…più altro pane”, Kurumuny ed.

Una strada a più corsie. Una quinta. A partire dalla 18° strada, Manhattan non può che essere aperta campagna. Io e Lulù. In un anno di palcoscenico vissuto assieme il rapporto non si è corroso. Abbiamo disprezzato il pubblico. Tutta quella gente si accalcava in ogni angolo del teatro. Io e Lulù sognavamo soliloqui, sognavamo scene da solitari senza rimedio. Conoscevamo così bene il mondo, le fiere dove le giovani donne fremono, gli ampi castelli dove domina il silenzio, musei di cera sparsi qua e là, la mappa completa dei chioschi McDonald, le forme più disparate di servizi flessibili e globali. Temevamo pure che tutto potesse crollare. Vivevamo indiretta il nostro teatro. Conversavamo coi praticabili, mimavamo crepuscoli, centuplicavamo istanti a noi gradevoli, cercavamo in ogni modo di far capire quanto era difficile e assurda la nostra vita; eravamo in realtà costretti in uno spessore, facevamo intendere dialoghi come se si stesse in una locando, senza emettere, buon dio, alcuno suono. Io e Lulù. Introducevamo sul nostro piccolo palco una bicicletta rossa, dei vetri fumati attraversati da colori, dei tavoli in vetro con delle sedie dalla struttura esilissima, cercavamo di far capire allo spettatore curioso e accigliato quanto ci eravamo improvvisamente invaghiti di certi elementi di arredo insoliti… Si introduceva poi di tutto. La nostra serie di oggetti che portavamo sul palco era infinita. Noi dovevamo essere per tutti e per tutte le sere i meravigliosi cultori delle forme, i designer radicali, affascinati dagli elementi totemici, dalle ali alle poltrone, dalle incredibili e vastissime e assurde cattedrali di questo ventesimo secolo…

 

Abstract n. 2

da “Spagine. Scrittura infinita”, Caprarica di Lecce, Pensionante de’ Saraceni, 1991 – oggi in “Il pane sotto la neve…più altro pane”, Kurumuny ed.

 

C’è da disperarsi, è così luccicante. Senti, dissi, ti lascio la città, proprio non mi va di scrivere se poi tutto si dilegua, faccio fatica a seguire. Miei cari Berta e Bobo, voi lo sapete, io parlavo di un gran fiume e non riuscivo a contenermi, io continuamente parlavo, guardate, vi lascio la città, non so che farmene, è tutto così senza forma, non posso continuare a concepire nella immensa bocca di questo libro, vi lascio la città, non trova alcuna relazione né mai vi conquisterò…È inaudito quanto e in quanti stupidi rivoletti… ma vi assicuro, non ci sono problemi, la città ve la lascio, è tutta vostra, una volta era rossissima, porosa, e si rifletteva nel mio occhio; nelle misurazioni; ve ne siete accorti, mi dite, oh, ma posso continuare ad elencarvi le balbuzie, i sospetti, le ire, gli orgogli, le brutture, i timori… vedete, di giorno, uno sull’altro a ritmo di calipso, e la terra calda, calpestata, strapiena di pustole, una sorta di innocenza, posso adattare al di là di quel che vedo, anche se non mi basta, non so dubitare, so solo compitare, annotare, buffo crociato, leggero, brioso… è incredibile, son qua attento in questo botteghino, pronto ad annotare, inghiottito da una pustola…

Vi lascio la città, consumate quel che vi pare, guardate bene, io ho cercato, cerco ancora in qualche modo, non vi sembri così stupido, una volta ho inseguito dei calchi lucidi e leggeri, e rossi, gli ho gridato dietro: bene, correte, consumatevi; e poi ancora ho gridato: c’è un pomeriggio e ci sarà la domenica, e sul mio Declaro quel giorno annotavo le mie grida; loro continuavano a correre e io continuavo a gridare, a non capire. Ci sarà un pomeriggio e poi una domenica, il saper numerare, l’intonare, il cedere, l’invaghirsi, il liberare, c’è un pomeriggio e ci sarà domani la domenica, e ripetevo, e gridavo, non capivo… sui palchi o nelle caffetterie ci sarà un pomeriggio e poi una domenica, ed è facile sui marciapiedi e tra gli alberi, dietro l’edicola, nei cinema e nelle fermate dei bus, vicino a qualche libreria o nelle palestre, nei vastissimi parcheggi o negli oscuri sottovia fremere, non emergere, ripetere oggi il pomeriggio e domani di certo la domenica, e per sempre il grande apparire; santo dio, che posso altro annotare, Guisnes è così rossa e putrida che solo riesco ad alzare La Terra non per l’ora ma per sentire il metrò, lo spray mentre s’addossa ai muri, ogni battito, e il gonfiare senza speranza, dietro ogni vicolo ed ogni albero la lestissima carezza blu, o in qualsiasi sottopassaggio e latrina senza custode, e il limo che scende, copre, scivola, allarga, chissà in quali forme andrà a solidificare, bellezza, caro Bobo, mulk, splendor, e chissà in quanti leggerissimi, infiniti excoda… Vi lascio la città, non siamo più credibili, c’è un nascere di chicca in chicca, esaltazione, tagli, offerte di fondazione, un caro inghiottirsi, inarrestabile, un libro vuoto come un imbuto, un fondo blu, un gran fiume e questo incredibile scorrere, continuo, monotono, avanti, oddio, tutti pronti al mercato, nelle piazze, in ogni piattaforma, sui terrazzi, nelle caserme, nelle ovazioni, coperti, schermati, rasati, rosolati da lampade per ogni stagione, mentre sconfinano i gerghi e il blu sconfina e i pùrpuri in ogni cosa il pomeriggio e domani chissà se la domenica…

Prendetevi la città, se volete continuare a credere, a rincorrere il gran libro, pensatelo possibile, voi potete credere ad un gran libro: per mio conto è solo una stupida balena che col suo clamore ha invaso la rambla…

 

Port Bou: quasi un diario (Estratto)

 

in “Luoghi di frontiera”, Maglie, Erreci Edizioni, 1991

 

Port Bou, 24 ottobre 1987. Quasi un diario. Stazione ferroviaria. Non sono ancora le sei del mattino. Gente assonnata. Siamo tutti un po’ stanchi. Forse già respiriamo questo paese di passaggio. Giapponesine con occhietti stupendi, arabi chiusi in un sacco, delle ragazze romane senza segno di stanchezza dopo diciotto ore di viaggio. Dogana. Armati fino ai denti. Una rampa di scale. Un viale alberato. Un bar proprio sotto la stazione. Il barista di poche parole. Forse è l’ora. L’alba ci sorprende, anzi ci piomba addosso scansando delle foglie di platano. Non fa freddo. Lascio la valigia al barista che ha la faccia di un attore di Saura e di un nostro poeta che in Spagna ha forse perso i capelli.

 

La salle de bain (Estratto)
1991

Uno

 

Osserviamo Sally. Si muove nel già stretto passaggio del custode del bagno pubblico. Fra un po’ le si porrà davanti, fortemente illuminata, l’intera struttura della sala da bagno. Inutile la descrizione: quel che subito la attrae è il grande silenzio, le sagome di uomini e donne che pure sembrano muoversi, quel fruscio particolare che lo sfregarsi o arrotolarsi di molti abiti insieme provoca; e poi, su tutto, là, in alto, un segreto e continuo scalpiccio, ritmato, irregolare, solitario, calibrato a chissà quali moti, a chissà quali baldorie e solitudini… Un mondo sotterraneo, immenso, incredibile, inaspettato. Nel cuore meccanico della città.

Ad un palmo dal vizio dei passi, Sally, completamente assorta, sembra avvolgere e custodire, fasciare e abbracciare, con grande capacità, dominando il particolare, una sua imponente anche se sintetica ragione organizzante.

In questa sala, che a nessuno è permessa per semplicemente liberarsi di un prodotto, che nessuno potrà mai usare se non anche amando la precarietà del prodotto che abbandona, in questa sala del desiderio e dell’appartenenza, Sally, la nostra Sally accenna, tesse una tela di alfabeti, affetti, gusti, idiomi, percorsi, tenere liesche. Modelli. Non ombre. In questo luogo separato, Sally.

 

Bucherer l’orologiaio
1993 – pubblicato postumo nel 1995

 

1

 

La città si consuma. È lontana. È vicina. Fabbriche, uffici, officine, cantieri, macchine, il corpo macchina, i corpi ciclopici, quelli essenziali, i corpi che sono solo dei cubi, una somma di nodi, di nodo in nodo – la città è continuamente generata e continuamente inghiottita dall’umore, dalla palta di un nodo gigantesco. Gli intagli, il giallo che permane, la Limmat che ripete il suo rumore, il principio, il flusso produttivo, la luminosa etichetta Sprüngli che vigila sulla Bahnhofstrasse, manifesti, transenne, dormitori, palazzoni aurei, nuovi materiali, linguaggi artificiali.

Dicono la loro delusione, le rose. Non si aspettavano che una città nascondesse così tanti tesori. Così alto il pino, così larga la Terra, così piccolo il diamante…

In questa città io curavo un giardino di conchiglie. I miei negozi correvano lungo tutta la Limmat. Il mio giardino era un giardino artificiale e al suo centro vi era un grande acquario. In ogni metro d’acqua c’era un intenso pulsare di larve trasparenti: a migliaia quelli che un giorno sarebbero appartenuti ad anellidi e molluschi: adesso li vedevo soffiati in acqua, come alitati con furia, mentre quasi dondolavano, colmi di vaghezza e interrogazioni.

Molte le conchiglie nel mio acquario, le più allegre rotavano a spirale o saltellavano battendo le valve, mentre a schiere sfilavano, festosi e ignari, i nudibranchi, quelli che perdon la conchiglia e che in altr’acque avranno chissà che modi per difendersi.

Questi miei poveri negozi mi permisero di conoscere l’orologiaio Bucherer che nei suoi ultimi anni aveva abitato un angolo malconcio di Hirschen-Platz. […]

Questo grande mostro a cui Bucherer pareva attribuire ragioni di una entelechia universale vive di un solo suono, di un solo monotono suono, di una sua autonomia radicale, ossessiva, che mentre permette ad ogni cosa di moltiplicarsi scompostamente, mentre permette nuovi soffi, nuove necessità, nello stesso tempo li riconduce alla sua sostanza. È lui l’Essere, gridava Bucherer, è lui la Grande Forma, è lui l’oceano che batte le scogliere, è lui che muove le lunghe migrazioni, è lui quel che nel mondo c’è di denso e di sonoro, di leggero, di informe, di discorsivo, di irrazionale; è sul suo grande corpo che si inseguono le ore, che perdurano e cessano le appendici, i dettagli non visibili, ogni cosa con chissà quanti sfaldamenti e mescolanze e mutazioni.

Chi sa guardare – aggiungeva Bucherer, ammiccando – si ferma al culmine del mescolare, poco prima della Forma…

 

3

 

Dalla gassenzimmer ne uscimmo in tre: io, Sally e Hallucigenia. Chi è Hallucigenia? Hallucigenia è un esserino di un paio di centimetri che cammina reggendosi su sette paia di spine rigide e con sulla schiena sette tentacoli che finiscono con l’essere sette bocche.

Incontrammo altri amici. Solo uno di loro si unì a noi: era Opabinia, corpo vagamente cilindrico, sette centimetri, cinque occhi e una specie di proboscide. E noi fummo felici per questi nostri amici, che avevano organi in sovrannumero e forse si cibavano con radici di giglio, e forse erano in sintonia con luna e maree. La loro bellezza? La loro bellezza è quando cominciano a marcire, a sfinirsi. La bellezza è quando per loro cominciano a parlar le rose…

 

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