Andrea Zanzotto: Haiku for a Season
by Carolina Perez De Vera

 

«Una pesante sfiducia mi assediava… mi sentivo minacciato dal senso di un’irrealtà di tutto e da una sterile panfobia» (Zanzotto, 2012).

È sorprendente come dal senso di vuoto qui espresso sia nata l’opera più particolare dal punto di vista stilistico di Andrea Zanzotto: Haiku for a Season (Zanzotto, 2012). Iniziata nel 1984 e pubblicata nel 2012 per la University Chicago Press, questo lavoro è qualcosa di profondamente diverso rispetto al corpus delle opere zanzottiane.
L’opera è una raccolta di haiku scritta in lingua inglese e tradotta in italiano dallo stesso poeta; lo sperimentalismo zanzottiano si esprime prima di tutto da un punto di vista linguistico, essendo un’opera bilingue, ma anche e soprattutto da un punto di vista metrico, dato che l’haiku è un genere poetico giapponese completamente distante dalle forme metriche occidentali.
È dato chiedersi quali siano state le motivazioni che hanno spinto il poeta ad intraprendere questo percorso artistico tanto peculiare.
Un’occasione fondamentale che ha avvicinato Zanzotto alla forma metrica dello haiku è stata la stesura della presentazione del libro Cento Haiku (Iarocci, 1982), opera a cura della studiosa nipponica Irene Iarocci. Dalla lettura della presentazione si percepisce la straordinaria sensibilità di Zanzotto nei confronti del genere poetico giapponese, il quale possiede la capacità di fare risuonare un dettaglio o un piccolo evento del mondo naturale. Gli haiku, di fatto, consentono un contatto autentico con la natura, contatto che è in pieno accordo con la poetica zanzottiana, già dai suoi albori. Inoltre, la capacità dello haijin, ossia colui che compone gli haiku, di non dare spazio al proprio io lirico, motivata dal cogliere completamente l’evento naturale, è un’abilità che non è sfuggita a Zanzotto. Infatti, caratteristica peculiare digran parte dell’opera zanzottiana è lo scompenso dell’io e la sua incapacità di stabilire un rapporto autentico tra soggetto e natura, dunque in totale sintonia con l’assenza dell’io lirico poco prima considerato.
Gli haiku, allora, sono leggittimati ad assurgere a motivi di occasione e di riflessione poetica per l’autore veneto. Ponendo l’attenzione sulla presentazione redatta da Zanzotto in Cento Haiku, risalta l’irresistibile attrazione che questo genere poetico è stato capace di suscitare e si riconosce come egli abbia compreso quanto gli haiku siano il prodotto di una lingua e una cultura peculiari nella loro unicità:

«[…] quell’essenza neutra, o meglio “asoggettuale”, che sembra pervadere la lingua giapponese, per cui ogni dato tenderebbe ad assestarsi, prendendo poi un massimo rilievo su una specie di sfondo grigio argento» (Zanzotto,1982).

Lo sfondo che il poeta definisce “grigio argento” indica una ulteriore specificità dello haiku, ossia la creazione spontanea di una dimensione atemporale in cui i versi del componimento e quindi le parole che li compongono, riescono a sprigionare tutta la loro essenza come se avessero la capacità di produrre vera e propria energia.
Seppure nella sua essenzialità e brevità il messaggio dell’haiku appare enigmatico o sospeso, ciò comporta anche l’apertura del componimento ad infinite possibilità e nuovi contesti che possono essere immaginati dal lettore.

«Gli haiku, infatti, saettano come smussate freccioline che ci vengono da un mondo simile a quello di Alice […]. Sono spiragli da cui filtra qualcosa di accecante e insieme carezzevole […]. Resta, al di là del problema delle intersezioni culturali, la freschezza unica dello haiku nella sua quasi percentuale fisicità di struttura scandita su un primordiale biortimo […]; resta il valore di una sensazione carica di intuizioni, di un percepire illuminante per fini contrasti cromatici e logici» (Zanzotto,1982).

L’ haiku si presenta agli occhi di Zanzotto come possibilità di riavvicinamento con la natura; un’occasione e un esempio di poesia da cui l’uomo s’ispira e in cui si rigenera, contemplando e osservando anche il più caduco evento che accade intorno a lui:

«Ma il benefico trascorrere degli haiku, a sciami o isolati, nel nostro campo psichico oggi più che mai dà segnali di libertà contro le fetide mostrificazioni e le anchilosi – della natura, dell’uomo nel suo stesso sentire e percepire- che sono tanta parte della realtà attuale» (Zanzotto, 1982).

Ma l’opera rivela qualcosa di più perché delinea un rapporto tra poesie ed autore molto diverso dai lavori precedenti; la composizione degli haiku è stata per Zanzotto uno strumento di guarigione per superare un momento di sofferenza che lo stava conducendo verso l’afasia:

«Era stato uno strumento di auto-aiuto. Aggiungeva di averne ricavato […] una prova del principio freudiano per cui il nevrotico è un malato che si cura con la parola, anzitutto la propria, e infatti la sua poesia era una “forma di particolarissima autoanalisi.» (Breda, 2012).

Da questa prospettiva Haiku for a Season rappresenta la fine di un percorso di ricerca in cui Zanzotto ha trovato diverse chiavi d’interpretazione per giungere ad una complementarietà tra io e mondo. Egli ha sempre investito la natura di significati particolari per comprendere l’universo e il filo invisibile che collega l’interiorità dell’uomo con lo spazio che lo circonda, rendendo il poeta traduttore, interprete e investigatore. Sembra che attraverso gli haiku riesca a stabilire un legame indissolubile tra linguaggio, natura e inconscio: il linguaggio, infatti, è il mezzo che traduce la natura in immagini e quest’ultime creano un effetto di risonanza con l’interiorità del poeta.
La scelta linguistica è sicuramente il fattore più rilevante. Perché scrivere in una lingua che non conosceva?

«Li componevo in un inglese ridotto quasi al grado zero, minimo e minimalista, perché quella lingua la conoscevo poco ma mi piaceva esplorarla. Di rado affioravano anche formazioni in dialetto o mi aggrappavo a intarsi in un italiano lucente, forse per un inconsapevole omaggio alla lingua di Dante, Petrarca e Ariosto, e più probabilmente per notificarmi presente a me stesso con un bip-bip vitale … Ma nel mio stato patologico, a prevalere erano quelle stille che spesso esprimevo in un inglese “petel”, cioè il linguaggio vezzeggiativo che utilizzano le madri e le nutrici cullando i figli ancora nel nido della pre-infanzia … un tuffo nell’oralità perpetua … versi che non possono forse dirsi “inglesi” ma che tuttavia in qualche modo lo sono.»(Zanzotto, 2012).

Sicuramente dell’italiano contemporaneo, Zanzotto, avvertiva i limiti di una lingua che peccava di un grande polisillabismo. Questo tratto peculiare del nostro idioma gli procurava l’impressione di un’iperdiafania. L’inglese, invece, è una lingua ricca di allitterazioni e monosillabi, questo dava al poeta l’impressione di un idioma «rapido, fiammeggiante, guizzante». L’inglese al gusto del poeta era adatto alla forma breve degli haiku, i quali rappresentavano piccole rivelazioni provenienti dagli strati più profondi della sua psiche.

Dal punto di vista linguistico si tenga presenta come la traduzione italiana realizzata dallo stesso poeta abbia creato qualcosa di innovativo e atipico. Tradurre implica trasferire un sistema fonetico in un altro e questo comporta una decostruzione, creando allo stesso tempo sfumature e differenze che rendono la traduzione una versione parallela e semiautonoma.

La traduzione italiana, quindi, è qualcosa che riprende la versione originale in inglese, ma allo stesso tempo evoca qualcosa di diverso determinando differenti interpretazioni e messaggi.

Si consideri ad esempio di quanto affermato il seguente haiku:

«All is ripeness and more – Tutto è maturità e più –

Waters lights skies flowers bees – acque luci cieli fiori api –

The simple “I”whishes –il semplice “Io”anela–

To get into this star system» –a far parte di questo “star system”–

Fra tutti gli haiku, quest’ultimo, da un punto di vista contenutistico, è quello che meglio rappresenta la poetica di Andrea Zanzotto e la struttura dell’haiku: il primo verso corrisponde alla condizione generale che caratterizza la natura nel suo insieme, il secondo focalizza degli elementi che fanno parte di quel tutto: il poeta percepisce la bellezza e la grandezza della natura e desidera che il proprio io possa identificarsi totalmente con essa.

Interessante è la scelta linguistica nel terzo verso: in inglese viene utilizzato il verbo to whish, desiderare. In italiano, invece, è presente il verbo anelare, ossia aspirare fortemente a qualcosa.

Desiderare e anelare sono due sinonimi, ma il secondo ha una sfumatura di significato decisamente più forte poiché è come se avvenisse un innalzamento di tono, ma soprattutto di registro, dalla traduzione inglese a quella italiana. Tuttavia, ciò è effettivamente un fenomeno che avviene spesso nelle traduzioni in tutte le lingue. Altro dettaglio particolare è riscontrabile nell’espressione star system, riportato in inglese anche nella versione italiana. L’espressione sembra non appartenere al contesto poetico, perché lo star system è il complesso apparato organizzativo che ruota intorno ai divi dello spettacolo e alle loro produzioni. È una classica locuzione inglese che è entrata nel nostro idioma e che non viene tradotta. In questo contesto, ovviamente, il significato non richiama al mondo dello spettacolo, ma la locuzione sembra avere piuttosto un valore metonimico in quanto l’io poetico anela ad essere parte di quel complesso apparato organizzato e ordinato che è l’ universo stesso: l’io desidera fare parte di questo sistema stellare.

In realtà la scelta del termine sembra far emergere una sottile ironia, ironia nei confronti dello stesso inglese che ha prevalso su tutte le altre lingue diventando convenzionale e in un certo senso un idioma artificiale. Zanzotto, quindi, sembra avere dell’inglese una considerazione negativa sebbene ne apprezzi molte caratteristiche, peculiarità foniche e morfologiche: l’artificiosità di una lingua che è anche riflesso del mondo globalizzato e del progresso sempre più ingente.

Da questo punto di vista gli haiku rappresentano un’occasione unica nel suo genere per riflettere su determinate tematiche poetiche, che da sempre hanno caratterizzato l’universo zanzottiano:

«Poppy, absent smell, mental smell? Papavero, profumo assente, profumo mentale?

Why do you open wide your eye? Perché spalanchi l’occhio?

Why so alive, so only-live? Perché così vivo, unicamente vivo?»

Leggendo l’haiku con attenzione si può ipotizzare come il papavero coincida con la figura del poeta: l’occhio rosso spalancato che osserva in maniera discreta ciò che lo circonda.
Una sfumatura malinconica accompagna dubbi e perplessità: il papavero emerge in tutta la sua intensità e vitalità colpendo lo sguardo della gente che gli passa accanto, ma per cosa? Che ruolo ha il poeta nel mondo contemporaneo? La sua voce può ancora trasmettere un messaggio?

«Perché così vivo, unicamente vivo?

Oggi non si sa bene più cosa sia l’uomo. Fino a non molto tempo fa si credeva di saperne molto, sull’essenza dell’umano, su ciò che fosse la vera humanitas, e su quel frutto dell’evoluzione, tutto sommato positivo, che l’uomo appariva. Durante il secondo dopoguerra, tuttavia, e soprattutto negli anni del riarmo atomico, che dava una soffocante carica di nonsenso generale al “dato umano”, si è molto diffusa una specie di sfiducia globale dell’uomo verso se stesso. Si tentava di cancellarla con l’attivismo di uno sviluppo economico e di un presunto progresso politico, che poi si è ridotto a poca cosa, anche se non si può negare che vi sia stato qualche filo lucente di positività. A distanza di molto tempo, ormai, dai primi anni del dopoguerra il bilancio si rivela deludente, perché l’uomo sembra vivere soltanto di residui di ideologie, marcate da forti interrogativi anche se non annullate del tutto (come molti pensano) e minate da una violenta “carica” nichilista. L’uomo sembra assumere in proprio il sentimento dell’entropia in atto. Cosa può la poesia in un simile quadro, pur nascendo dai sottofondi più celati della vita? Forse potrebbe dire qualcosa di valido per l’umanità, ma non esiste il parametro per definire questo “qualcosa”. E sapere almeno qualcosa sul proprio senso (destino?) è necessario. L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di “consolazione”, nei quali appare ancora il miraggio dell’autofondazione e dell’autogiustificazione dell’essere. In essa c’è dunque un qualche valore, almeno provvisorio. Ma il quadro che abbiamo di fronte è quello di una catastrofe “ecologica” della mente (ricorderei qui Bateson): l’urgenza di una visione ecologica del mondo si è resa necessaria nel momento in cui si è concretizzata la minaccia apportata all’ecosistema in generale da quel piccolo, terribile sistema che diciamo uomo»

«La poesia continua (per ora!) a dare il suo bip-bip che poco presume ma si sente non tacitabile. E chissà che non vi sia chi lo coglie. Bisognerebbe poi ricordare che la poesia dovrebbe essere fatta da tutti, non da uno» (Zanzotto, 1993),
Zanzotto sembra avanzare riflessioni, pensieri carichi di dubbi e paure: tutto ciò riflette l’animo di una persona in crisi. Gli haiku, attraverso la loro spontanea semplicità, riportano e in un certo modo giustificano, la fragilità dell’essere umano: la poesia è consolazione, ma allo stesso tempo preserva la speranza di un cambiamento positivo e di un nuovo slancio vitale. In un mondo sempre più caotico e brutale non è lecito affermare come Zanzotto avesse la pretesa di trasmettere una verità assoluta tramite quest’ultima opera. Piuttosto, gli haiku sono il riflesso di un uomo che cerca risposte senza avere la pretesa di trovarne.Ognuno, quindi, può rispecchiarsi in questi componimenti, difatti ogni individuo porta sempre con sé un carico di fragilità di cui non può mai del tutto liberarsi, dunque l’uomo è destinato a compiere errori. La poesia può essere il mezzo capace di trasmettere una giusta consapevolezza, affinché ci si possa fermare e riflettere: ogni individuo compiere la vera rivoluzione ideologica.

Haiku for a Season è un esperimento poetico oltre che il culmine di un lungo percorso letterario, è il ponte che è riuscito ad unire due culture completamente diverse, quella orientale e quella occidentale, dando luogo ad un risultato unico ed irripetibile nel suo genere.

Bibliografia
Zanzotto, A. 2012, Haiku for a Season/Haiku per una stagione, Chicago, University of Chicago Press.
Zanzotto, A. 1982, Prefazone a Cento Haiku, a cura di Iarocci I., Longanesi.
Breda, M. 2012. Haiku, la cura di Zanzotto, «Corriere della Sera», «La lettura», 30 settembre.

Sitografia
Intervista ad Andrea Zanzotto di Vera Lucia De Oliveira reperibile al sito: http://www.veraluciadeoliveira.it/PoeIntx_Zanzotto.htm

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