It is. Che cosa dunque è
Sull’opera di Anna Guillot
by Mirella Bentivoglio

Anna Guillot, It is (estratti)

 

Per tutte le convergenze semiologiche in essa contenute, e per la sua sincopata eleganza, la serie di tavole di Anna Guillot fondate sull’espressione scrittoria “It is” si pone tra le più convincenti sperimentazioni degli anni Novanta in ambito verbovisivo. È il felice traguardo di un’indagine che l’artista avviò fin dai primi anni Ottanta. Un’operazione minimalista, coniugata mediante la ripetizione delle due sillabe che, in lingua inglese (la lingua planetaria, il latino di oggi) significano semplicemente:”è’’. Terza persona indicativo presente del verbo essere.

Soggetto impersonale, “it”, affinché tutta la forza dell’espressione si concentri nella sostanza semantica del verbo. Una copula, preannunciante un predicato che manca. Quasi il ritratto del nostro mirabile costruire sul non sapere.

Sebbene portatrice di significato, e sia pure con una verbalità ridotta al minimo común denominatore, questa operazione, condotta com’è, con vivacità grafica ma anche con regolarità strutturale, sembra reggersi in equilibrio sul sottile confine tra scrittura visuale e astrattismo segnico. Si potrebbe sostenere che questo ciclo verbografico dell’artista italiana (comprendente una quarantina di opere) costituisca qualcosa come una prova à reboursdell’origine scrittoria della tendenza che, appunto, venne a suo tempo definita astrattismo segnico. La quale nacque come un’attrazione dell’immagine verso la scrittura, al di là del senso a cui la lettera alfabetica, come l’immagine, era stata chiamata in ruolo di veicolo.

L’astrattismo segnico si formò in seno alla Scuola del Pacifico, con Tobey e Graves, non a caso nel lembo di terra statunitense più influenzato dalla cultura nipponica; una cultura che ha per millenni praticato la”calligrafia” non in quanto 

“bella scrittura” (come vorrebbe l’etimologia greca di questo nostro termine) ma In quanto comunicazione gestuale del profondo, tanto da aver dato luogo a grafie nipponiche pseudo- testuali, prive di referente. E ciò molto prima di ogni teorizzazione occidentale relativa alla categoria delle scritture asemantiche. Nell’operazione di Anna Guillot una sorta di desemantizzazione avviene mediante l’ossessività della ripetizione, che sposta l’attenzione sui caratteri formali delle parole-modulo.

La ripetizione è sempre, di per sé, una sorta di svuotamento, tanto più se essa viene come qui portata avanti in modo lineare, contraddicendo al proprio globale aspetto di prosa composita.

Così, It is è il rovescio delle cancellazioni di Isgrò, che duplicano il messaggio In segno occultante e banalità discorsiva, lasciata appunto in evidenza a riprova del, diciamo, reato linguistico. Il messaggio della nostra artista invece, espresso in una fase storicamente matura dell’esperienza verbovisiva, rifugge chiaramente da ogni intento polemico.

È una esaltazione della pratica scrittoria nella sua vitalità e corporale trascorrenza.

Grafia come evento, minuto per minuto, quasi un battito cardiaco.

Sta anche ovviamente su una sponda diversa da quella in cui si situano le pagine di Irma Blank, che si presentano come veri e propri trompe l’oeil, finte scritture verbali.

Se It Is appare, sulle prime, come una simulazione, alla lettura ravvicinata si rivela come una”finta scrittura asemantica”, ossia trompe l’oeil di trompe l’oeil. Non una designificazione ma una cripticizzazione, finalizzata alla conquista di un significato plurivalente.

Ed è fondata sulla duplicità, su un piano di grande sottigliezza. Due parole, ognuna consistente in due lettere alfabetiche. Ognuna delle due parole inizia con la stessa vocale, nel suo stato rispettivamente maiuscolo e minuscolo.

La consonante che accompagna questa vocale è vista nelle sue due diverse strutture: “t” ed”s”, linea retta e linea sinuosa.

Duplicità come legge cosmica. E due sono anche i colori. Bianco e nero, a fasce alterne, accostate o sovrapposte. La dualità ritorna anche nella direzione delle linee testuali: brani con la stesura posta orizzontalmente ed altri in cui lo scritto è situato in verticale.

Quanto alla scelta dei due vocaboli, pur con gli impliciti richiami a matrici orientali, non può esservi nulla di più occidentale di questa testimonianza grafico-poetica. Un pronunciamento interamente scavato nel logos, pur con la sua insistita, ritmica pregnanza biologica.

Molte lingue orientali infatti non posseggono il verbo essere, traguardo estremo della nostra concettualità distaccata, punto di arrivo linguistico della capacità di astrarre.

Né manca a queste sequenze un richiamo all’archetipo, poiché nella loro tesa, rigida semplicità i segni sembrano a volte graffiare il supporto come caratteri cuneiformi.

Infine, alla luce di tutte queste considerazioni, che cosa dunque “è”?

L’opera stessa, tautologicamente. La scrittura. Sempre che sia lecito soverchiare l’imperiosa presenza di un lavoro della visualità con questo tipo di soluzioni da quiz, affidate a cieche parole.

 

 

English version

For all the semiological references it contains, and for its syncopated elegance, Anna Guillot’s series of paintings centred on the writing expression “It is”, makes it one of the most convincing experimentations of the 90s in the field of verbo-visual art. It is the point of arrival of an investigation that the artist has started since the early 80s.

A minimalist operation structured through the repetition of the two syllables, which in English (the planetary language, the Latin of today) simply mean: “it is”. The third person of the simple present tense of the verb to be.

The impersonal subject “it”, in order to enable all the power of the expression to concentrate in the semantic substance of the verb. A copula that foretells the missing predicate. Almost a portrait of ouradmirable ability to build on what is not known.

Although the bearer of meaning, and albeit with a verbality reduced to the lowest common denominator, this operation, in the way it is pursued with graphic liveliness but also with structural regularity, seems to balance on thethin line between visual writing and sign abstractionism. One could assert that this verbo- graphic cycle of the Italian artist (including about 40 works) is something like a proof against the grain of the writing origin of that movement that in turn was defined as sign abstractionism.

It started as an attraction of the image towards writing, beyond the sense that the alphabetic letter, as image, was used as the vehicle.

The sign abstractionism began within the Pacific school, with Tobey and Graves, not by chance in that strip of land of the US that was most influenced by Japanese culture; a culture that for thousands of years has practiced”calligraphy” not as”beautiful writing” (as the Greek etymology of our term indicates), but rather as gestural communication from deep down, so much so as to have given rise to pseudo-textual Japanese handwritings without referent. This, long before any western theorisation on the category of non- semantic writings.

In Anna Guillot’s work, a sort of loss of the original meaning of the word occurs through the obsessive repetition that shifts the attention onto the formal aspects of the module-words. The repetition is always, per se, a sort of emptying out, all the more so if it is, like in this case, as here pursued in a linear way, in contrast with its overall aspect of composite prose.

So, It Is is the opposite of Isgrò’s deletions that duplicate the message in a concealing sign and discursive banality, left in evidence as proof of the linguistic offense.

Anna Guillot’s message instead, expressed in an historically mature phase of the verbo-visual experience, clearly recoils from any polemical intent. It is an extolling of writing practice in its vitality and corporal becoming. Writing as event, minute by minute, almost like a heartbeat.

It obviously stands in a different position from that occupied by Irma Blank’s pages, which appearas authentic trompe l’oeil, like fake verbal writings.

If It Isinitially appears as a simulation, at close reading it reveals itself as a”fake non-semantic writing”, namely trompe l’oeil of trompe l’oeil. It is not a loss of meaning, but an encrypting aimed at achieving a polyvalent meaning.

It is centred on duality, at a highly subtle level.

Two words, each one consisting of two letters. Each word begins with the same vowel, with a capitai and small letter respectively. The consonant coming after this vowel is considered in its two different structures: “t” and”s”, a straight line and a sinuous line. Duality as cosmic law. And two are also the colours. Black and white, in alternate, close and overlapping bands. Duality also returns in the direction of the writing lines: some texts with horizontal writing, others in which writing is set vertically.

As regards the choice of the two words, although the implicit references to eastern roots, there is nothing more western than this graphic-poetic testimony. An affirmation entirely grounded in logos, even if with its intrinsic, rhythmic, biologic pregnancy.

Indeed, many eastern languages don’t have the verb to be, the extreme goal of our detached conceptuality, the linguistic point of arrival of the ability to abstract.

Neither do these sequences lack reference to the archetype, because in their tense and rigid simplicity the signs sometimes seem to scratch the surface like cuneiform characters.

Lastly, in light of all these considerations, what then “is”?

The work itself, tautologically. The writing. Provided that it is legitimate to overwhelm the imposing presence of a visual work with this kind of quiz solution entrusted to blind words.

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