Wrong abstraction: scrittura non creativa, domain system language e user sotry

by Francesco Aprile

 

La duplicazione è più economica di una cattiva astrazione, è, in ambito informatico, una famosa espressione della programmatrice Sandi Metz. Ma cosa ha o può avere a che fare con la scrittura e l’arte contemporanea? Il legame fra arte e scienza diventa, dal Novecento, sempre più stringente, dalla scrittura praticata nell’alveo di vincoli rigorosissimi di tipo matematico all’interno dell’OULIPO alle composizioni algoritmiche di Jackson Mc Low, dalle opere permutazionali di Gysin, fino alla sempre più massiccia presenza del personal computer come mezzo di composizione o generazione di testi.

Procedere verso un’astrazione sbagliata comporta di certo, in ambito software, tutta una serie di costi. È a questo punto che la duplicazione fa la sua apparizione, riconquistando la scena. Fra gli anni Settanta e Ottanta, anche in seguito all’idea situazionista di un superamento dell’arte in favore della vita e della lotta politica, prendeva sempre più piede la corrente del plagiarismo. Il riuso dei materiali apriva gli stessi, e le opere, a orizzonti inattesi.

Alla fine degli anni Settanta, a Portland, David Zack, Al Ackerman e Maris Kundzin davano vita al Neoismo: performance, anti-arte, senso del disgusto e disprezzo per la tenuta estetica e/o estetizzante dell’opera, atteggiamento schierato contro il sistema delle gallerie con influenze che andavano dal Punk al Fluxus, dal Dadaismo al Situazionismo, dal Futurismo al Postmodernismo. Da sottolineare anche la scelta del nome, composto da un suffisso e un prefisso. Sviluppatosi a partire dalla Mail Art e dal senso di anti-arte ampiamente proposto da questa, sempre in ripresa del Dadaismo, il Neoismo presentava la propria essenza attraverso dei festival d’appartamento ospitati nelle abitazioni degli aderenti al gruppo. In precedenza, Gustav Metzger, nel 1974, aveva lanciato l’Art Strike, uno sciopero dall’arte che nella volontà del suo creatore sarebbe dovuto durare tre anni. L’idea fu poi ripresa e rilanciata con maggiore energia nel 1985 da Stewart Home. A metà degli anni Settanta i mail artisti Stefan Kukowski e Adam Czarnowski proponevano l’identità collettiva “Klaos Oldanburg”. Il fenomeno delle identità collettive ha poi attraversato anche il decennio successivo; Karen Eliot, ad esempio, è una delle identità multiple più note, assunta nel corso degli anni da differenti artisti. La perdita dell’identità è allora uno dei motivi centrali che nelle pratiche collaterali a cavallo fra scrittura, arti visive e performance ha avuto modo di svilupparsi fra gli anni Settanta e Ottanta.

La manipolazione degli elementi preesistenti diventava condizione consapevole, cercata e voluta. Per i situazionisti si trattava di détournement. L’arte diventava azione generalizzata, détournement, intervento quotidiano, camminata. Il recupero degli elementi era inteso nell’ottica di un superamento critico degli stessi. L’esperienza cinematografica di Debord, sin da “Urla in favore di Sade”, mostra l’essenza stessa della pratica dell’autore: l’interruzione finale affida alla non-opera del nulla la condizione estetica definitiva; la polarizzazione del linguaggio, fra dire e non dire, si dà all’infinità della possibilità, la quale risulta come un sistema aperto, vitale perché rispondente alla domanda esistenziale dell’uomo nell’angoscia dell’esserci.

La recente traduzione italiana del libro “crtl c – ctrl v Scrittura non creativa” (Nero, 2019) di Kenneth Goldsmith aggiunge un ulteriore tassello. La scrittura non creativa di Goldsmith è quella che si pone come la pittura nei confronti della fotografia, ossia davanti all’impossibilità di essere ancora uguale. In questo caso la scrittura è sotto la scarica elettrica di internet, del computer, dei media digitali, al bivio fra l’essere immutata e procede nell’incertezza e nell’abisso di ulteriori e quanto mai diverse suggestioni.

 

«Quello che sta accadendo è che per la prima volta il linguaggio è in grado di alterare tutti i media che conosciamo, che siano immagini, video, musica o testi. Si tratta di una vera e propria rottura con la tradizione, che apre una nuova strada nell’utilizzo del linguaggio. Le parole sono concrete, attive e dense di sentimenti. Magari si potrebbe obiettare che questa non è vera e propria scrittura e, in senso stretto, si avrebbe anche ragione. Ma è qui che la cosa si fa interessante: noi non abbiamo affatto abbandonato le nostre macchine da scrivere. Anzi, siamo più che mai concentrati, giorno e notte, su macchine potenti che offrono infinite possibilità, connesse a reti con possibilità altrettanto infinite. Il ruolo dello scrittore è messo seriamente alla prova, esteso, aggiornato» (Goldsmith).

 

Aprire un’immagine con un editor di testo, modificarne lo script aggiungendo o sottraendo porzioni codice, significa apportare modifiche sostanziali all’oggetto e, soprattutto, farlo attraverso la scrittura. Questo è solo uno degli esempi affrontati da Goldsmith per ridiscutere il concetto di scrittura, sottrarlo alla sfera della “creatività” e restituirlo pulito, gettato nel mare di possibilità del digitale.  Il ruolo dello scrittore viene così aggiornato in maniera radicale e si avvicina come non mai alla dismissione dell’arte e dell’artista in favore dell’elemento ludico della vita. La manipolazione degli oggetti digitali attraverso la scrittura appare quasi come una operazione giocosa più che letteraria o artistica. Dadaismo e Situazionismo, almeno in un senso “estetico” più che politico (ma l’estetico è il politico, semmai estetizzante più che politico), appaiono oggi più che mai realizzati nell’idealità di una scrittura – e del rifacimento del ruolo dello scrittore – non più intesa come “mestiere”, ma come gioco improvviso, da praticare in qualsiasi momento, azione anche riempitiva dei buchi neri della giornata o, ancora, azione divertita davanti all’emergere dell’errore su di uno schermo in stazione, aeroporto, centro commerciale ecc.

Questo momento di “non creatività” è in realtà tale se non per il fatto che la produzione si è spostata via via in maniera sempre più massiccia sul versante dell’appropriazione, del riuso, del “plagio” come linguaggio ereditato. Da uno dei manifesti del Neoismo possiamo leggere che “Fare ciò che è ovvio è più radicale di quanto non immagini”. Più di un secolo di appropriazioni è passato, più di un secolo di “non creatività” più che creativa ha svuotato la scrittura lineare di ogni pretesa di assolutezza, mettendone in crisi la natura e introducendo il “quotidiano senza imprese” nell’arte e ancora la strada percorsa è poca, tutta da inventare, o plagiare.

Così l’espressione usata da Sandy Merz appare quanto mai calzante, soprattutto si pone come sintesi operativa estrema in questi anni di codici e scritture codificate.

Il programmatore Martin Fowler nel 2008 scriveva l’articolo “Business Readable DSL” affrontando il tema del “domain system language” nell’ambito dell’interazione fra mondo business e informatica. Lo scenario è quello che vede in essere la relazione fra uomini d’affari e programmatori, ovvero fra chi commissiona cosa e chi lo realizza. In questo caso, secondo Fowler, diventa necessario definire un dominio di linguaggio al fine che gli uomini d’affari possano leggere il codice senza saperlo fare per davvero. Si crea, allora, grazie a questa relazione un linguaggio il cui utilizzo è strettamente connesso all’area di intervento e connotato da terminologia e sintassi proprie, comuni al mondo del business e a quello informatico, permettendo agli sviluppatori di scrivere il programma e basarlo su delle specifiche precise, stabilite di comune accordo con il cliente e a quest’ultimo di leggere il lavoro sul codice. Quest’area di comune intendimento si sposa perfettamente con l’evoluzione della scrittura poetica. L’ingresso del “banale” annulla, o quantomeno ci prova, la differenzialità estetica fra i linguaggi (si pensi anche al lavoro svolto dagli autori della prosa in prosa da anni impegnati nella prospettiva di una non differenzialità estetica), ma allo stesso tempo, come un détournament, investe il linguaggio, “copiato” e “incollato” da un settore estraneo direttamente all’interno di una prova poetica, di nuove prospettive. Il cambio prospettico, allora, proietta lo scritto in una realtà altra in cui l’aspettativa, per ovvie ragioni diversa, nutre nell’immaginario e nella dimensione esegetica posizioni spiazzanti in quanto al prelievo di codici, grammatiche e sintassi altre, corrisponde l’immersione in una realtà stratificata e storicizzata che cerca oggi nuove strade nel complesso momento della muta. Ma lo statuto differenziale dell’opera è connaturato alla stessa ben al di là dell’apparente condizione di anti-estetica dei linguaggi adoperati. L’estetico, come già accennato, è il politico e una scelta formale anziché un’altra denota posizioni politiche ben oltre le dichiarazioni dell’autore di turno. Al testo, allora, è affidato un compito più grande, anche inconsapevolmente, e risiede nel luogo di un non-detto che appare come piano programmatico di un’esperienza irriducibile alle sole parole. Se con Roland Barthes diciamo che è la scrittura a fondare la pittura, non il contrario, allora ogni passo che oggi compiamo in avanti nella commistione dell’esperienza letteraria è, senza dubbio, anche un ritorno alle origini di una parola, anche quotidiana, che nasceva già poetica (Cassirer) e visiva, performativa e orale. Ogni commistione è una riverenza accorta che facciamo alla matrice del linguaggio, ogni ostinazione metafisico-assolutizzante-lineare è ossessivamente carno-fallo-logo-centrica (Derrida) e snatura l’esistenza stessa dei linguaggi presupponendo una qualche origine sacra della linearità lirica.

 

Nel 2005 sempre Martin Fowler coniava l’espressione “Language workbench” riflettendo attorno all’ipotesi di ambienti di linguaggio multipli e condivisi. La programmazione, per Fowler, diventava “orientata al linguaggio” più che agli oggetti e, in fatto di scrittura (creativa e non), questo passaggio si registrava con maggiore forza dagli anni Novanta in seno a net.art e net.poetry dove, di fatto, la manipolazione del DOM, della pagina web era, essenzialmente, una manipolazione linguistica. Quanto teorizzato da Goldsmith è in essere dagli albori del web perché è proprio questo che ha portato al paradigma ultimo, per ora, dell’immersività nel linguaggio in cui l’uomo si trova a vivere, perché mai come oggi la natura del linguaggio è immersiva. Il passaggio verso l’infosfera è un cammino iniziato nella seconda metà del Novecento, ma, a dire il vero, già nella prima metà, in linea con le evoluzioni tecniche e sociali e, come aveva profetizzato Lyotard un giorno gli stati sarebbero arrivati a contrastarsi per il controllo dell’informazione (i recenti casi di Cambridge Analytica o dell’ombra della manipolazione delle ultime elezioni americane). Se per Heidegger il mondo è colto in un doppio vincolo, elemento paradossale di per sé in quanto sì ci precede, ma è allo stesso tempo dall’uomo preceduto perché fondato dal linguaggio che tutto permea, tutto avvolge, allo stesso modo l’uomo è preceduto e fondato dal linguaggio che lo avvolge sin dalla nascita. Ma questa è oggi una condizione ben più estrema, in cui l’immersione nel linguaggio non ha eguali in nessun’altra epoca. Per riprendere, in fatto di immersività, l’esempio di Goldsmith relativo alla manipolazione di un’immagine per mezzo di in un testo inserito o sottratto aprendola proprio in un editor di scrittura, possiamo, ancora tramite Fowler, tracciare un parallelo con l’esperienza dell’informatico che sempre nel 2005 parlava di “Illustrative programming” portando l’esempio di un foglio di calcolo dove, infatti, ad ogni modifica non vediamo le formule che la permettono, ma il risultato, proprio come per l’esempio “glitch” di cui sopra.

Il linguaggio diventa “ubiquitous”, per riprendere una formula usata da Bill Evans nel suo libro “Domain driven design”. Si tratta allora di una lingua trasversale che attraversa tutti gli ambiti e si pone in comunicazione con l’esistente. Dall’idea di una programmazione orientata alla lingua e, dunque, ubiqua, ai concetti di “modelli di dominio” che vanno a definire l’area di interesse e la relativa lingua, possiamo procedere passando attraverso la scrittura che nella condizione di contestualizzazione del linguaggio, come avviene negli ultimi anni nell’informatica, dovrebbe ritrovare un senso. Ogni parola porta con sé un bagaglio storico, certo, ma questo, come nel caso del termine “frammento”, va contestualizzato pena l’impossibilità di attingere alla ricchezza della parola. Sarebbe folle privarsi del valore di una parola, ancora come “frammento”, perché ci si sente in dovere, a sproposito, di tirare in ballo la “poetica del frammento” ad ogni utilizzo del termine, quando tale poetica andrebbe chiamata in causa solo nel caso in cui l’uso del termine sia radicato a quel determinato contesto. Così per altre parole. La definizione di un dominio come area di intervento presuppone per l’appunto la contestualizzazione della lingua.

Definire un dominio, contestualizzare la lingua, significa porre in essere la connotazione di un “campo”:

 

«Pensare in termini di campo significa pensare in maniera relazionale […] In termini analitici, un campo può essere definito come una rete o una configurazione di relazioni oggettive tra posizioni. Queste posizioni sono definite oggettivamente nella loro esistenza e nei condizionamenti che impongono a chi le occupa, agenti o istituzioni, dalla loro situazione (situs) attuale e potenziale all’interno della struttura distributiva delle diverse specie di potere (o di capitale) il cui possesso governa l’accesso a profitti specifici in gioco nel campo, e contemporaneamente dalle posizioni oggettive che hanno con altre posizioni (dominio, subordinazione, omologia). Nelle società fortemente differenziate, il cosmo sociale è costituito dall’insieme di questi microcosmi sociali relativamente autonomi, spazi di relazioni oggettive in cui funzionano una logica e una necessità specifiche, non riconducibili a quelle che regolano altri campi» (P. Bourdieu).

 

Se è vero che in ogni campo opera e si produce un determinato capitale simbolico, è anche vero che questo necessita di ulteriori precisazioni, contestualizzazioni e aggiustamenti all’interno dello stesso dominio soprattutto in un’epoca in cui questi ultimi risultano trasversali e le palizzate abbattute. In un tempo in cui il gioco è, deve e dovrà essere quello del rimescolare le carte, uno dei pochi campi certi appare quello della contestualizzazione dei termini. Testo e contesto come forma di definizione del campo d’azione è quella condizione che permette la conoscenza dei campi e la conseguente messa in crisi degli stessi, aprendo in modo significativo e proficuo alla contaminazione.

User story e casi di test descrivono, in informatica, da un lato il punto di vista dell’utente, dall’altro le operazioni di questi, le quali vengono astratte in modo che possano diventare elastiche e non essere inadeguate ai cambiamenti d’interfaccia e sistema.

 

given a returning customer has ordered “aretha – complete cd collection”
when the customer requests tracking
then the system displays “your tracking info will be in your email.”
and the customer receives a tracking email

 

Da questo esempio di caso di test emerge come la lingua, radicata all’interno del dominio, venga esplicitata in forma astratta. Bill Wake sottolinea come un buon Test Case debba essere astratto, non descrittivo, per meglio adattarsi ai cambiamenti e alla funzione piuttosto che alla mera catalogazione. L’adozione di determinate formule nella scrittura poetica ci riporta allora al tema iniziale dell’astrazione e della duplicazione. Un caso di test risulta sì sotto effetto d’astrazione, ma è ancora archiviabile nell’alveo della duplicazione grazie alla sua salda adesione alla funzione con cui è in stretta relazione. L’astrazione allora è ridotta all’osso e nel dominio la supremazia è affidata alla duplicazione, ma in questo caso ciò che vince è l’effetto, brechtiano, dello straniamento. Quanto meno vicino alla poesia risulta un testo, tanto più all’essenza della stessa si avvicina. Tanto più appare povero d’invenzione, tanto più ha nell’invenzione il motore stesso della sua esistenza.

 

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