Luc Fierens, Ces chirurgiens qui opèrent l’àme, indekeuken, 06/2017
Francesco Aprile
2017/12/25

 

Fu un bel momento quello in cui
ciascuno poteva parlare all’altro,
anonimo, impersonale, uomo tra
gli uomini, accolto senz’altra
giustificazione che quella proprio
di essere un uomo.

Maurice Blanchot,
Michel Foucault come io l’immagino

 

 

L’esperienza poetico-visiva di Luc Fierens, ben radicata dagli anni Ottanta sul versante dell’impegno politico, torna in una nuova veste con la quale il poeta visivo belga porta ad ulteriore evoluzione quella poetica di tagli e cambi di prospettiva a lui tanto cara. La persistenza dello sguardo e del taglio di Stelio M. Martini nell’opera di Fierens è qui oltrepassata per mezzo di una serie di elementi oppositivi che affidano “l’apertura” dell’opera non più soltanto al taglio come dinamica di una nuova prospettiva, ma ad una costruzione dello spazio che è prima di tutto costruzione politica dell’umano, dove l’immagine della Arendt, attraverso il ricorso a passi estratti da sue opere, appare condizione “prima” dalla quale germina il resto, cementificando l’opera in un tutto che nella distanza della “visione” predispone i mezzi per la “scrittura” stessa dell’opera. Qui il taglio di Fierens si fa via via più preciso, più netto in quanto non è più, o soltanto, il taglio contrastivo fra sguardo femminile e immagini di violenza a determinare l’incastro dei materiali, ma la cadenza riflessiva di una distanza che nella visione si fa scrittura che modula l’intenzione politica.

«– construction de distance –
                                                                             grâce à elle, j’ai recommencé à écrire»

L’indirizzo scelto da Fierens per il suo lavoro è già presente nel titolo dell’opera. Una chirurgia per l’anima la quale si presenta sotto forma di testo poetico-visivo che della sottigliezza del taglio ha fatto il valore aggiunto di un percorso che parla di «pas de perspective de fuite», restando saldo in questo mondo di guerre, violenze e disuguaglianze sociali. Fierens non indietreggia, si immerge nella storia e attraverso l’opera della Arendt predispone lo spazio delle immagini a interessanti letture del nostro tempo. La donna trionfa ancora come centro nevralgico dell’opera e della visione del mondo in quanto il ricorso alla figura femminile è qui, più che altrove nell’opera di Fierens, ancorato al “fantasma” del pensiero politico della Arendt che modula la struttura poetica del libro, in quanto per la Arendt la funzione politica è tale, e lo è per eccellenza, in quanto risiede nell’esperienza femminile della maternità intesa come incominciamento; da qui, il rifiuto della verticalità maschile che Fierens evidenzia nell’iterazione di figure femminili protese in avanti, inclinate o, ancora, in posizione fetale tali da farsi espressione, attraverso la Arendt, di quel sovrappiù di umanità e apertura, dunque di senso e visione felice del fare che ci pone gli uni di fronte agli altri in qualità di uomini colti nel cominciamento.

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