Su “Underwood” di Ruggero Maggi (from Asemic open call)
by Emma Zanella

 

 

Nell’opera fondamentale della mitologia greca, la Teogonia di Esiodo, il Caos è la figurazione iniziale, seguita poi da Gaia (Terra) dal Tartaro e da Eros. Si dice subito dopo che dal Caos nacquero Erebo e la Notte e che dalla loro unione nacquero l’Etere e il Giorno. Il termine “Caos”, derivato da “spalancarsi”e “aprirsi”, viene qui utilizzato con l’accezione di “abisso” e “baratro”; il Caos è infatti descritto come tenebroso e ad esso è riferibile il senso di una grande voragine, quella forse che separa il cielo dalla terra. Il Caos inoltre è sempre collegabile in un rapporto di dipendenza con l’oscurità, la Notte: “Dal Caos nacquero Erebo e la nera Notte”, scrive Aristotele (…), riferimento significativo dato che l’oscurità come fonte e origine delle cose sembra essere un elemento emblematico nella mitologia primitiva; si ritrova nella cosmogonia orfica e anche in molti miti non greci.

La preminenza della Notte, dell’oscurità come origine delle cose si coglie come primo dato sensibile nella grande opera site specific di Ruggero Maggi,  per la quale la frontiera tra due condizioni di luce diverse, la luce tradizionale  a incandescenza che illumina vuote pareti espositive e la luce di Wood che rivela l’essenza dell’intervento pittorico, è data proprio dal buio, dell’oscuramento, senza il quale l’opera  non sarebbe.

Si tratta, ovviamente, di una frontiera la cui origine risiede nel movimento, nel passaggio, nel trascorrere da una condizione ad un’altra; dall’assenza e dal silenzio dello spazio bianco che accoglie il visitatore, allo stupore di immagini, di segni, di scritture e graffiti fluorescenti, rivelati improvvisamente dal Wood. Dal superamento del confine emerge un ordine nascosto, più inquietante ma ben più coinvolgente e denso di richiami significativi, suggestioni, alterazioni. Emerge il Caos.

Proprio la scritta Caos è al centro dell’opera, è il cuore pulsante da cui segni, scritture e immagini hanno origine, concettualmente ed anche visivamente.

 Per cominciare Maggi non ha scelto un segno grafico qualunque ma ha ingrandito, trascinato e   fatto esplodere l’immagine di copertina del testo Caos. La nascita di una nuova scienza di James Gleick (BUR, 2000), testo guida per Maggi e per chiunque affronti oggi la teoria del Caos.

“Dove comincia il Caos si arresta la scienza classica – scrive nel prologo Gleick – Finché il mondo ha avuto fisici che investigavano le leggi della natura ha infatti sofferto di una speciale ignoranza, sul disordine presente nell’atmosfera, nel mare turbolento, nelle fluttuazioni delle popolazioni di animali e piante allo stato di natura, nelle oscillazioni di cuore e cervello. L’aspetto irregolare della natura, il suo lato discontinuo e incostante, per la scienza sono stati dei veri rompicapo o peggio mostruosità. Ma negli anni Settanta alcuni scienziati, negli Stati Uniti e in Europa, cominciarono a trovare una via per orientarsi nel disordine. Erano matematici, fisici, biologi, chimici, tutti alla ricerca di connessioni tra diversi tipi di irregolarità (…). Ora che la scienza lo sta cercando, pare che il Caos sia presente dappertutto (…)”.

La teoria del Caos dunque nasce quando la scienza classica non ha più mezzi per spiegare gli aspetti irregolari e incostanti della natura.

Se nella scienza classica il Caos era, per definizione, assenza di ordine, oggi è inteso come ordine complesso dove le regole dell’antica idea di armonia hanno lasciato il posto a sistemi dinamici, non deterministici, partecipi al tempo stesso di ordine e disordine, equilibrio e non equilibrio.

La nuova visione della natura oscilla dunque tra condizioni vincolanti e libertà tra loro dinamicamente convesse.

Tutto questo significa da un lato trovare nuove risposte agli interrogativi e allo sguardo critico sul mondo; dall’altro, nel campo specificatamente artistico, approdare a immagini e a interventi consapevoli delle prospettive aperte dalla scienza e dunque mettere in discussione, uno dopo l’altro, tutti i fondamenti del sapere e dell’arte ereditati dall’età moderna.

Metterli in discussione, non rifiutarli a priori. In questa logica si muove con lucidità Ruggero Maggi, assumendo su di sé e nella propria opera tutta la forza generatrice che il Caos aveva nell’antichità e le infinite potenzialità aperte dalla Teoria del Caos, non regola, non legge ma fulcro e forza di creazione.  Ho già fatto notare che  in Underwood l’attrattore è la stessa scritta Caos che esplodendo, dilaga sulle pareti, sui pilastri, sul soffitto dando luogo a forme frattali che, con un procedimento identico allo zoom, potrebbero proseguire all’infinito.

Come tutte le forme frattali, anziché perdere di riconoscibilità nel dettaglio, ingrandite, e dunque modificate, si arricchiscono di nuovi particolari e conducono la mano di Maggi (come lo sguardo dello spettatore) verso nuove e imprevedibili immagini.

Sì, perché anche l’opera di Ruggero non è pianificata e progettata tutta a priori, secondo regole e schemi. Si muove piuttosto con andamenti imprevisti secondo dinamiche nascoste, non preordinate, inseguendo i suggerimenti dettati dallo stesso lavoro.Dunque una Teoria del Caos non semplicemente enunciata ma profondamente vissuta da Maggi e, direi, anche da me stessa. Scrivere di un’opera mentre questa sta ancora affiorando con tutte le imprevedibilità del caso è infatti essere già dentro a una particolare visione del mondo, a un processo non deterministico dove il disordine diventa poi ordine.

Il lavoro è veramente a stretto contatto: partiamo da un  progetto, lo modifichiamo fino a giungere ad altro. I confronti sono serrati, senza scontri ma anche senza finzioni.

Ho chiamato Ruggero Maggi a intervenire nel museo partendo dall’esposizione della prestigiosa collezione permanente dedicata alla mail art e alla poesia visiva. Maggi, si sa, è un maestro e un precursore in questo campo, come artista e come curator.

[…] Chiedo invece a Maggi un progetto site specific che possieda le caratteristiche della mail art, la leggerezza, l’ironia, l’uso della parola e dell’immagine fuse insieme, la capacità di trascorrere tra concezioni estetiche diverse giungendo ad una visione dinamica eppure unitaria, senza, necessariamente il supporto della cartolina e della sua spedizione.

Ed ecco Underwood, ambiente plurisensoriale, dove la luce di wood permette di andare oltre al nulla, di superare l’assenza e di scoprire l’ under wood, il sottobosco, ciò che non si vede nell’immediato ma che c’è, esiste, è ben presente. Di scoprire, insomma, tutta la storia artistica di Maggi dagli anni Settanta ad oggi, la sua ricerca linguistica e la sua poetica, articolata ma nel contempo unitaria.

Non mi riferisco, per questo specifico intervento, alla combinazione tra elementi tecnologici e elementi primari che, di norma, caratterizza la natura linguistica dell’artista.

In Underwood infatti la dialettica della materia è davvero ridotta al minimo: luce a incandescenza, luce di wood, medium pittorico fluorescente e la tridimensionalità degli stessi spazi.

Mi riferisco invece a icone centrali nell’immaginario di Maggi, qui riunite a costituire quasi una summa del suo pensiero: l’impronta stilizzata di un uomo sdraiato a terra, le ali di una farfalla; la Mucca caotica, il volto di Einstein, le figure di Alice o di una rana; la tavolozza tecnologica e poi scritte, commenti, citazioni, segni che si disperdono e si rincorrono ruotando tutti attorno alla scritta Caos.

Ogni intervento di Maggi ha le sue radici nel passato e la sua proiezione nel futuro: nel 1988 Maggi viene invitato a tenere in Giappone l’azione performativa Progetto ombra, in memoria delle vittime dell’atomica. Da quell’esperienza la sagoma di uomini e donne sdraiate a terra, piena o vuota, bidimensionale o tridimensionale, diventa un motivo ricorrente nei suoi  lavori, non tanto come ripetizione di un gesto già visto quanto piuttosto come segno significante che emerge, in occasioni e lavori diversi, portando con sé tutta la propria carica evocativa. Lo stesso avviene in Underwood, dove un’intera parete accoglie la sagoma umana dentro la quale scorrono segni e parole che suggeriscono situazioni, riflessioni, pensieri attorno alla natura dell’uomo e alla teoria del Caos.

Analogamente  la rappresentazione grafica di una mucca suddivisa nei suoi tagli di carne e “dedicata” a grandi uomini dell’arte, della scienza, della filosofia,  non è invenzione nuova ma viene  da  una grande scultura tridimensionale realizzata da Maggi, la Mucca caotica, trasformata in Underwood  in segno grafico e riproposta dunque quale  icona di se stessa.

Senza entrare nel merito di ogni particolare e di ogni scelta iconografica  organizzata nel racconto-non racconto di Underwood, ciò che conta è cogliere nell’ambiente di Maggi non una narrazione preordinata e univoca quanto piuttosto la presenza di infiniti nuclei semantici che si schiudono improvvisamente per rivelare, nella meraviglia dell’inaspettato,un mondo quasi sempre nascosto ai nostri occhi.

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