Le parole di Ignazio Apolloni oltre il tempo delle definizioni
by Carmen De Stasio

(…) sondate in profondità e incontrerete altri mondi (1)

Di contro alla sconfitta che l’interpretazione di superficie conferisce alla traduzione comoda di un presente solitario e inselvatichito rispetto a un passato inteso come compatto corpo da smantellare, appare la risposta culturale di Ignazio Apolloni, il quale ha abbandonato il corpo nel febbraio di quest’anno.
La versatilità degli scritti dell’artista-narratore impegnato evidenzia i passaggi culturali e sociali dell’ultima fase del XX secolo; penetra con passo avanguardistico nel nuovo millennio nella costanza di una temperatura sollecita a distribuire energie su piani intersecanti ‒ segni di vertebrata e consapevole destrezza sulla mappa dell’esistere coltivato secondo l’identità di una storia presente in ciò che accade intorno (Wittgenstein)

Verso su volevo andare. Era un sogno da bambino.
Poi però mi dissero che c’era la forza di gravità e l’atmosfera pesante.
(…) Ma nessuno mi convinse che questa forza non si poteva vincere,
e che l’uomo non potesse volare libero nell’infinito (2)

Una storia documentata ‒ quella di Apolloni ‒ che muove dal desiderio di segnare il solco entro il quale far ruotare e avanzare ciò che esiste nel segno della persuasiva rotta intrapresa dalla scienza e assestare il suo scopo della vita; la transeunte fase verso l’avvicinamento al sapere. Questa la maniera per decretare l’esser uomo mediante indagini conflittuali nelle deduzioni e nelle induzioni, ricorrenti come una pletora di esponenziali criteri filo-antropologici che rasentano la filo-somatologia nell’identificazione tra narratore e storia in narrazione; in un contatto super-mentale che coinvolge le tematiche e le vicende sullo sfondo di un esistere basato sull’esigenza di condividere l’eredità di competenze al servizio di tutti, ma non sempre sostanziato in riconoscimento e in comportamento.

(…) Ho affidato dunque, a queste poesie impossibili, il compito (…) di demistificare l’immagine che ci eravamo fatti di certi corpus e stilemi, con l’intento di svellerli dalla loro radice «culturale», per farli quindi viaggiare liberamente nello spazio del fantastico dove tutti possano coglierli, privi però degli attributi «necessitati» dalla loro (e voluta dagli altri) dislocazione storico-culturale (3)

Assunto il fatto storico quale registrazione documentale di elementi riconducibili tanto alla grammatica costruttiva del parlante-pensatore-Apolloni, quanto alla semantica da cui ha scaturigine la situazione attuale, l’intera narrazione si struttura su dati comprensivi caricandosi di un accresciuto sapere scientifico comprovato da nessi esperimentali, di visto e non-visto, percepito e via discorrendo, per prescindere dalla nebulizzazione degli elementi in un’astratta raccolta anamnesica di quanto sia pertinente l’individuo, in grado di ridurne il valore in quella che A. Zanzotto definisce bla-bla imbalsamati sorretti da sogni fasulli, che nulla hanno né di utopistico, né tantomeno di distopico.

(…) Noi dunque dell’Intergruppo, se vogliamo essere produttori di cultura (non ri-produttori di ideologia …) dobbiamo saper leggere razionalmente fuori di noi, sapendo però che rileggendo il tutto irrazionalmente dentro di noi, aggiungendo cioè la componente onirica del sapere, potremo avvolgere di bello e “stupefacente” le nostre convinzioni politiche e sociali, filosofiche e ideologiche (4)

Si tratta di fuga dall’omologazione mediante un progetto per anaclasi: incessanti sostituzioni forgiate lungo il percorso rinnovato per corrispondenze volumetriche e cromatiche in una prospettiva morfica nuova. Sul medesimo schema logico-linguistico si regge la funzione della scrittura quale documento tanto informativo quanto proiettivo-generativo, in una maniera che consegue effetti di oralità e garantisce coerenza coesa all’interno dei discorsi.

Sono diventato un produttore di libri-oggetto a causa di un viscerale amore per la carta stampata, al punto da diventare un libro io stesso.
(…) Liber è un nomos, e per ciò stesso già designa una parte del mondo. A differenza però di altri nomi il libro quel mondo lo contiene e lo preserva dalla disgregazione. Può succedere che la forma subisca delle trasformazioni, il libro mai. Là dove c’é il parlato (parole e nomi) ci sarà sempre un libro. Per perpetuarne l’immagine tuttavia bisognerà sempre dare alle parole una forma. Da cui é nato il “Lettrisme” e più recentemente il “lettering” (5)

Basilare il ruolo di chi parla e scrive: l’impegno a saper dire, a partire da cosa/cose, va a implementare l’etimo di evenienze, la cui riconducibilità é a diatesi, ovverosia, segue un legame tra soggetto e atto conseguente. Il che motiva ulteriormente la valenza provvisoria della scrittura; restringe il campo delle funzioni a una transitorietà come bene condiviso e ‒ nei termini di Apolloni ‒ come transeunte fase verso l’avvicinamento al sapere.
Allora, cosa valutare ai fini di un compendio logico-tematico della traccia segnata da Ignazio Apolloni? Innanzitutto, la riappropriazione dei codici del libero arbitrio dalla direzione degli scenari culturali nei loro presenti, in una simbiosi fatta d’intuizione, memoria, procedimenti d’indagine a tema e, fondamentale, tutta la gamma di esperienze letterarie, stilistiche, cultural-esperienziali che danno consistenza all’itinerario di saggezza. Con ciò si potrebbe spiegare il motivo per il quale W. Ong parli di grammatica derivante da segni misteriosi, addirittura sentenziata in scrittura come rappresentazione ideografica di elementi oscurati, ma esistenti. In tal senso il lavoro scritturale di Apolloni condensa una sensibilità in movimento riferibile (anziché alla descrizione del pensiero) all’ampiezza cinematografica, il cui valore è nell’anamorfosi – luogo in cui si realizza la germinazione di un partecipativo effettivo al discorso.

(…) si tenga conto che qui non muore nessuno: o se si preferisce, che qui tutti rinascono sempre (6)

Evidente che la linea di percorrenza appaia di tipo geodetico, pari a meccanismo di parola traghettatrice di meditazione e implice di azione in contrasto a meccanicismo di parola ventilata, sfuggente, desostanziata. Così l’attività scrittoria di Apolloni si determina in una struttura (linguistico-comunicazionale) idopoietica che si diffonde in una sommatoria anti-euclidea di linee, curve, tonie, cromie, deviazioni e interrogativi:

(…) La parola-simbolo è simbiosi di messaggio discorsivo e di messaggio visivo, diviene il linguaggio di “polis” per la sua ambivalenza di lettura, così che il fruitore possa attingere dall’una o dall’altra lettura, o dalla commistione dei due linguaggi (…) il messaggio che l’operatore gli ha proposto (7)

La storia delle narrazioni apolloniane si svincola dai contenimenti di un consueto viaggio ridotto a brevi note, per trovare risposte che permettono di traghettare verso gli orizzonti possibili, dove le costruzioni mentali si concretizzano in gesti. Un’idea, questa, che consente di accostare la traccia di Apolloni all’empirismo di J. S. Mill. Mill riteneva che il progresso traesse origine da un’energia mentale («Liberty», 1859), possibile nella realizzazione attraverso l’educazione e un concepimento innovativo d’arte, fruita dall’uomo in grado di esprimere propri pensieri (J. Ruskin) e non già contemplata con distacco reverenziale (il che riporta a B. Franklin, per il quale l’uomo debba agire di prudenza). Da qui una realtà che tale appare solo perché si libera dall’isolamento laboratoriale e accede al cuore dell’esistenza dell’uomo con il questionare intorno alle faccende che lo riguardano, delle quali il presente è solo «una» delle componenti. Evidente Apolloni mantenga la volontà attuativa di superare le limitatezze ed esaminare la gestione della conoscenza nell’onnicentrico saper conoscere e portarsi a conoscere.

(…) Come dire che l’enciclopedia non può fare a meno del computer se non vuole che la parcellizzazione finisca con l’occupare tutto il campo semantico del proprio sapere pretendendo che questo sia il tutto (8)

La macro-area in cui si muove Apolloni acquisisce una caratteristica anamnesi tropica che rimanda ad Austin, per il quale le parole fanno le cose, in ciò manifestando una valorialità performativa. Così intesa, l’oralità veicola il passaggio da coesione segnica a coerenza di un riconoscimento aniconico per ampiezze, volumi e peculiarità intrinseche. Una condizione finalizzata a esiliare il pericolo dell’avanzante stato di clonazione, di uguaglianza paralizzante, e cedere a un’esigibile ibridazione che riconosca la qualità dell’imprestito e della pluralità.

E non è che non ci fossero allora delle idee. Fisse o scaltre che fossero (…) per quindi fare stare tutti con il naso in su impietriti e inebetiti dalla ridda di nozioni, pozioni e lezioni da imparare per farne un patrimonio comune senza nocumento alcuno per alcuno come a dire che altrimenti il sapere si sarebbe disperso nel mare delle cose dette, dette male o non dette affatto (9)

Visibilmente, vasto contributo è dato da una trama di parole dalla potenza fonica, fono-morfologica e sintattica; costituita dai loro legami e dalla regolamentazione di segmenti tra le parti, conversi in dettagliate realtà che presuppongono un disegno superiore. Altro non è che la tecnica impressionista dei puntini cromatici delineata da Blanc e largamente usata da Seurat per analizzare il colore, al fine di catturare la natura intrinseca dei pigmenti (materia) e la loro reazione alla luce (energia).
Oserei dire che Apolloni adotti la medesima tecnica per fertilizzare la sua sete di sapere:

(…) Non sarà questa la ragione per cui rimugina, ribadisce a se stesso il convincimento che egli e l’intero mondo occidentale dominato dal cattolicesimo è indietro, rispetto al futuro, di almeno cinquecento anni? (10)

Ecco la resilienza, già tradotta dal nostro in Vorrei che dopo lo zero ci fosse l’uno.
Nell’«uno» simbolico di nuove partenze é l’eredità antroposofica di chi ha dato corpo alla rivelazione di una mordace confidenza con i rapporti dell’esistere e dell’essere fino al divenire. Nel desiderio di saper leggere è il riscontro di un pensiero-agire eliotropico (volto verso la fonte di luce – il sole) piuttosto che eliografico (atto riproduttivo e artificiale), così da elicitare il maggior numero di territori. In questo modo Apolloni struttura una valorialità olistica che suffraga, accanto alla ritenzione di un obiettivo (risalente al sapere quale prefisso a ciascun’azione), la cadenza e la verbalità del percorso piuttosto che la conclusione. Il che riporta all’indeterminatezza di una società volta al fine materiale, stante le parole di Marx.
In questo la sapienza su cui fa leva l’intero questionare logico del narratore-Apolloni:

L’umanità è indietro rispetto al futuro e deve perciò recuperare il tempo perduto (11)

L’autore sembra ovviare all’idea ottimista della caducità dei luoghi comuni (B. Russell), fronteggiandola come terreno di conquista di un’eterna transitorietà che logora lentamente ogni cosa, ma che si trattiene sul suolo umano a distinguere una sorta di negativizzazione della deleuziana deterritorialità. A dare ordine è la dotazione volontaria della volontà, sulla quale la linguistica (soprattutto costruttivista) poggia per distinguere tra apprendimento ed educazione. Orbene, la storia narratoria di Apolloni conclama lo sbrindellamento delle rigidità sia dell’apprendimento che dell’educazione con un linguaggio tecnico che traduce il meccanismo del fare, le cui regole disciplinano la volontà di conseguire risultati accessibili a un viaggio ininterrotto.
La maniera sembra mettere d’accordo il significato utilitaristico di Mill con la volontà quale unica realtà decretata da Schopenhauer.

(…) La natura, come cosa imperfetta, è all’origine dell’imperfezione dell’uomo quanto lo è la parola in rapporto all’uomo che la usa (…) (12)

Anticipato da segnali sul pensiero infinente e leale alle capacità dell’uomo, Ignazio Apolloni devia verso un traguardo consolidato da ricerche, affidandosi alla potenzialità e al volume di memoria, sì che emergano le diverse angolature di centri nevralgici coniugati con l’evoluzione della civiltà, al fine di contrastare la banalizzazione del sapere con la concretizzazione del sapere. In questo s’inserisce il quesito costante, congegnato sulla scelta di vivenza di contro a sopravvenienza assimilabile a un cubo di Rubik.

(…) avevo avuto ragione nel sostenere come la verità non esista senza la ragione, ma per farmi una ragione di ciò che avevo affermato avrei dovuto tenere indenne la verità dalla fagocitazione che la ragione è sempre pronta a farne. (13)

In questa luce si comprende l’incidenza accelerativa dei quesiti che muovono l’artista-autore sin dall’esordio nella letteratura, anche in forma di poesia. Nulla di strano se si pensa che il suo inizio fattuale coincida con l’alba dello sconvolgimento tecno-culturale che attrae l’Italia negli anni ’60 del XX secolo. Nell’ardire dei gruppi di cultura alternativi (cito l’Intergruppo-Antigruppo, cui Apolloni dà vita con altri intellettuali siciliani e non solo) esiste un fondo di respingimento nella localizzazione temporale di tendenze che, invero, appaiono superate, e che tuttavia si assestano nel ruolo di maestre di vita.

Ma poiché l’uomo si nutre di parole, di sistemi di segni, di suoni, e ad essi risponde/obbedisce in sequenze/reazioni biochimiche che così sprigionano potenti energie oggi si pone, per gli altri come per noi, il problema dell’uso/fine di questa energia e perciò stesso il problema dell’arte come guida liberatrice di questo potenziale energetico/genetico, fondamentale del bene e del male nell’uomo e quindi nella società.
È dunque attorno a quest’arte che bisogna lavorare tutti insieme noi dell’Anti consapevoli però che demagogia e democrazia continueranno a governare le sorti dell’uomo (…) (14)

Si ribella, Apolloni, alla coltre entropica che, rasentando l’assurdo, sembra la carica dei sopravvissuti in un mondo a latere. A ciò potrebbe aderire la riflessione di G. Einaudi, il quale, sporgendosi sulla realtà del suo tempo, vedeva l’incontrastato sorgere del nuovo orgoglio di chi non legge. Trasmutato in piacere del non-leggere (con tutte le implicazioni possibili), l’orgoglio è riferimento alla non-volontà di condividere un limbo culturale che più si addice al singolo. Il problema riguarda l’obiettività descrittiva inerente aspetti macroscopici, su cui s’insedia la duplice visibilità emozionale: provocazione contro rassegnazione. In entrambi i casi si tratta di una risposta per scelta, sì che la cultura non sia bene accessorio, ma necessità.

Riflusso dunque come ricerca di nuovi miti; (…)
Certamente sì se la mitologia, coagulando l’elemento fantastico intorno alla rappresentazione dell’idea, tende a distruggere le turbolenze che invece pretendono di arricchirla costantemente di senso, o a ripudiarla se quel mito-idea esce fuori dal senso della storia; e questo è quanto ci pare stia accadendo, con il conseguente nostro atteggiamento di rifiuto del riflusso per lasciare sempre vivo lo spazio dell’immaginazione e del fantastico (15)

È nel luogo dell’uomo raffinare tutte le possibilità per scopi di utilità. Non appaia ciò abusivo, giacché, in quanto necessità e non bene accessorio, il portar(si) a conoscenza ha inizio dall’utilità sulla quale poggia il mantenimento o il licenziamento di quanto si acquisisce. Tanto più utile sarà, tanto più fermamente supererà le fasi critiche del tempo.

Sotto le ceneri del ’68 rimase la recriminazione dell’inconscio collettivo letterario di non avere saputo opporre allo spreco della ricchezza materiale altro se non verbosità speculativa, omologa talvolta e connivente quasi sempre (e perciò vile) con la società degli industriali che detenendo i mezzi di comunicazione di massa, alla tradizionale letteratura del sopore avevano preferito l’otto volante o le montagne russe della pirotecnica avanguardia che abbagliava, stupiva e lasciava col naso all’insù (16)

In questa maniera si consolida la parola apolloniana in performance proiettiva, nella cui atmosfera aleggia il potenziale confronto tra discorsi e meta-discorsi: parole-segnaletica e segnali linguistici infiniti nell’aspetto sincronico-diacronico, fonetico, fonologico, morfologico, sintattico, come già detto. Da ciò la risposta nello stile di autore di libri costruiti con parole (o meglio: registrazioni di fatti che aprono a nuovi fatti): nessun cedimento alla lusinga di un io narrante poderoso e sconfinato. Anzi, congeniale appare l’intensa consonanza con i poemi eroico-epici della cultura orale, con un’ampia trama a immobilizzare eventualità sempre coniandone lo scopo.

(…) la demografia la de-
monia parolaia della parola arcaica, mitomane, del mito della
parola del mito di Ercole di Sansone delle colonne del tempio
abbattute dall’eroe quando è noto che le leggi della statica sono state mutate […] (17)

Tutto ciò comporta una crasi senza presupporre una contrazione delle parti ‒ libere per scelta di attivare un’integrazione coerente, al di là della coesione strutturale (inesistente se priva della primigenia coerenza). L’autore si avvale della compromissione tra un pensiero attinente il sapere che miscela tanto la palingenesi quanto la protogenesi nelle concomitanze meditative. Ovvio che tutto sia validato per l’alto contributo dell’intelletto, la più nobile delle facoltà nell’evidenza dei sensi.
Orbene, se scopo dell’essere sia nell’essere, così come nell’essere siano facoltà trascurate che dovrebbero distanziare l’uomo dal trascendere l’onestà comportamentale, una violazione sarà il commettere azioni contrarie all’uomo in sé. Se si lasciasse tutto questo in un terreno irrazionale, in un silenzio incolore (18) e come tale individuato, poco male: rientrerebbe nel bla bla (Zanzotto) volteggiante. Epperò, quando si escogita di allargare il campo di verifica qualitativo in ambito quantitativo, s’incorre nel rischio di perdere di vista l’ordine razional-matematico che regola la natura, andando a inficiare l’impostazione sperimentale, irresponsabilmente acquisita in ignavia. Privata dell’esaltazione conoscitiva.
L’alea epagogica del conoscere spinge Apolloni a esprimersi come segue:

Avendo vaticinato e conclamato il Dopo come termine ultimo della ricerca scientifica mi accorgo ora dell’inesattezza della formulazione alla luce delle cose dette sopra (…). Mi sfuggiva infatti l’ipotesi dell’à rebours che renderebbe l’universo inconoscibile del tutto e ancor meno indistruttibile per volontà dell’uomo. In altri termini viviamo all’interno dell’eternità (19).

La distraente torsione (si potrebbe aggiungere: tra esistenza e vita) ha valore temporaneo, ma spesso si solidifica nell’immagine mentale di un’immediatezza pari a intuizione, che, al contrario, corrisponde a riscontro provvisorio. Questo ne caratterizza l’irrazionalità per un motivo specifico che cercherò in questa sede di spiegare. La distraente torsione accelera di pari grado la dismemoria, portando a un paradossale congiungimento dei due tipi di memoria finora scoperti: quella diretta ‒ legata a meccanismi impliciti di cui sono detentori gli esseri viventi ‒ e la memoria costruttiva che, partendo da eventi, parole udite, situazioni, eccetera, sia in grado di avvalersene per apportare un tassello alla crescita.
La dismemoria (tutt’altro rispetto all’ecmnesia) frantuma il principale impegno dell’uomo con il voler sapere riguardo all’essere nell’universo, in favore di un più sbrigativo utile privatistico, che soddisfi una fruizione pratica. Sistemato nell’atmosfera ingannevole tendente alla promessa di mantenere il posseduto, nell’atto di autocelebrarsi nell’imminente piacere, l’uomo rinnega la vocazione al conoscere, scollegandosi da tutti i ganci che dovrebbero consentirgli di avvertire la vita. Essi stessi nutrimento di vita.

(…) ciascuno di noi è Dio, già per avere pensato che possa esistere ma sopratutto per il potenziale di creatività che l’uomo di oggi, e quelli che verranno, hanno.
(…) Il tutto prodromico alle conquiste ulteriori cui è destinato l’uomo: così identificandosi con colui che dopo avere creato l’universo si è eclissato lasciando agli uomini il tormento di cercarlo (20)

Sono le scienze posteriori alla nuovissima scienza (XIX secolo) che decretano il ripensamento delle facoltà, tanto da alludere a orizzonti d’applicazione totali sui componenti dell’uomo=corpo + ragione, dualismo mutuabile in filosofia e scienza. Penso al problematicismo di U. Spirito, al quale, ritengo, si colleghi il carattere saliente nel processo del sapere e che coinvolge Apolloni nel tenersi a distanza da qualsiasi definitività.

Centosessanta giorni di ibernazione bastarono perché le fiamme della rivoluzione dilagassero fino ai confini dell’Europa e fu così che la Sorbona divenne di casa a Palermo. (…) Furono momenti febbrili, di incontri, di progetti, di letture. Cercavamo gli autori del dissenso al conformismo ed intanto scrivevamo poesie, recitavamo versi, redigevamo proclami (21)

Poiché l’essere si riscontra nel divenire, si terrà fuori dal soggettivismo centrico per avvantaggiarsi di un onnicentrismo derivante dalla confluenza di coscienza e sapere. Emerge così l’immagine di quello che Spirito chiama cervello composito quale orizzonte della scienza per raggiungere una nuova conseguente autocoscienza. Il ruolo della scienza è insostituibile ed é oltre il pensiero stesso. Nel caso di Apolloni si potrebbe dire sia la modalità particolare di pensiero a condurlo verso la scienza.

La parola (la phonè) e la scrittura (l’ideogramma) hanno certamente raccontato il mondo, ne hanno reso più facile la comprensione ma hanno anche limitato l’universo sensibile. Senza la parola prima, e la scrittura poi, non avremmo coscienza di noi stessi, ma vivendo con loro abbiamo finito col perdere il senso dell’infinito (22)

Si può ammettere che Apolloni si rivolga all’uomo nella fase di risveglio dalla lunga infanzia, nel corso della quale è finito nella trappola ambientale ridotta a specchio di sé. In essa, al fine di sfuggire, l’uomo ha favorito la forza fisica, dimenticando che la sua energia dipenda dalla congiunzione di corpo e mente; che tramite il linguaggio si consolidi il rapporto fisicità-ragione, sì da creare una sostanza di memoria.

«Cosa fa di un istante l’immenso?» Ma per noi lo era, se si pensi all’intensità con la quale fin qui avevamo vissuto il nostro viaggio (23)

Così la questione riguardante cosa sostanzi l’uomo prende incidenza dalle scoperte con le quali si è in una continua negoziazione. Il fatto che una corposa percentuale delle potenzialità umane sia dovuta a quanto sia stato acquisito nel tempo, conferisce una dimensione parificabile a spazio-tempo, più che a spazio e tempo codificati in allineamento:

[…] apparentemente impossibile sembra già l’appropriazione del tutto quale finalità della conoscenza (24)

Come insegna la scienza, una larga percentuale di ciò che distingue la natura umana si comporta a seguito di un’acquisizione dipendente dall’ambiente, dalle frequenze, da condizioni che incitano e diversamente sollecitano la minimale percentuale genetica. Per questo motivo il temporaneo prevede una sperequazione di giudizio tale da scavare un varco tra gli orizzonti che l’uomo pone per se stesso. Il che rientra a pieno titolo nel non-progetto di Leonardo, consistente nell’evitare di promulgare tante sue invenzioni, che pure avrebbero accelerato la corsa al progresso di almeno cinquecento anni, come Apolloni scrive in «DNA». Nel libro egli riprende alcune tematiche tracciate fin dagli anni ’60, anni in cui forte era l’impegno con la scienza. Anni in cui, mai prima d’allora, la tecnologia mostrava un’evidenza straordinaria rispetto alla cultura basata su quella povertà elevata a oggetto di trattazione da vari sociologi, tra i quali O. Lewis.

Cosa farne di miliardi di esseri umani che si trascinano senza alcuna forma di volontà o decisionale? (25)

Non sbagliava Deleuze nell’assimilare la scienza delle soluzioni impossibili di A. Jarry all’ontologia di Heidegger. Oltre tutto, fa rabbrividire che quanto dovrebbe rappresentarsi come un quesito fondamentale dell’uomo tenda a sbriciolarsi dietro pratiche di cosiddetto buon senso. In fondo, in questo sistema si manifesta pienamente la cosalizzazione (26) di cui Heidegger profila la minaccia e che si delinea nella meditazione apolloniana, motivo per cui definisco Ignazio Apolloni uomo del Rinascimento, dell’Illuminismo, del pragmatismo, fino a stabilizzarne la figura in uno spazio aperto post-moderno e ultra-temporale in una motion building (27) che si muove con il carico delle fondamenta di ciascun’esperienza d’ogni genere efficiente. Ora, se è vero che Il potere del linguaggio stia nella sua capacità di creare il reale, la problematizzazione apolloniana è fondamentale per un particolare motivo: una volta distinto il potenziale umano nelle sue facoltà di utilizzare o lasciare arrugginire quanto rientra nell’evoluzionismo eugenetico – resterà da stabilire quali condizioni favoriscano o impediscano l’accesso al conoscere, e tradurre l’accesso al conoscere come impianto per un miglioramento tanto delle condizioni che fisico.
C’é da credere che al futuro saremmo arrivati prima. E quale futuro? Il futuro temuto da B. Russell in E domani? nel quale le azioni avversative di taluni potrebbero portare all’autodistruzione? (la pubblicazione del libro risale al 1962) Oppure il futuro (s)paventato da Apolloni in Astromalie (1973)

(…)
Alla ricerca della felicità nella sapienza
l’uomo è lanciato nella corsa contro il tempo
per conoscerne le leggi, per modificarne il corso,
per sedersi su trono dell’Universo. E dopo? (28)

L’intelletto agisce secondo una campionatura di funzionalità che muove alla maniera individuale, che sarà più o meno libera, disinvolta, impegnata, coinvolta, determinata, quanto più sarà compensata con la consapevolezza di sfruttare le intervenienze come consolidanti impalcature per congelare o trarre vantaggio per una prospettiva aniconica delle angolazioni (sia interne che esterne) in un’azione comune propulsiva. È una maniera che riconosco a Ignazio Apolloni nel particolare modo di concepire soluzioni di pensiero costantemente modificato e potenziato. È la gradualità a evitare l’alterazione e quindi la dispersione del pensiero. Ovvero: sarebbe improponibile, nell’oggi dell’avanzamento del sapere, della tecnica, reiterare affermazioni relative a un tempo-spazio e a uno zeitgeist universalmente validato.

Pensiamo agli animali, soprattutto agli uccelli […]. Non c’è DNA che possa insegnare, non dico il volo, ma le migrazioni secondo le stagioni; lo sparpagliarsi una volta arrivati a destinazione per poi ricomporsi in gruppo coeso esauriti i tempi della nutrizione (29)

Tutto avviene per esigenze riferite a eventi precedenti, orizzontali, quanto circostanziali e quindi deducibili, ma anche rispetto all’obiettivo predisposto, conducibile alla memoria che definisco situazionale, validata dall’azione emozionale, stante Karnel.
Sarà la nuova alba del comportamento umano (Vira Fabra)
Tale affermazione può qualificarsi come variabile per lo spazio-tempo che consente di unificare nel soggetto sia la percezione dello spazio che del tempo in una co-vivenza che soddisfa per molti aspetti la varianza ‒ il che sostiene una svolta nella distributiva abilità di interpretazione dell’essere in quanto Essere – Divenire.
L’ammontare dell’ammontabile in virtù di quanta conoscenza sia posseduta (30)

(…) lo spirito è contenuto nella materia tanto quanto questa contiene il divenire e la Storia (31)
Note

(1) Ford K. W., Il mondo dei quanti, Torino, Bollati Boringhieri, 2006, p. 12
(2) Apolloni I., Roma 1956, in «Antigruppo 1975», Trapani, Trapani Nuova ed., 1975, p.104
(3) Apolloni I., Poesia impossibile, in «Intergruppo», Palermo, Tipolitografica Bonfardino, 1982, p. 22
(4) Apolloni I., Né negri né bianchi, Thione, 6.8.1977
(5) Apolloni I., Perché il libro-oggetto, in «L’immaginazione», mensile di letteratura, anno XIV, Lecce, La Tarantola presso Piero Manni, gennaio-febbraio 1988
(6) Apolloni I., Gilberte, Palermo, Novecento, 1994, p. 357
(7) Apicella R., Poesia Visiva degli anni 72, in Catalogo esposizione «Poesia Visiva Internazionale» Galleria “Il Canale” – accademia 878 b Venezia, giugno 1972
(8) Apolloni I., Understatement, in «Intergruppo-Singlossie», op. cit., p. 6, 7
(9) Apolloni I., Niusia (II ed.), Palermo, Edizioni Arianna, 2012, p. 88
(10) Apolloni I., DNA, Palermo, Edizioni Arianna, 2013, p. 120
(11) Apolloni I., Pensieri minimi e massimi sistemi, Palermo, Edizioni Arianna, 2012, p. 379
(12) Apolloni I., Poesia o scienza, in «Antigruppo», Palermo, 1974
(13) Apolloni I., Racconti patafisici e pantagruelici, Lecce, Manni, 2000, p. 171
(14) Apolloni I., Per un convegno inter/anti/gruppo – La letteratura come scienza, in «Antigruppo», Palermo, 1974, p. 27
(15) Apolloni I., Il riflusso, in «Intergruppo – inter/media anti/gruppo», Palermo, Stampa O.G.M. Soc. Coop., a.r.l., ottobre 1980, p. 5
(16) Apolloni I., La sperimentazione lineare, ibi, p. 5
(17) Apolloni I., Allegoria e (possibile) ascesa di Ratataplan, in «Intergruppo–inter-media-antigruppo», Palermo, Tipolitografia Bonfardino, luglio 1981, p. 29
(18) Gloria A., L’altra voce, 1934 in «Sicilia futurista», C. Salaris, Palermo, Sellerio, 1986, p. 118
(19) Apolloni I., E dopo?, scritto indirizzato a Carmen De Stasio, 2015
(20) Apolloni I., L’insolubilità del dubbio, Lettera a Carmen De Stasio, 26.11.2014
(21) Apolloni I., Storia e pre-historia dell’Intergruppo-Singlossie, in «Intergruppo-Singlossie», Palermo, Grafiche Flaccomio, 1989, p. 2
(22) Apolloni I., Understatement, in «Intergruppo – Singlossie», Palermo, La Tipolitografica, 1985, p. 4
(23) Apolloni I., Gilberte, Palermo, Novecento, 1994, p. 533
(24) Apolloni I., E Dopo?, in «DNA», Palermo, Ed. Arianna, 2013, p. 7
(25) DNA, op. cit., p. 33
(26) Cfr Essere e tempo, M. Heidegger, Milano, Mondadori, 2012, p. 610
(27) De Stasio C., Estetica Generativa ‒ I «luoghi» di Ignazio Apolloni, Palermo, Arianna, 2014, p. 215
(28) Apolloni I., ASTROMALIE (Anomalie Astronomiche), 1973
(29) ASTROMALIE, op. cit., p. 84
(30) Matte Blanco I., Preludi alla bi-logica, vol. 2, Napoli, Liguori, 2003, pp. 44 – 45
(31) Apolloni I., Marrakech, Lecce, Manni, 2006, p. 305

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