Una poesia che sa di uomini e di mondo: Le Nuove Letanie salentine di Carmine Lubrano
by Annalucia Cudazzo

 

Peregrinare in poesia è ciò che fa Carmine Lubrano nelle sue Letanie, un viaggio che lo ha condotto dalla Campania al Salento, precisamente a Roca Vecchia da cui prende le mosse il poemetto, edito nel 2018, Letania salentina e altre Letanie; ma la voce del poeta non è per nulla stanca, anzi il fermento del Sud sembra averla nutrita di un vigore e di una intensità nuovi: nasce così, a distanza di un anno, Nuove Letanie salentine e un PoemaManifesto (Terra del fuoco, 2019). I versi di quest’opera attraggono il lettore grazie alle immagini, vivide, come sempre in Lubrano, ma questa volta piacevolmente mitigate da un inedito sentimento che porta a un affascinante contrasto fra un senso di grazia e di incanto e la ruvidità di elementi della realtà bassi e spesso descritti attraverso un linguaggio rude che non teme di scadere nel turpiloquio. A questo Lubrano ci aveva già abituati in Letania salentina in cui ogni cosa davvero aveva avuto il privilegio di divenire poesia, dimostrando che l’occhio dello scrittore deve essere attento a tutto, che non è l’oggetto a dover avere caratteristiche straordinarie per poter divenire materia d’interesse letterario, ma che è il soggetto a dover adottare il modo giusto di osservare e soprattutto comprendere ciò che si nasconde dietro le apparenze, le unicità che possono dare colore e sapore alla scrittura.

Non è solo il titolo a fare da collegamento fra le due opere, ma anche l’incipit del libro che mette in evidenza proprio la continuità del canto/cammino di Carmine Lubrano: si riprende ad andare in esplorazione delle epifanie del quotidiano, a calarsi a capofitto nella frenesia delle esperienze, con la convinzione che tutto quello che accade porta in sé una buona dose di stimoli capaci di eccitare la mente, sempre pronta a partorire su carta ricordi, emozioni, riflessioni, desideri viscerali che ben si destreggiano e si alternano fra i caotici salti del pensiero. Il lettore è pienamente trascinato e coinvolto in questo “laborinthus” che non può non vagare assieme al poeta, o meglio assieme alla sua poesia, perché l’autore Lubrano è presente in ogni testo, ma senza un’identità precisa, è il cantore che fa un passo indietro per spingere in avanti la realtà che deve essere consegnata alla pagina scritta.

Molta attenzione è data alla fisicità del libro come oggetto reale, non come entità: i due elementi si fondono, contenuto e contenitore diventano un’unica materia dell’opera, creando un effetto straniante nel lettore. Infatti, il “viaggio” delle Letanie riprende proprio a pagina cinque del volume, come si dice nel primo verso del poemetto; emerge così anche l’altra natura di Carmine Lubrano, quella di bibliotecario, capace di osservare le singole parti fisiche di un libro, come, ad esempio, il frontespizio che diviene improvvisamente una parola poetica. Ciò si nota anche dalla descrizione metaletteraria, che si trova nelle prime pagine del testo, della materia e della struttura tematica dell’opera, come l’annuncio della sottosezione per un Poema Manifesto che, come ci preannuncia l’autore, ha inizio “a pagina quarantasette”. Anche attraverso la storia, in particolare quella letteraria del nostro paese, si ripercorrono i temi e i momenti salienti dell’opera.

La continuità fra le due opere non è evidente solo nell’incipit, ma anche nel corso di Nuove Letanie salentine. A fare da sfondo al poeta che “vomita” / canta, abbiamo ancora un contesto antropologico, socio-culturale salentino, dunque non solo relativo all’ambiente naturale; ancora una volta il poeta è a Roca Vecchia (è impossibile per il lettore non riagganciare la mente al ripetuto inizio di Letania salentina e altre Letanie, “e sono qui a Roca i giovani per strada mi chiedono / dov’è la Poesia”, p. 11), fra ragazzi vacanzieri che, però, non chiedono più come arrivare alla Grotta della Poesia; eppure a Lubrano quell’interrogativo è rimasto terribilmente impresso. Aumenta, infatti, la riflessione sull’atto poietico: dov’è l’acqua dolce, dov’è la Poesia sotterranea? Si cercano ora i pensieri dai quali poter trarre parole musicali e adeguate a essere inchiostrate. Riprendendo uno degli ultimi testi di Letania salentina e altre Letanie, Lubrano ribadisce il suo intento di  diffondere il suo “seme”, raccogliendo ogni annotazione di ciò che gli accade, un “diario di bordo” composto da “carte lacerate”, emblema degrado ma soprattutto della consumante esperienza della vita, infatti è il “sangue del mondo” a essere ricercato, la forza viscerale, le pulsioni estreme comuni a tutti gli uomini e che qualcuno dovrà pur farsi carico di estrarre fuori dal “pozzo” dell’interiorità (p. 8).

Questo personalissimo diario di bordo si nutre dello spirito fortemente barocco del Sud e porta a galla i tanti nomi di persone incontrate durante il soggiorno salentino, in luoghi precisamente richiamati: immancabile il paese di Collepasso, ad esempio, e il suo Palazzo Baronale, dove l’autore si trova assieme a Gino (Locaputo), storico compagno di viaggio di Lubrano. Non sarebbe azzardato dire che Nuove Letanie è un report, è il viaggio, non solo dell’autore, ma soprattutto di Letania salentina e altre Letanie: non è un caso infatti che si parli proprio del palazzo di Collepasso perché è lì che Lubrano nell’estate 2019 ha presentato la sua opera. Da lì la successiva tappa è stata la Biblioteca comunale di Tuglie, un paese di cui vengono ricordati anche alcuni cenni storici. Proprio a Tuglie, l’autore scoprirà un inaspettato legame con la precedente opera da cogliere e costruire nella nuova: un collegamento che riprende un personaggio cantato in alcuni testi di Letania salentina, ossia la poetessa Claudia Ruggeri. Ed è proprio la curatrice delle sue raccolte a presentare in biblioteca Carmine Lubrano, finendo inevitabilmente in un testo di Nuove Letanie in cui il ricordo di tale evento e l’immagine stessa di Tuglie si intrecciano indissolubilmente con l’immagine stessa della Ruggeri, di cui vengono ricordati alcuni momenti salienti della sua esistenza. Con una fitta rete di richiami alla produzione della Ruggeri, come sempre fa abilmente Lubrano, l’autore si permette di affermare che, grazie al fermento culturale che si è risvegliato negli ultimi tempi attorno a questa autrice, il “tempo dell’incanto dell’amaranto” è tornato (p. 21) e può davvero “rischia[re] l’infinito” (p. 19), come si diceva anche in Letania salentina (p. 24).

Anche la mosca della copertina di Letania è volata fra le pagine di questa nuova opera, che è ancora una volta un libro da collezione, con spessi fogli di colore avorio, in grande formato, con immagini che li squarciano e distolgono per un attimo lo sguardo dall’accumulo linguistico che fluisce con impeto nei versi. È un ritmo frenetico che riproduce l’estasi dei corpi, il movimento frenetico come quello di chi balla la pizzica o la taranta, la smania di godere e di far partecipare ogni senso a questa totale immersione nel mondo. Riecheggiano canzoni, proverbi, giochi di parole (“kalà merei […] “la giornata è buona”, p. 17), tante espressioni dialettali (napoletane e salentine), che irrompono fondendosi con gli altri versi. L’aspetto fonico è particolarmente curato dall’autore attraverso una serie di figure retoriche; un esempio eclatante è l’allitterazione delle lettere “S” e “L” a pagina undici, che danno l’idea di una forte vibrazione e di uno sfrenato movimento: “taLaSSa taLaSSa a CoLLepaSSo te LaSSe te LaSSe / SuL caLeSSe e chiove e ghieSc’ ‘o SoLe / […] fuoSSo […] / tra oSSi e SaSSi e SeSSo Su SSu rra to / con una Si-biLLa che baLLa saLteLLa al Santuario / di Saffo taLaSSa taLaSSa a CoLLepaSSo / te LaSSe te Lasse”.

L’amore diventa a pieno titolo fonte di canto, come l’amore per una donna che fa trasformare il desiderio di possesso in una delicata premura di proteggerla e nel bisogno di camminare fianco a fianco con lei; l’amore è il sentimento che si prova nel passeggiare assieme al nipotino e al cagnolino, esseri ingenui, incorrotti e spontanei, cui si contrappone l’uomo maturo e formato che si scopre a commuoversi di fronte alla tenerezza di un complimento. Le Nuove Letanie ci rivelano un Lubrano decisamente più romantico rispetto a quello che conoscevamo, ma mai lirico, un poeta che non disdegna la nostalgia e la malinconia, che rievoca il suo passato e tutte le persone che è stato (un sessantottino, un artista di strada, un bibliotecario, un marito, un padre, ma mai un “poeta laureato”, come ci tiene a sottolineare; p. 24).

È una poesia densa di cromatismo, di musicalità, di vigore, una poesia dal sapore umano, della stessa sostanza di ciò che è comune a ogni elemento della realtà. Entra nei versi anche la modernità più rude e fredda, come le voci impostate delle compagnie telefoniche, che riportano al quotidiano e ricordano all’autore che la stagione estiva sta per terminare: il poeta ha addirittura paura di lasciare il Salento e tornare alla vita di ogni giorno, spesso crudele, dove pare che “il tuo dio” sia “scappato” (p. 38), una realtà che deve fare i conti con i gravi problemi che attanagliano la società, come i femminicidi, la povertà , la mafia, l’odio e la violenza gratuiti.

Così Lubrano arriva a urlare il suo “basta con la poesia” (p.44), chiuso nella solitudine della riflessione attorno alla poesia, convinto della cattiva sorte del panorama culturale: ha inizio perciò per un Poema Manifesto perché c’è chi sente la necessità di una “poesia antagonista”, diversa, che non tema di essere tale, in questo mondo che è un “averno profondo” (p. 48), ma che spinge Carmine Lubrano ad abbuffarsi sempre di vita e a non essere mai “sazio d’erranze” (p. 60).

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