Toma poeta della vita
by Francesco Aprile

 

 

“Alla deriva/ c’è invece il mare/ il mare aperto infinito/
alla deriva/ c’è finalmente la vita/ filtrata digerita/
c’è la leggerezza/ del corpo vuoto
S. T.

 

Salvatore Toma (Maglie 11 maggio 1951 – 17 marzo 1987), poeta, in vita pubblicò le raccolte “Poesie, ad esempio una vacanza”, “Poesie scelte”, “Un anno in sospeso”, “Ancora un anno”, “Forse ci siamo”. Nel 1999, a cura di Maria Corti, vide la luce il “Canzoniere della morte” per i tipi di Einaudi.

Quella di Toma è una poesia che tiene insieme vita e morte, natura e spirito, che intreccia gli opposti costruendo uno scontro apparente sulla pagina, lasciando alle parole il compito di veicolare la necessaria compenetrazione di questi elementi e la propedeuticità assunta dagli aspetti negativi verso quelli positivi.

La parola come materia diviene segno da frammentare e la deformazione del poetico trova agio in una serie di manifestazioni connesse più di quanto si possa immaginare. L’opera di Toma tiene insieme il lirico e l’antilirico, il poetico e il visivo percorrendo strade impervie, mai sicure, preferendo sempre l’audacia e lo sberleffo alla quieta rassegnazione del pacificato e comune, quantomai scontato, statuto docile di certa poesia che si vuole e si dà come consolazione. Con Salvatore Toma diventa possibile tracciare una linea fra la poetica e una dimensione collaterale, privata, che ha avuto modo di viaggiare per l’Italia attraverso il canale postale, divenendo dunque assimilabile alle formulazioni della mail art, mantenendo, nel caso del poeta di Maglie, una connessione strettissima fra il gioco ironico mail-artistico e la traiettoria poetica. La giustapposizione fra attività poetica, lineare, e tracciato mail-artistico in Toma procede a partire da un processo di dispersione del soggetto; dove all’esaltazione del dato lirico segue lo svuotamento dello stesso nella natura e/o nella morte come elementi rafforzativi della vita. Alla morte tanto versificata dall’autore segue un ritorno alla vita il quale è preceduto da uno spossessamento del soggetto che sconfina nella totalità della natura e/o della massa inorganica; a partire da ciò, l’autore, restituito a nuova vita, perde i caratteri dell’autoaffermazione lirica, ritorna a nuova vita, sì, ma con occhi diversi: «ci ho messo una croce / e ci ho scritto sopra / oltre al mio nome / una buona dose di vita vissuta. / Poi sono uscito per strada / a guardare la gente / con occhi diversi». Alla natura e alla morte, come elementi divenuti strumenti di liberazione dall’umano e dal sociale, segue la disgregazione del nome. Già il nome, affibbiato alla croce e lì abbandonato, è sintomatico della disgregazione poetico-visiva operata dal Toma “mail artista” irriverente e provocatorio che inviava cartoline in tutta Italia, spesso quasi nell’assenza di una reale intenzione di stringere rapporti letterari con altri autori, ma mosso dalla verve polemica dello sfottò sbeffeggiava autori, editori, critici. Montale, l’undici aprile dell’Ottanta, ammoniva il poeta di Maglie, invitandolo a desistere e abbandonare la strada di una “presunta” calunnia. Nella pratica collaterale del verbovisivo e della mail art ritroviamo in Toma la frantumazione del soggetto o, meglio, dell’identità socialmente istituita. A farne le spese è il nome che viene disgregato e da Salvatore Toma diventa un ironico “-Re Toma” assimilabile all’operazione “A great poet” compiuta dallo stesso, dunque al senso della croce, della sepoltura come annullamento del soggetto lirico e sociale a vantaggio di una affermazione vitale diversa.

Il tema della fine, allora, è affrontato con la consapevolezza dell’inizio, la fine è un nuovo inizio e nell’uscir fuori dai canali del socialmente accettabile, l’autore intreccia la sua esistenza con quella del mondo naturale che si dà nella sua opera come alterità sopravveniente, sempre presente, nascosta eppure costante e sul punto di manifestarsi.

“La mia idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto, come l’idea di Dio. / A me Dio piace indovinarlo/ in una pietra qualunque,/ in un’infanzia serena,/ in un frutto maturo,/ nell’onda del mare,/ che come la morte cancella il mio nome”.

L’idea di Dio è quella di uno spiritualismo che trova ambiti di esistenza in ogni dove, è in tutte le cose, ha in sé tutte le perfezioni e prepara il terreno per la disgregazione del soggetto che, frantumato, si diffonde in tutte le cose rivolgendo il proprio sforzo autorale alla critica della società. Ma si tratta di una critica innervata sul tessuto dell’ironia, dello sberleffo, dello sfottò di una parola caustica e insolente:

“Quando sarò morto/ che non vi venga in mente/ di mettere manifesti:/ morto serenamente/ o dopo lunga sofferenza/ o peggio ancora in grazia di Dio. / Io sono morto/ per la vostra presenza”.

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