Nota a “Il quaderno del topo muschiato” di Victor Rodrìguez Núñez
by Francesco Aprile

 

Victor Rodrìguez Núñez, Il quaderno del topo muschiato, a cura di Alberto Pellegatta, Milano, Taut Editori, 2020

“La poesia cubana era rivoluzionaria anche prima della Rivoluzione”, a dichiararlo è Victor Núñez in una intervista rilasciata nel 2018. Oggi il poeta cubano torna a far sentire la propria voce in Italia grazie alla interessante raccolta Il quaderno del topo muschiato edita da Taut a cura di Alberto Pellegatta e illustrata, in copertina, da Massimo Dagnino. Il tema rivoluzionario è, in realtà, una tensione viva e attiva nella poesia cubana la quale trova nella politicità e nell’espressione della libertà l’afflato che tiene insieme e modula le diverse esperienze della vita. Una condizione, dunque, politicizzata quella degli autori cubani, la quale non si ferma alla rivoluzione del 1959, ma trova le proprie radici nella figura politica e letteraria di José Martì che, nella seconda metà dell’Ottocento, fu uno dei leader del movimento per l’indipendenza cubana venendo dimenticato dopo la morte, per poi essere riscoperto e innalzato a vessillo dai diversi schieramenti che nella recente storia del paese hanno intrapreso battaglie per l’indipendenza. Ma le lotte per la libertà sono, per forza di cose, momenti di una realtà contrastiva dove i lineamenti e gli schieramenti vivono su linee di demarcazione robuste. Di questa condizione sembra fare parte, o quantomeno possedere una buona dose di elementi in comune, lo statuto vitalistico di un paesaggio già di suo marcato da contrasti e colori attivi, magici. Condizione, quest’ultima, ben raccontata dalle parole del Caravanserraglio di Picabia: “A Cuba gli abitanti si fanno dipingere le case di rosa, di blu, di verde pallido, si scoloriscono un po’ al sole ma tutti quei colori rimangono molto affascinanti. Non vivendo a Cuba, faccio per le mie idee quello che i cubani fanno per le loro dimore. Dipingere idee scure in blu, che piacere! Per esempio qui non è il sole, è la pioggia che le fa scolorire”. Nel 2017 lo psicoanalista Vittorio Lingiardi dava alle stampe il saggio Mindscapes, percorrendo le strade che il paesaggio non umano di Searles e le zone transizionali di Winnicott avevano contribuito a tracciare, sottolineando il rapporto attivo fra psiche e paesaggio e quanto ricerchiamo in questo per dare vita ad altro. Su queste traiettorie, allora, sembrano posizionarsi le linee della poesia cubana.

Negli autori cubani nati fra gli anni Venti e Cinquanta sopravvivono queste dimensioni, a volte entrambe, altre volte i contrasti procedono attraverso il rapporto del poeta con la natura. Si passa, allora, dai richiami espliciti a libertà e rivoluzione come in Retamar, poeta del 1939, “vedi bene che nessuna parola ti rende giustizia, Rivoluzione”, o Fayad Jamis (1930, Qui su questo muro / del terrapieno / dove a volte si rompono le onde / bagnando la mia camicia / bianca di pace e libertà), o ancora Miguel Barnet (1940, E io so che al mio fianco, nei paesi, lontano, nei campi c’è una forza come il vento / disposta a difendere la vita) dove le lotte e le idee che le animano vengono ontologizzate, fino ad autori come Carlos Franqui, prima esponente della rivoluzione del ’59, poi oppositore e infine esule che si colloca a metà fra cronaca, prosa e formalismo concreto facendo oscillare la rivoluzione fra la lotta e la dimensione del paesaggio (i colori furono suono / ritornarono il grigio e l’acciaio) o ancora l’utopia di Alex Pausides (1950, sulla terra fresca / il corpo non abbia intermediari / […] la mia unica assoluta e definitiva appartenenza), oppure l’enigmatico “Crazy”, poeta senzatetto, vagabondo, girovago del quale rimangono sconosciuti il nome e i riferimenti biografici, che donava i suoi testi a chiunque gli facesse l’elemosina, poeta intriso di pessimismo e slancio sociale che trasfigura nell’alterità la poesia. Più vicino a Núñez risulta l’utipismo di Pausides, anche grazie alla vicinanza anagrafica; Núñez è nato infatti nel ’55, dunque cinque anni dopo Pausides, gli altri chiamati in causa hanno, soprattutto per i nati fra il ’20 e il ’30, maturato una diversa esperienza della rivoluzione intrattenendo con questa un altro tipo di rapporto. Nonostante questo, la rivoluzione rimane uno degli elementi più sentiti dai poeti cubani.

Quello in cui si colloca Núñez è l’orizzonte letterario del realismo magico, anche detto del nuovo romanzo ispanoamericano che fra il 1933 e il 1962, grazie ad autori come Alejo Carpentier, ha contribuito al rinnovamento della letteratura sudamericana. Nel 1899 Esteban Borrero Echeverrìa pubblicava il primo libro di favole della letteratura cubana dando avvio a quel percorso che ha fatto del reale meraviglioso e assurdo una favola poetica attraverso cui stilizzare il racconto popolare e la violenza, i contrasti del paesaggio e la libertà. La prospettiva è quella di chi resta attonito davanti a qualcosa, un evento che irrompe e come tale sancisce il passaggio ad una diversa percezione del reale, filtrato attraverso la lente di un rinnovato stupore esistenziale.

In quest’ottica Il quaderno del topo muschiato entra di diritto in quella falange poetica cubana che diventa linea aperta e ribelle, scelta stilistica che pretende di fare dell’entusiasmo uno smarrimento in cui il violento diventa squisito e viceversa. Il disorientamento viene eletto da Núñez a scelta stilistica, estasi dionisiaca trionfale e avventurosa. Ha ragione Pellegatta a scrivere “Il verbo allo stato brado, infatti, non si ingabbia, meglio avvicinarlo come fa il poeta, inseguendo il roditore nei cunicoli segreti di un «cuore cubista». Non si tratta di avventure naturalistiche, gli animali ci aiutano a comprendere meglio noi stessi, svelano il risvolto patetico delle nostre tragedie, mostrano, senza pudore né codice, gli angoli meno illuminati delle vicende biologiche”.

Le avventure di questi versi, infatti, non sono naturalistiche. La parola, sempre in bilico fra natura e cose umane, dona la voce, il verbo alle cose e inscena un inizio. Il paesaggio, allora, è «creazionista / come una digressione fosforescente / qui i chiodi grugniscono» e gli elementi naturali si “incarnano”. Di fatto, il paesaggio creazionista, accompagnato da versi a scalino e gestione della parola nello spazio, rimanda al “Creazionismo” del cileno Vicente Huidobro e la poesia di Núñez evita la mimesi e il consolatorio della natura, al contrario, il paesaggio, che è creazionista, è quello proprio del linguaggio e dell’invenzione. «L’algebra di liuto» o «il miele matematico» si mettono in relazione con i versi creazionisti, ancora, di Gerardo Diego e la sua «algebra del linguaggio». Riprendendo ancora Diego, il quale rapportava l’algebra alla filosofia e l’aritmetica alla poesia, quella di Núñez è una formula che vede nella poesia il trionfo del linguaggio che deve far quadrare i conti, come un’aritmetica, e la poesia si dà, nel lavoro del poeta cubano, come svelamento delle crepe insite nelle verità della ragione dell’uomo e del suo realismo che, anche quando appare certo e inappuntabile, diventa “ermetico” (p. 35) e la dimensione favolistica destruttura le nostre certezze conoscitive, aprendole all’incerto e al dato mai definitivo del divenire. L’aritmetica delle parole che si incastrano, inventa le linee di un racconto che, con l’indipendenza del linguaggio, libera le vicende storiche dei popoli caraibici, superando la tensione di una storia fatta di colonizzazioni e lotte per la libertà. Il linguaggio liberato è l’uomo liberato. Il reale magico è un reale vivo e non ricacciato nel limbo della ragione strumentale. Allo sfruttamento grigio delle risorse, anche linguistiche, Núñez oppone lo straniamento dell’invenzione.

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