Accattino | La poesia visiva oggi in Italia

La poesia visiva oggi in Italia
by Adriano Accattino

 

Potenza della scrittura

C’è un’arte che  ha suscitato una felice rispondenza e una specifica partecipazione in Italia: la Poesia visiva, che raggruppa sotto il suo nome una numerosa varietà di possibilità artistiche che coniugano e combinano l’elemento della scrittura con l’elemento figurativo. Questo connubio è strutturale e movimenta un processo che produce effetti decisivi: le combinazioni spaziano  grandemente, determinate dalle diverse partecipazioni degli elementi al processo. Quali distinzioni possiamo fare, riferendoci alla varietà di esiti oppure alla pluralità degli elementi investiti nel processo artistico? Ad una estremità del campo di possibilità, possiamo intanto collocare la parola scrittura; questa parola subito si divide in due rami sul primo dei quali sta scritto significato, e sull’altro ramo sta scritto forma letterale o significante. All’estremo opposto c’è la parola figura o immagine, a sua volta divaricata in due rami sui quali sta rispettivamente scritto figura sensata e forma  sfigurata.

L’azione creativa si configura come un processo che si stende nella larghezza del tempo e nella varietà dei risultati che a mano a mano si presentano. La Poesia visiva produce una sequela di risposte e di effetti, che affiorano e possono essere influenzati e modificati. Essa coinvolge elementi che s’influenzano vicendevolmente: tra questi la scrittura, nei suoi due aspetti di significato e significante, e la figura nei suoi due aspetti di immagine decifrabile e indecifrabile. La parola non rinuncia a nessuna delle sue prerogative e nemmeno l’immagine può perdere qualche cosa nel combinarsi con la parola. La parola si illustra con la figura mentre la figura si arricchisce grazie ai sensi della parola. A che servirebbe contaminare la parola con l’immagine se questa non acquistasse un senso ulteriore? Perché condire la parola con figure se non brillasse di maggiore sontuosità? Deve dunque esserci un guadagno che dalla parola si trasferisce all’immagine che ne risulta declarata e dall’immagine alla parola che s’illustra.

Cerchiamo la Scrittura visuale nella scrittura. In tale ambito, quanto mai vasto, pochi artisti si sono dedicati specificamente alla Scrittura visuale; pochi sono stati fermi sulla scrittura mentre quasi tutti si sono messi a saccheggiare il magazzino delle immagini. Tutti hanno fatto incredibili commistioni mescolando parole e lettere, immagini e figure, ottenendo effetti vistosi quasi sempre bloccati dalla loro stessa esuberanza. Non è facile restare sul sentiero della scrittura senza divagare e senza lasciarsi tentare dalle immagini. La scrittura sa creare le proprie figurazioni e probabilmente dobbiamo addomesticare il nostro occhio affinché percepisca queste sottili immagini. Ma è incontrovertibile che scrivendo si producano figure: sono le figure della scrittura, figure irriconoscibili ma reali in quanto corrispondono all’idea e al concetto di significante. Il significante sta sul margine di un territorio biforcuto: se si volge da un lato assume un significato; se si volge dall’altra parte assume una figura.

La figura del significante annulla ogni ragione di senso e di significato: c’è una libertà illimitata nella figurazione dei significanti senza alcuna concessione al senso. Questa è la rappresentazione più rigida ed estrema della Poesia visiva, la rappresentazione che si pasce delle forme che assumono i significanti taciturni, le forme trattate come pura materia, come ombre rotte qua e là, come rappresentazioni gelate. Un campo enorme alla Poesia visiva offrono le formalizzazioni algide e libere dei significanti; un campo freddo, disabitato, dove l’occhio e il gusto si applicano in un esercizio spassionato, dove gli artisti sono chirurghi, ma soprattutto anestesisti di sé stessi. Questa è la pratica della Poesia visiva esercitata sul terreno dai significanti spolpati della carne del senso.

Il pensiero non ha immagine né figura ma il pensiero scritto possiede la sua figura. Possiamo considerare il pensiero scritto come forma prescindendo dal suo significato. In tal caso abbiamo una figura che può considerarsi come forma discinta del senso contenuto nel pensiero. Ecco la riduzione di un pensiero alla mera figurazione che a sua volta viene modificata e lavorata secondo criteri immaginifici. In tal caso si lavora sulla forma di un pensiero scritto che viene estraniata dal pensiero stesso e si allontana del tutto dalla sua forma di partenza, che era una forma letterale e verbale, e si trasforma in qualcosa che non è più nemmeno questo.

 

Forme

La Poesia visiva utilizza le parole per la loro forma, per il loro aspetto: non si tratta di una considerazione sminuente o parziale ma di una considerazione specialistica. Se l’immagine o la figura possono essere costituite dal significante, allora il processo creativo si svolge in modo per così dire interno. Sembra inconfutabile che si lavori sul significante nel caso della Poesia visiva: le parole vengono scelte unicamente per la loro forma, vale a dire per il segno che le disegna, che viene accolto nella sua autonomia figurativa. La considerazione delle parole è quasi feticistica nella Poesia visiva: si privilegia l’operare che sta nella scrittura e nelle figure della scrittura, senza andare a cercare altri tipi di figurazione. Sembra una dichiarazione tautologica che funziona in un campo elitario: sono pochi i seguaci di questa rigida disciplina, che hanno eletto la propria sede in una strettoia. A noi piacciono questi guerrieri severi con sé stessi e con il mondo. Un compito empio, un destino avaro, ecco che cosa li attende; ma sono i più coraggiosi, i più generosi fra tutti quelli che seguono la disciplina della scrittura verbale.

Essi spogliano le loro parole delle vesti del significato e lavorano sulle figure delle lettere. Sono poeti verbali poiché non cercano altro che il verbo, poi sanno sistemare le schiene delle parole l’una accanto all’altra e sanno combinare le loro avventure come se fossero tessere di un domino. Lavorano sulle lettere; cercano infatti di costruire un senso dalla materia di cui dispongono svuotata di senso: i loro tentativi coraggiosi sono talvolta coronati di successo. Da tutta questa combinazione di materiale svuotato ecco che si presenta un senso altro, dal sapore tutto diverso. Si tratta di un senso o di un miraggio? Direi un senso costruito dalle figure letterali destituite di senso, e dunque vuote, che hanno assistito a una deriva verso quel vuoto fatto. Un senso si stabilisce dove un senso s’era cacciato; dov’è il vuoto qualcuno accorre a riempire.

Il nuovo senso è tutto diverso dall’altro: è un senso spostato di senso. Non può stare senza un senso una tavola poetica di tipo scritturale; presto i sensi vi penetrano da tutte le parti e fanno dimenticare il senso da cui si era partiti e che si era abbandonato. Ora c’è un senso che non si lascia prendere, un senso che non spiega nulla, non dice nulla di rapportabile alla situazione, un senso di un altro senso, un senso che può benissimo ignorarsi. Il poeta ha scacciato un senso appropriato e ora si trova coperto da un senso stridente che non smette di lamentarsi.

Il poeta mette in relazione la propria scrittura con le figure che si formano dalla sua stessa scrittura; trascura le storie mentre si concentra sulla figura delle forme di scrittura, insignificanti esse stesse: di queste forme la scrittura può riempire quaderni, tanto sono abbondanti. Così la scrittura reagisce con le ombre che essa lancia o lascia sul terreno; non c’è bisogno d’altro per innescare un processo e uno svolgimento. Reagiscono fra loro i due componenti della scrittura: il segno della scrittura nella sua totalità di significante e significato e l’ombra figurale dei soli significanti. Sono possibilità che possono percorrersi fantasticamente. Ma la possibilità più interessante è  quella che combina le qualità più ostiche del significante quasi completamente piatto (cioè conosciuto) con le forme altrettanto piatte di un significato. Ma è difficile che sia piatto un significante che riga il cielo con le unghie; forse più facilmente piatta è la parte letterale che sovente è floscia come un palloncino sgonfio. L’elemento figurativo si arricchisce di sensi evidenti. La rappresentazione esclusivamente scritturale è invece regredita verso una situazione di secchezza e di rigore sui cosiddetti significanti e più ancora sulle ombre scarse e mute che li costituiscono. La scrittura nella Poesia visiva è quasi sempre ridotta all’ombra di sé stessa. La funzione immaginifica in qualche modo compensa la scelta di asciuttezza  con il colore e con le forme, apportando sensi nuovi. La parte immaginifica corregge la scelta avara di stare sulle ombre del significante colmando dello spessore del senso i segni scavati, così l’apporto iconico reintegra la pienezza della scrittura fatta di significanti e significati. La scrittura visuale offre raggiungimenti più ricchi e soddisfacenti della scrittura lineare e la visualità scritturata offre soluzioni più ricche e soddisfacenti della visualità in senso stretto.

 

Processo e opere

Non sappiamo se nel suo complesso la produzione di Poesia visiva possa considerarsi un sistema, ma è evidente che in tale produzione si sono stabilite delle relazioni, dei riferimenti, delle modalità che costituiscono qualcosa che denominare sistema non sarebbe improprio. Il sistema della Poesia visiva coinvolge nel mondo un numero alto di persone che vi dedicano le proprie energie, vi affidano le proprie speranze e si muovono e operano concretamente nel campo dell’economia oltre che in quello dell’arte. L’arte è solo apparentemente una sovrastruttura, mentre è in  grado di trascinare e coinvolgere migliaia di operatori nel mondo e muovere incredibili flussi economici. Non avrei dunque difficoltà a denominare sistema il fenomeno della Poesia visiva.

Il mondo dell’arte si è incredibilmente trasformato negli ultimi tempi mentre la Poesia visiva ha fatto pochi passi e sostanzialmente non ha fatto altro che ripetersi. La scrittura visuale italiana ebbe una stagione luminosa alcuni decenni fa, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con un vasto movimento artistico ed espressivo che si propagò dappertutto. Ancora vivono e sono attivi molti autori di quel tempo e la loro stagione sembra non finire mai: hanno un’età avanzata, ma sono operosi, anche se non si staccano dalle esperienze di quegli anni lontani e, salvo poche eccezioni, lavorano come allora. I poeti di generazioni più recenti, diciamo di mezza età, si ispirano a questi maestri e talora se ne allontanano. E’ mancata e tuttora manca o è poco avvertibile e riconoscibile una classe di nuovi autori:  non è ancora chiaro se la Poesia visiva sia davvero defunta o no. Molti sostengono che è morta, dopo le stagioni gloriose; altri invece pensano che è viva e vegeta e indicano i numerosi instancabili autori; alcuni infine arrivano a concepire la poesia visiva come fondamento ineliminabile di ogni diversa poesia e ancor più di ogni arte. La Poesia visiva per costoro starebbe alla base di ogni espressione artistica.

Si protrae il desiderio di opere che continuino il genere della Poesia visiva, ma la risposta non può essere la medesima di cinquant’anni fa. Può benissimo esistere nei tempi attuali qualcosa che prosegua la Poesia visiva, magari sotto un altro nome, ma questa poesia non sarà più come quella degli anni mitici che nasceva dalla combinazione di due elementi, uno scritturale, la parola e la lettera, e uno immaginifico, la figura. La parola e la figura venivano contaminate tra loro, inserite in un contesto tabulare con dei risultati molto vari e variamente apprezzabili. Succedeva però che la parola veniva assunta per la sua forma e non per il suo senso; si perdeva così la qualità più potente della parola che è il significato. Perdendo il senso, la parola restava mummificata ed era talvolta ridotta a brandelli di poche lettere. La parola veniva assunta magari per una sua curva e tutto il resto si lasciava cadere.

Ora l’accoppiamento della parola e dell’immagine è diventato un processo che presuppone una frequentazione duratura. Il processo  è una combinazione di elementi che s’influenzano reciprocamente per un lungo periodo, subendo influssi dall’esterno ed esternando influssi dall’interno. Un processo sarebbe infinito se non fosse interrotto; e l’artista accende il processo ma poi lo spegne perché la sua vita non basta per vederne la fine. L’opera è il processo come appare nella sequela del tempo; se s’interrompe mostrerà solo uno spaccato, una situazione sospesa, identica a quella della vecchia Poesia visiva.

L’opera deve sostanziarsi in un altro modo, possibilmente dinamico. Il problema è di realizzare concretamente un’opera che soddisfi tale sacrosanta esigenza. Questa è sicuramente una situazione di crisi per la Poesia visiva, la cui produzione da molto non è più originale ma stancamente ripetitiva: difetta la freschezza, l’inventiva e in definitiva il coraggio. L’ambiente è tranquillo e sembra addormentato, come un paese di favola e tutte le possibilità e potenzialità  offerte e disponibili sono lasciate a riposo. Si parla più volentieri di significante che di significato per un gusto snobistico, trascurando di fatto l’enorme potenziamento che l’introduzione delle parole con tutti i loro sensi provocherebbe nella Poesia visiva. La parola combinata produttivamente con l’immagine apre le porte a un mondo vastissimo di fantasia e creatività. L’iniezione della parola e dei suoi sensi multipli è capace di rinvigorire e rinfoltire uno sparuto gruppo di poeti disorientati.

È difficile trattare adeguatamente un tipo di arte che si esprime attraverso l’unione maieutica di parole e di immagini. È sicuramente più facile praticare solo la scrittura o solo la pittura piuttosto che tutt’e due insieme. È difficile fare Poesia visiva che infine è una pagina di scrittura un po’ movimentata: le pagine possono moltiplicarsi, si possono animare e far uscire la poesia dalla staticità e dalla rigidità di una forma fissa. La scrittura gode della successione delle pagine e non è impossibile concepire qualcosa di altrettanto mobile per la Poesia visiva: dobbiamo ripensarne i fondamenti, trovare i modi per animarla e movimentarla, affinché sprigioni tutte le potenzialità di cui dispone. Dobbiamo risvegliare la Poesia visiva o altrimenti dobbiamo abbandonarla.

La Poesia visiva è l’approdo di un processo reattivo degli elementi letterali e figurativi che vi partecipano: questi non sono semplicemente accostati, ma la reazione che li trasforma li compone in un esito originale. La Poesia visiva gode di un vasto arco di possibilità anche se la sua creazione rappresenta una notevole difficoltà. Infatti, contemperare in un ambiente di lettere delle figure che interagiscano con le parole è piuttosto difficile, così come è difficile introdurre lettere e parole in un ambiente attivo di figure. Tuttavia, pur con queste difficoltà, o forse, proprio per questo, la Poesia visiva risulta molto attraente.

Praticare la Poesia visiva è più difficile che praticare la scrittura. Nella scrittura abbiamo le nostre narrazioni, abbiamo la logica e possiamo delineare una vicenda; nella Poesia visiva puoi usare poche parole e poche immagini faticosamente trascelte. Si pensi com’è difficile far andare insieme, in una combinazione che possibilmente le valorizzi entrambe, parole e immagini; e poi innescare una reazione tra le parti e consentire un ampio dispiego di possibilità e di sensi. Una cosa difficilissima e spaventosa solo a pensarci. La Poesia visiva è davvero difficile, soprattutto quando  sono in gioco dei sensi multipli; e allora si comprende l’opzione che si è fatta dappertutto di rinuncia al significato.

Sappiamo quanto è forte la potenza evocativa delle figure. Un utilizzo nuovo dell’immagine nella poesia visiva può ricercarsi nella mobilità e nella sostituzione delle immagini utilizzate; bisogna in un certo senso passare dalla fotografia al film, dalla fissità al movimento e alla sostituzione. Non è impossibile raggiungere questi risultati nell’epoca di grande sviluppo tecnologico come l’attuale.

Riusciremo a inventare un linguaggio ricco che si coniughi con una figurazione altrettanto abbondante? Una poesia che aggiunga la visualità alle qualità dello scrivere. Perché accontentarsi di una condizione di meno? Introdurre un’immagine in un ambito in cui si esercita scrittura, nella pienezza esplicativa di entrambe, può determinare incredibili accrescimenti. Non più testi nascosti o rimossi, ma lingua raddoppiata, mentre la poesia si pasce di tanta abbondanza. Gli elementi verbali sono portatori di un senso multiplo, che non si finisce mai di esplorare. La catena logico linguistica risulta rinforzata ed è percorsa nelle varie direzioni possibili. Per più di cinquant’anni si è accolta una concezione in perdita della Poesia visiva, senza capire perché. Avevamo la ricchezza a portata di mano e l’abbiamo smarrita.

 

Segni e suoni

Ogni segno alfabetico rappresenta per noi un suono e la successione di questi segni e di questi suoni costruisce le parole. Per gli autori orientali gli ideogrammi sono veri e propri pensieri, di per sé sensati e autonomi; nel nostro caso invece le lettere non  hanno autonomia e devono unirsi ad altre lettere per costruire le parole. Il sistema occidentale sembra più pratico, in effetti con poco più di venti segni si espone la totale varietà dei suoni possibili e collegando segni a segni la possibilità di costruire parole è praticamente infinita. Con pochi segni opportunamente combinati posso dire tutto ciò che voglio, e questo è un vantaggio rispetto alle modalità orientali dove i segni sono migliaia. L’aver frazionato le parole in suoni letterali semplici costituisce un passo in avanti. E allora perché dal punto di vista della scrittura visiva ci sembra di essere in una condizione penalizzata? Se i segni singoli corrispondono a suoni semplici che partecipano alla costruzione del discorso, e se tali segni e suoni sono sostanzialmente pochi, sicuramente ne godo un gran vantaggio.

U0n artista occidentale che si dedichi allo sviluppo poetico dei segni e dei suoni che i segni compongono con l’assieparsi in parole, deve partire per le proprie ricerche proprio da questo vantaggio. Pochi segni e pochi suoni possono gestirsi in maniera brillante: questo vale per tutte le lingue. Le parole sono brevi musiche che si eseguono pronunciandole. Ogni parola è un brano sonoro, ogni frase è una sequela ancor più estesa e compiuta di queste facoltà. Insomma c’è da tenere presente che le parole sono composizioni di suoni e che la costruzione di un discorso non è altro che l’esecuzione sonora di una determinata successione di segni alfabetici. Proviamo ad applicare queste osservazioni. Proviamo a scrivere dei segni letterari tra quelli che conosciamo bene, in un ordine che non conosciamo. Se i cinesi dipingono ideogrammi, noi autori occidentali di scrittura non dimentichiamo di avere un grande strumento a disposizione, uno strumento che ci fa produrre musica. Combiniamo le nostre lettere come note, come suoni e suoniamo le nostre composizioni. Forse in questo uso dei segni letterali e alfabetici possiamo trovare la strada di una rinascita della Poesia visiva e ora, a questo punto, sonora e musicale.

Ogni lettera si legge emettendo un suono diverso e particolare; così alle 21 lettere dell’alfabeto italico corrispondono 21 suoni. Esistono le pronunce gravi o strette di alcuni suoni; esistono inoltre suoni e segni ancora differenti che suonano in casi speciali. Con i segni base e con le “aumentazioni” che si introducono, risulta possibile definire e pronunciare una quarantina di suoni. Possiamo a questo punto immaginare la costruzione di uno spartito composto da lettere alfabetiche e possiamo leggere o pronunciare o suonare o cantare queste sequele di segni. Non è poi impossibile concepire ulteriori coinvolgimenti di lettere e di suoni che funzionino come contrappunti e altre complicazioni possibili. A questo punto si potrà suonare una musica alfabetica che ci sorprenderà e che si allaccia alla poesia visiva con questi spartiti, pieni di lettere e di combinazioni di lettere. Le lettere potrebbero comporre parole note e anche combinazioni ignote ma ugualmente soddisfacenti dal punto di vista sonoro ed estetico.

È possibile costruire vere e proprie partiture di lettere, utilizzando voci che suonano contemporaneamente in combinazioni molto elaborate. Insomma le possibilità sonore connesse alle lettere e ai suoni che le suonano sono un campo aperto. Ma anche le possibilità estetiche che le tavole verbovisuali possono offrire sono grandiose. La combinazione di lettere e di immagini può determinare effetti sorprendenti.

 

                                                                          La calligrafia

La calligrafia non è bella scrittura, ma è significativa e potente scrittura. La calligrafia orientale sembra insensata ai nostri occhi pasciuti di significanti, mentre gli orientali sanno leggerne il senso. Dipende dal fatto che loro conoscono gli ideogrammi e noi no. Gli ideogrammi che a noi occidentali sembrano scarabocchi, per gli orientali sono concetti, idee e forse cose. Il calligrafo quando è riconosciuto maestro può far esplodere gli ideogrammi e liberarsi del senso appiccicato al segno ideogrammatico. Il maestro si libera dal senso stretto dell’ideogramma, lo modifica o lo perde: in un certo senso viene nella nostra direzione. Viene verso di noi, dove noi siamo nei nostri sforzi di dare senso a un segno.

Le parole scritte possono dire molte cose purché proseguano e questo nella Poesia visiva può rendersi in una carta continua, cioè in un rotolo. Un rotolo di poesia visiva può mostrare qualcosa che la tavola non può dire. Allora possiamo recuperare un senso con uno sviluppo nel senso della lunghezza della superficie adoperata. Possiamo cominciare a creare lunghe strisce di Poesia visiva.

Può concepire la calligrafia chi è abituato al sistema alfabetico di costruzione delle parole e di espressione dei significati? La scrittura è qualcosa di diverso dal senso che essa compone; la scrittura è un sistema di alto livello, in quanto devono  percorrersi più piani o gradi per arrivare ai significati. Mentre gli ideogrammi sono contemporaneamente scrittura e anche significato con una perfetta coincidenza, nel sistema letterale le singole lettere non hanno nessun senso e prima devono comporsi tra loro e solo in un successivo grado le parole formate esprimono senso. Nel sistema ideogrammatico esiste simultaneità tra l’esercizio della scrittura e l’espressione del senso. Nel sistema letterale questa simultaneità non c’è ma si esprime significato solo quando è avvenuto l’assemblaggio delle lettere in parole e delle parole in frasi e delle frasi in un pensiero organico. Per questa mancanza di identificazione e di simultaneità si è potuto distinguere tra significante e significato e alla Poesia visiva si è assegnato il significante come possibile campo di esplicazione.

Posso recuperare senso alla scrittura solo uscendo dalla staticità del significante e passando dalla tavola visuale a qualcosa di dinamico che viaggi nel tempo su un supporto scorrevole. La musica gode di questa proprietà che avanza nel tempo e  offre un percorso e trova la sua esibizione. Ma la scrittura già di per sé è scorrevole e fluente, senza andare alla musica, ed è tutto questo in un modo facile e naturale; non c’è bisogno di andare lontano per trovare quello che i nostri occhi non sono abituati a vedere ma ci sta attorno. Se è nostro desiderio operare su qualcosa che scorre, ecco che abbiamo a disposizione la scrittura.

Una tavola calligrafica orientale ha senso ed è leggibile; in occidente invece i segni calligrafici non hanno alcun senso ma solamente una valenza estetica. Questo è un grave deficit. Per diventare leggibile e sensata la calligrafia occidentale deve animarsi e muoversi, deve perlomeno svolgersi su un rotolo. La grafia scorrevole in qualche modo pone riparo alla staticità e all’insensatezza; nel percorso essa recupera un senso leggibile. Dunque la calligrafia occidentale deve muoversi almeno nella prosecuzione del supporto sul quale è distesa. Potrebbe la calligrafia stendersi su una pellicola o su un qualsiasi altro supporto dinamico. Rinunciare alla lettura significativa e dunque all’offerta di un senso da parte della calligrafia, significa ridurla a segni effettistici, assolutamente privi di senso. E la perdita o il mancato accesso al senso svalutano grandemente la pratica. Non possiamo rinunciare al senso, alla pretesa di un senso intelligibile, accontentandoci di rimirare forme incomprensibili; il senso e la sua lettura restano fondamentali anche per la calligrafia. In italiano la parola calligrafia risulta riduttiva poiché sembra riferirsi unicamente a uno stato estetico, mentre calligrafia non è solo bella grafia ma scrittura artistica .

 

Debolezza del sistema

Diamo per buono il termine crisi per indicare uno stato decadente. Contro questa disgrazia ci troviamo completamente impreparati e inermi e allora questa peste falcidia i raccolti per lunghi anni e danneggia tutti gli uomini. E’ un evento imprevedibile contro il quale non abbiamo strumenti di difesa e ci coglie impreparati  e ci bersaglia per degli anni.

Un sistema complesso di elementi e di eventi è facile che cada una volta o l’altra in una crisi più o meno grave. Sembra che il sistema abbia disimparato i suoi procedimenti e smarrito le proprie traiettorie, per cui quello che fino a ieri sembrava naturale oggi risulta di una difficoltà insormontabile; e quello che ieri costituiva la risposta spontanea che veniva data, senza la minima incertezza, oggi determina litigi e malintesi. Sembra che una parte degli elementi del fenomeno si siano tramutati modificando posizioni, azioni e aspettative. Il sistema non riconosce più sé stesso ed ha perduto irreparabilmente gli schemi e le risposte che garantivano la sua stabilità. Si è tramutato almeno in parte: gli elementi singolari si sono spostati e ora reagiscono diversamente da prima; gli elementi si diversificano, i pesi si spostano, il sistema diventa improduttivo. La crisi ferma il lavoro e l’azione, la produzione e il consumo. Ciascuno si guarda attorno con occhi attoniti e resta immobile e silenzioso.

La crisi è un fluire di situazioni che si spostano e cambiano, si modificano alla ricerca di un adattamento nei confronti della nuova realtà che interessa il sistema. Dapprima è avvenuto un mutamento a cui il nostro sistema non si è adattato, forte della sua stabilità e potenza. Il sistema nella sua forza ha potuto fronteggiare e resistere a tutte le modifiche che, fuori del suo ambito, si sono prodotte, ma ora le modifiche sono così rilevanti che esso non può più ignorarle e deve fare uno sforzo immenso per  convertirsi. Per questo è necessario che il sistema sia robusto ed evoluto e disponga di risorse che gli consentano di adattarsi alla nuova situazione.

La crisi costella l’orizzonte dei sistemi e accompagna il loro destino. Non bisogna guardare alla crisi come a un evento esclusivamente destabilizzante e penalizzante; è sicuramente l’uno e l’altro ma costituisce un potente elemento di permanenza. La crisi può colpire saltuariamente un sistema e allora la sua azione sarà feroce e irrefrenabile, mentre se è distribuita lungo tutto l’itinerario esistenziale del sistema, ecco che si eviteranno soluzioni draconiane mentre si effettueranno continuamente delle sostituzioni e delle trasformazioni temperate. La crisi perenne evita e allontana le crisi saltuarie e distruttrici di cui di tanto in tanto i sistemi sono vittime. La crisi è un elemento costitutivo di un sistema: lo spirito critico deve introdursi in ogni sistema e mantenersi attivo. Non sono dunque la depressione, il ristagno, la fame, gli aspetti che più interessano, ma interessa comprendere l’utilità della crisi per i sistemi attivi.

Dobbiamo distinguere due tipi di crisi che interessano con le loro influenze i sistemi in processo: una crisi saltuaria e generale che, quando riesce a espletarsi, determina conseguenze gravissime e piuttosto a lungo perduranti; e una crisi  sempre attiva, con caratteri meno duri, meno punitivi di quelli della prima crisi. Siamo perlopiù orientati a riconoscere una sola crisi, quella più violenta che colpisce soprattutto l’economia e la produzione dei sistemi. Ci sembra che questa sia l’unica crisi che viene combattuta dai governi e allontanata per quanto possibile dalle economie interessate. Tuttavia, benché venga sempre combattuta, essa colpisce inesorabilmente l’economia di una o più nazioni con effetti disastrosi che durano anni.

L’altra crisi è piuttosto una posizione critica nella vita sociale di un paese. Si tratta di un dispositivo di allarme che attua tutte quelle modificazioni che scongiureranno la crisi del primo tipo. Se la prima è una vera e propria crisi che produrrà conseguenze disastrose, questa seconda crisi è   l’applicazione di tutte quelle potenzialità che attuano l’accomodamento del sistema alla nuova situazione e di fatto scongiurano la crisi del primo tipo. La prima è una crisi vera e propria mentre la seconda è una crisi attenuata ma sempre accesa, attraverso la quale, con gradualità, si attuano tutte quelle modificazioni e trasformazioni che la nuova situazione rende necessarie. Se la prima è un’azione violenta e repentina che danneggia e disfa il sistema viziato da un mancato adeguamento, la crisi del secondo tipo distribuisce gradualmente e continuamente le trasformazioni e i cambiamenti necessari e in un certo senso attenua l’intervento sul sistema. In questo caso si distribuisce la crisi in un tempo lungo di revisioni e trasformazioni continue. La crisi viene spezzata e distribuita nel tempo e l’adeguamento del sistema diventa graduale e meno tragico.

 

Crisi e crisi

Si fa un gran parlare di crisi. Dappertutto la si concepisce come un attentato al nostro equilibrio economico, come un incidente che si dovrà presto superare. Ma la crisi non è ciò che si crede: non è un episodio sporadico, un momento di malessere che presto guarirà. Trattiamo la crisi come se si potesse uscirne e guarirne; la crisi come malattia temporanea, come infezione passeggera e curabile. Ma tutto questo è sbagliato: non c’è cammino all’indietro e la crisi dipinge questa situazione realistica senza nessuna speranza di ritorno o di ripresa. Non ci si può illudere di uscire dalla crisi e trovare il panorama di prima: nulla sarà più lo stesso. La crisi non è un episodio di malessere o di disorganizzazione ma è invece la situazione in cui i livelli della nostra potenzialità e benessere si sono abbassati definitivamente.

Crisi è l’eufemismo con cui si denomina una fase negativa, ma dalla crisi non si torna indietro, non si ripristinano le condizioni dei tempi di prima. La crisi è un passaggio definitivo; alcuni equilibri si sono rotti e tutti coloro che li muovevano sono fuori gioco. La stessa parola crisi ci defrauda  perché ci lascia la speranza di una ripresa che porterà alle condizioni precedenti. Non bastano pochi provvedimenti per riportare la situazione al livello precedente, poiché non è possibile tornare indietro, ma nel suo percorso in avanti altri livelli potranno raggiungersi, ma tutto resta in gioco. Crisi è insomma una dizione tranquillante come una camomilla e questo rientra nei giochi dei politici, abili a diramare le responsabilità e a far  sembrare facile il recupero. Ma il recupero non esiste: la crisi è un luogo di non ritorno, un luogo di novità, di trasformazione.

L’uso che si fa della parola crisi è fraudolento, in quanto la si nomina come se fosse un incidente di percorso presto rimediabile. Invece ciò che si definisce crisi è una situazione definitiva, l’espressione di un decadere definitivo. Le cose potranno anche cambiare e il paese riprendersi e risalire nell’economia e nella produzione, ma anche in questo caso la situazione che si è fissata in quel momento sarà definitiva.

La realtà muta di continuo e di continuo la società adegua le proprie strutture  alle variazione avvenute. E queste si producono di continuo: di fronte a questo perenne tramutarsi, risponde con l’adeguamento e la trasformazione graduali e continui. La crisi non è altro che questo adeguamento continuo alle variazioni avvenute nella realtà. Chi non vive continuamente la crisi si troverà inadeguato e senza che nulla lo investa finirà in una crisi lunga e pesante. Forse la crisi non è altro che il nome che si dà a una situazione che ci trova del tutto spiazzati poiché siamo stati troppo a lungo fermi sulle stesse posizioni mentre tutto intorno è cambiato. La crisi può essere il nome del nostro disadattamento, della nostra imprevidenza, della nostra mancata trasformazione.

 

                                                            La reazione alla crisi

La crisi è una parola ignota in una società che attentamente si trasforma e si adegua. Ci si difende dalla crisi incorporando la crisi nella vita e nell’arte. La presenza continua della crisi attenuata ci vaccinerà contro la pericolosa crisi sporadica. Dobbiamo dunque assumere la crisi attenuata per  difenderci dall’altra crisi. In concreto, un artista, che decide di assumere la crisi e di viverla, cambia continuamente la sua arte, scontento e infaticabile, sempre occupato dal suo lavoro. Non si stanca di cercare: appena si accorge di stare fermo, cambia stili e modi, cambia tecniche, cambia aria.

La strada della reazione alla crisi può condurre al ripristino e alla riproposizione di precedenti modelli e canoni, e allora la ripresa non durerà molto, ma sarà una ripetizione rinfrescata. Solamente quando la crisi viene affrontata su di un terreno nuovo, abbiamo qualche speranza di non ricadere negli errori del passato. Dobbiamo approfittare della crisi per allontanarci il più possibile dai vecchi modelli, buttandoci decisamente sul versante del nuovo ignoto. Tra crisi e novità corrono stretti legami: una crisi acuta e fortissima non si  combatte con risposte normali e mezzi aggiustamenti che predispongono il sistema, se questa volta si riprende, a una prossima ricaduta.

La crisi è profonda caduta produttiva, scarso movimento, sfiducia nelle proprie capacità, perdita di conoscenze teoriche e pratiche, originalità svanita, pigrizia e ripetitività. La crisi è sempre la rottura di un equilibrio che anche ora, seppur faticosamente, teneva. La crisi è il blocco ma è anche la causa che determina il blocco. Causa ed effetto sono la crisi. La crisi crea la crisi. Per superarla è necessario che si metta in crisi la stessa crisi. A tutto questo è difficile reagire poiché ci vorrebbe proprio quello che non c’è, cioè dinamismo, inventiva, freschezza giovanile, fiducia in sé stessi e nei compagni. Manca proprio quello che servirebbe.  Della crisi dobbiamo fare un problema quotidiano e materia da trattare di continuo. Solo così la crisi non è più distruttiva ma diventa un fattore di stimolo e di cambiamento. Una crisi continuamente evocata è la situazione ideale di un sistema in processo; una crisi continua produce un prolungamento della vita del sistema.

Muore la Poesia visiva quando rimane quello che è e non diventa quello che ora deve essere; rinasce la Poesia visiva quando diventa qualcosa che non è mai stata. Può morire e rinascere contemporaneamente, da una parte morire e dall’altra rinascere: dipende dalla sostanza che le riempie le forme e dalle forme che rivestono la sostanza. Quello che è indispensabile è che gli autori siano convinti delle potenzialità sconfinate che l’arte assume quando si coniuga con la parola e che la parola assume quando si coniuga con l’arte. L’arte moltiplica le sue potenzialità quando viene coinvolta in un processo che la fa reagire con la parola e così la parola s’illumina quando reagisce con l’arte.

 Spesso la parola inserita in un campo d’arte non riesce ad esibirsi. L’arte deve approfittare della prossimità delicata della parola e di quella ricchezza della parola che è il senso. Ma è difficile concepire un movimento su una tavola fissa. Questo è il problema: consentire alla parola di declinarsi su una tavola d’arte. Se non si risolve questo problema, ogni fatica sarà sprecata. Se delle parole si perde il senso, l’arte resta povera e fissa. Il problema è dunque quello di trovare il modo di registrare un processo che si svolge senza fermarlo o fissarlo su qualsiasi  parola. Devono inventarsi tavole dinamiche e mobili, materiali e processi che si svolgano e mostrino lo svolgimento dei due fattori. In questo si gioca la morte e la rinascita della Poesia visiva.

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