Rebus, iper-rebus. Parole da vedere, immagini da leggere
by Lamberto Pignotti

 

La poesia visiva nasce dalla consapevolezza di non poter più fare assegnamento sulla parola ma anche dalla diffidenza di potersi fidare dell’immagine.
La pulsione la muove verso una sorta di neo-ideogramma, di inedita segnaletica, di mitografia fantastica, di eterografia, di vignetta enigmistica di nuovo stampo, che le apporti una specifica identità approfittando delle secolari pratiche linguistiche e visive, però fuggendo tangenzialmente da esse collocandosi potenzialmente in un’orbita pluri-sensoriale e allegorica.
La pratica delle figure della sinestesia e dell’allegoria che presiedono sia il campo letterario sia quello artistico conducono non del tutto paradossalmente a poter interpretare una poesia come un quadro e un quadro come una poesia.
Non è una bizzarria quella che faceva dire a Roland Barthes che lui il linguaggio lo vedeva; parallelamente si potrebbe asserire che un’opera visiva la si potrebbe leggere. Cose, sì, dette in varie occasioni, ma bravamente e senza starci proprio a meditare troppo.
Una visione comparata e sinottica del genere non può che fare orrore al critico professionale intenzionato a trovare l’interpretazione che conduca un testo verbale o visivo a finire in un loculo e stare così tranquillo.
Ma tranquillo lo sciagurato critico in questione non sarà mai, visto che ignora pagine teoriche come quelle di Sklovskij, di Bailly, di Prieto, di Gombrich…, e, posto che si accorga della loro presenza, davanti a testi come quelli prospettati ad esempio da Dodaro, da Aprile, da Caggiula, dal sottoscritto, da vari artisti, che forniti preventivamente di mappe che prevedono, oltre alla latitudine e alla longitudine, anche le coordinate corsare di anamorfosi, mise-en-abîme, palinsesti, si pongono fra poesia visiva e pittura verbale, trovandosi a transitare in un tragitto compreso fra ipo-comunicazione e iper-comunicazione, in un linguaggio dissestato nella sintassi e spezzato sulla linea dell’orizzonte.
Quando un genere di comunicazione si è disarticolato e smagnetizzato, non puoi continuare a fare finta di nulla. Aveva ragione Susan Sontag ad essere drasticamente contro l’interpretazione. Contro quel tipo omogeneizzato di comunicazione.
Contro quel tipo omogeneizzato di comunicazione si sono da tempo sottratte ad esempio certe mie poesie sperimentali e visive, allorquando intendono comunicare a certuni, imprigionati dalla consecutio temporum, che non vogliono comunicare con loro, o certe mie “Poesie invisibili”, o certi miei antichi “Rebus”, o certi miei più recenti “Iper-rebus”.
Ho sempre trovato l’enigmistica e i rebus seducenti e intriganti, pur non avendo mai compilato un cruciverba e non avendo mai provato a risolvere un rebus.
Nonostante che mio DNA sia quello di un dissacratore, da tempo rodato, mi compiaccio che il mito resti tale, che il mistero resti tale, che l’enigma resti tale. Anche se la Pizia o la Sibilla Cumana mi fornissero soluzione in proposito, non ci crederei, non ci vorrei credere: ho il gusto anomalo e forse alquanto perverso del fraintendimento, del malinteso, del qui pro quo, a fini estetici decisamente emotivi e individualistici. (A guardarmi in giro è un gusto però – più o meno palesemente e consapevolmente –   assai condiviso…) Non vorrei mai e poi mai sapere, anche se Dante redivivo me lo venisse a svelare, cosa vuol dire “Papè Satan Aleppe”…

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