Reliquie Disperse. Gli Abbecedari di Francesco Aprile
by Egidio Marullo
25 aprile 2018

 

Gli Abbecedari di Aprile contengono valori diversi, complementari, per certi versi addirittura antitetici tra loro che, rispondendo a meccaniche misteriose, si condensano manifestandosi attraverso una indiscutibile armonia pulsante, vitale. L’intera opera di Aprile, sia quella squisitamente letteraria che quella verbo-visiva, quanto tutta la sua esperienza attorno all’Asemc Writing, vivono su un dualismo creativo: da un lato una evidente ricerca di armonia che, soprattutto nelle opere visive, ha venature solenni e rimanda ad un gusto arcaico, apollineo, dove nulla sembra affidato al caso o all’improvvisazione; dall’altro una evidentissima vocazione alla poetica del frammento rende la composizione organica, viva, pulsante. Gli Abbecedari si basano quindi su un equilibrio impossibile tra strutture megalitiche e organismi monocellulari, dall’ordine tipografico delle lettere stampate e impaginate con la cura artigianale e scrupolosa del grafico che allinea lungo assi immaginari ogni elemento seguendo le regole auree del mestiere, alla frammentazione ripetuta in modo ossessivo dei tratti calligrafi, espressione di un gesto frenetico e libero. Va ricordato che il ciclo degli Abbecedari ha inizio nel settembre 2016 e vengono esposti, per la prima volta, in occasione della mostra “Modulazioni Granulari” (aprile-maggio 2017) realizzata per Utsanga a Specchia (LE), in cui, insieme a Cristiano Caggiula e Egidio Marullo, l’autore presentava questa sua originale idea del frammento e del modulo, tutto teso alla ripetizione sistematica ma aritmica, ossessiva nella rigenerazione quanto nella dispersione.
Aprile cerca di generare un linguaggio parziale attraverso gli elementi tipici della comunicazione linguistica senza però farsi intrappolare nelle gabbie semantiche e idiomatiche. Aprile sa perfettamente che nessun linguaggio espressivo può strutturare una sola lingua, un solo significato, un solo codice comunicativo. Egli sviluppa tutta la sua poetica su questa idea di linguaggio multiplo ma incompiuto dove ogni granulo o seme è espressione di un sistema perfetto più grande e non raggiungibile, fatto di un corpo visuale, fatto di segni organizzati e definiti in relazione diretta con altri segni di natura anarchica. Entrambi si stagliano sopra o in trasparenza sotto campiture cromatiche. In alcuni casi diventano pennellate, strisciate e applicazioni sempre di colore rosso. Un sistema, quello che crea Aprile dove il gesto spontaneo, frutto di un’azione vitale del corpo regala al fruitore reliquie di perfezione espressiva che si disperdono nell’ordine e nella misura dei caratteri tipografici quanto nello spazio cromatico. Un sistema dove il segno diviene sentiero di percezione circolare, né astratto né concreto e la scrittura vive come insieme di frammenti scomposti, parole in decomposizione. Un sistema di lettere mummificate, reliquie disperse e negate alla memoria. Grafemi silenti, granulari, brulicanti e sperperati in respiri corti e pulsioni convulse, mai del tutto liberati dal bisogno comunicativo dell’atto di scrivere. Fonogrammi taciuti e muti ma incisi nella pietra. Indelebili.

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