L’ultimo mentore (per F. S. Dòdaro)
by Egidio Marullo

 

Il tema è quello della sintesi estrema, della riduzione. La scarnificazione dei linguaggi diviene tratto caratterizzante e poetico. Un togliere che viene dal cercare ma muta il suo valore semantico nell’azione stessa che Dòdaro pone in essere nel suo consolidato processo creativo. Egli non cerca alcunché, (anche in questo risiede il superamento delle avanguardie storiche e delle neo avanguardie), egli compone, seguendo algoritmi rigorosissimi, opere che si reggono su possenti pilastri concettuali, narrativi, aggiungendovi la scrupolosa sapienza artigiana del tipografo, dell’inchiostrare, del rilegatore, del grafico, di colui che sa di rivolgersi ad un pubblico sempre vasto, sempre nuovo che deve comprendere, che deve guidare e da cui essere guidato.
A questa azione di abbandono, alla sapienza di laboratorio egli giustappone una saggezza  intellettuale infinita ed un retroterra culturale emozionante, denso di esperienze, incontri, rapporti con i massimi esponenti di quel mondo della cultura e dell’arte europea che oggi sembra essere stata risucchiata nelle sabbie mobili della comunicazione globale, che priva di senso veicola velocemente il vuoto. Dòdaro aveva previsto, invero questa digressione verso un’azione culturale ed artistica che trasporti il nulla. Egli ha posto, nella seconda fase della sua opera uno spazio d’allerta e di interazione con questa vena allucinata post-moderna e direi post-artistica. Le sue opere si compongono come genoma di corpi semplici, minimi, che si annodano tra loro costruendo narrazioni incomplete e compiute suggestioni. Sia che si tratti di letteratura, sia che si tratti di grafica, editoria o altro, Dòdaro ha insegnato a noi tutti, a tantissimi giovani artisti il confronto ed il dialogo con il vuoto, con lo smarrimento proprio della poetica schizoide del ventunesimo secolo. Esperienze come la sua hanno traghettato generazioni di artisti europei che, smarriti, perduti nel guado neo-espressionista del secondo dopoguerra o satolli ed appesantiti dalla variegata orda pop-concettuale o annebbiati dalla coltre di cinismo strutturalista avevano perduto il senso profondo e il valore dei linguaggi. Egli, operando sempre dalla provincia ha rappresentato per tanti un faro, una figura pura, un mentore che con la sua esperienza ha cercato una poiesi che fosse alternativa nel metodo a quelle solite, ponendosi egli stesso in continuo fermento, in continuo ascolto con le nuove generazioni portatrici di istanze inedite. Ogni lessico deve portare i segni del suo tempo, secondo la sua concezione ogni opera deve quindi essere posizionabile sulla linea del tempo, non banalmente come fatto storico ma come visionaria comunicazione con il contingente, con il momento, con l’età in corso e con la sua essenza caduca. Soprattutto le sue opere visive conservano ed esprimono proprio il bisogno di essere volatili, essenziali, nel senso che aspirano al dissolvimento, all’evaporazione nell’oblio del tempo e nel suo fluire. L’uomo è per sua natura non più essere infinito, la sua opera non può quindi aspirare all’eterno. L’arte come il suo creatore è fragile, transitoria e biologicamente effimera, destinata, come materia organica ad infiniti mutamenti genetici. In prima battuta, negli ’40 una logica di questo tipo lo condusse ad un esistenzialismo vicino a Scotellaro, Bodini ma vicinissimo a Morandi, a quella sua condizione ovattata dove la quotidianità lasciava trasparire spazi inquieti di infinito vuoto e all’amico scultore Aldo Calò e alla sua ricerca sul bimorfismo e su quell’ambigua ricerca di sintesi assoluta attraverso la trasfigurazione plastica della pietra.  Da questi presupposti giungerà poi nella città che diventò sua, Lecce dove presenterà nel ’54 i suoi smalti bruciati ponendosi di fatto come innovatore della scena artistica europea accanto ad Alberto Burri che negli stessi anni giungeva, percorrendo altre vie semantiche  agli stessi risultati formali. Da quel momento, da Lecce, da una provincia dell’estremo meridione d’Italia, Dòdaro ha dettato i tempi della innovazione linguistica ed ha studiato e catalogato ogni variante del linguaggio anche in rapporto con un territorio fortemente connotato e influenzato da retaggi culturali e legami fortissimi con la tradizione ed in generale con i localismi. Ecco, solo una figura autorevole come quella Dòdaro poteva tenere insieme e talvolta mettere in comunicazione le diverse anime della cultura e dell’arte meridionale ponendo in comunicazione critica autori lontani tra loro come Carmelo Bene,  e Vittorio Pagano e Vittorio Bodini. Solo la verve di Dòdaro avrebbe potuto indirizzare verso la sintesi del segno e la poesia verbo-visiva la potenza acerba di De Candia cogliendone i tratti distintivi e rivoluzionari che avrebbero poi reso possibile l’affrancarsi del pittore leccese dalle sue antiche guide ormai sature di provinciali retaggi e colme oltre misura di dogmi e condizionamenti.
Questa sua cifra si mantiene intatta ancora oggi, si esprime nel guidare e foraggiare di nuovi stimoli giovani artisti e studiosi dei linguaggi contemporanei come Francesco Aprile il quale raccogliendo l’eredità di Verri e dello stesso Dòdaro sia in qualità di autore che di critico rappresenta quello che da sempre ha rappresentato Dòdaro: un raffinatissimo intellettuale capace di essere contemporaneamente uno studioso scrupoloso e puntuale dei linguaggi contemporanei con la mania della catalogazione e archiviazione dei documenti e delle esperienze e un’artista capace di spaziare in quella “terra di nessuno”, al confine tra editoria, giornalismo, poesia, narrativa, grafica, stampa, pittura,  senza soluzione di continuità.

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