Recensione a “Il Naviglio innocente” di Antonio L. Verri (L’Ora, Palermo, 1991)
by Alfonso Lentini

 

Per ricordare Antonio Verri e per contribuire a valorizzarne la figura di artista, scrittore, editore ed infaticabile operatore culturale, propongo su Utsanga una mia recensione a un suo libro, “Il naviglio innocente”, pubblicata nel 1991 sul quotidiano“L’Ora” di Palermo.
In omaggio a Verri ho inoltre realizzato, appositamente per Utsanga, una poesia visiva nella quale ho usato (rielaborandolo) un frammento del dattiloscritto originale di quel mio testo, insieme a strati di bustine da tè e altre carte.

Nota
Anche se non ho mai incontrato fisicamente Antonio Verri, siamo stati a lungo in contatto. E di lui conservo un ricordo vivo, pulsante, fatto di telefonate, lettere, fitti scambi. Con la sua passione e con la sua istintiva generosità riuscì a trascinarmi nelle sue affascinanti avventure culturali, ognuna delle quali era una sfida alle convenzioni e si apriva a forme di sperimentalismo che attraversavano e sconvolgevano ogni modalità espressiva.
Antonio mi coinvolse in molte iniziative, ma quella che mi appassionò e mi impegnò maggiormente fu l’esperienza di “Ballyhoo-Quotidiano di comunicazione”, anticonformista esperimento editoriale idealmente collegato al precedente “Quotidiano dei Poeti” che a partire dal 1989 Verri aveva promosso insieme a Francesco Saverio Dòdaro. Qualche anno dopo, costruendo una rete di rapporti fondata su amicizia ed entusiasmo, Verri riuscì, sia pure per un breve periodo, a far arrivare quotidianamente nelle edicole di varie città italiane un foglio denominato “Ballyhoo-Quotidiano di comunicazione”, dove al posto delle notizie dei quotidiani tradizionali venivano pubblicati testi creativi, pur se in parte riecheggianti i fatti del giorno. Il quotidiano uscì per dodici numeri dal 17 al 30 maggio del 1991 e raggiunse le edicole di molte città come Milano, Bari, Perugia, Trento,Belluno, Matera, Napoli, Roma. Fu una provocazione culturale intelligente e coraggiosa che coinvolse poeti, scrittori e artisti selezionati con la massima apertura mentale dallo stesso Antonio Verri.
Oltre ad aver pubblicato su quasi tutti i numeri, sono stato fra i diffusori del quotidiano nelle edicole di Belluno.
La collaborazione con “Ballyhoo” è stata una tappa importante del mio rapporto con Antonio Verri, già in parte consolidato in precedenti occasioni fra cui la pubblicazione nel 1990 di un mio racconto, ”La nave a dondolo”, nella collana “Compact Type. Nuova Narrativa” delle edizioni Pensionante dei Saraceni, diretta da lui insieme a Francesco Saverio Dòdaro.
A mia volta ho coinvolto Verri e Dòdaro in una mia iniziativa, invitandoli a partecipare a una mostra che ho curato insieme a Gio Ferri, “La parola dipinta” (Belluno, Palazzo Crepadona, dal 3 al 12 maggio 1991).
Purtroppo la morte improvvisa di Antonio nel 1993 ha troncato un rapporto che avrebbe potuto negli anni diventare ancora più intenso e produttivo.

(A. L.)

 

Recensione a “Il Naviglio innocente” di Antonio L. Verri (L’Ora, quotidiano di Palermo,  luglio 1991)
by Alfonso Lentini

C’é in questo nuovo libro di Antonio Verri[1] un personaggio ‘irsuto e poco efficiente” che viaggia in un’enigmatica Grande Nave insieme a una folla di personaggi, arnesi , parole. Custodisce un oggetto misterioso, una sorta di modellino che “cresce” nella sua cabina. “Molti fogli su di un tavolo che riproducevano – studiata nei particolari – una forma ovoidale…  Un suo misterioso progetto (…) Un modellino? E di che? Aveva cominciato, un giorno di tanto tempo fa, dopo essere state attaccato da vari alfabeti, fia forms navicolari, allungata, da forme anche sfumate, incerte. Era l’inizio…“ Questa sequenza, inserita quasi in sordina nella labirintica fioritura di parole che scandisce il testo, può essere considerata una possibile chiave d’ingresso nel mondo polimorfo e fluttuante del “Naviglio Innocente”. “Attaccato da vari alfabeti”, come il personaggio citato, anche l’autore sembra essere inchiodato a una sorta di libido espressiva, a un piacere del dire che pero costantemente si scontra col suo contrario, cioè con il rischio di morte della parola, con l’impossibilita del dire. Il modellino amorosamente custodito nel segreto della cabina (oggetto in continua crescita, ma che non prende mai forma) può essere allora figura emblematica della condizione di radicale alterità della scrittura e dunque della difficoltà di compimento dell’opera.

Vi sono poi, nel brano citato, altri particolari da notare. Per esempio gli alfabeti da cui il personaggio si dice invaso sono accostati a forme “navicolari” e una nave dalla rotta cangiante e dissennata attraversa questo libro. È una nave-personaggio e in sostanza si identifica con il libro stesso, essendo il viaggio “diverso” della nave nient’altro che lo specchio della “diversità” nomadica della scrittura. Solo se varca le soglie dell’alterità, se accetta Il rischio della navigazione tempestosa, l’alfabeto può dunque assumere forma “navicolare”, di naviglio, e farsi scrittura coscientemente eccentrica.

Il libro si pone indubbiamente nel filone dello Sperimentalismo . Molti oggi si chiedono se questo genere di scrittura abbia ancora senso, esaurita ormai da tempo la funzione di rottura che essa ebbe intorno agli anni 60. Su tale questione si potrebbe discutere a lungo, ma é indubbio che se un testo ha una validità, ciò dipende dalla sua qualità: un romanzo sperimentale può avere un senso (come può avere senso un buon pezzo di musica jazz) non tanto se è o meno di rottura, ma se é un buon romanzo. Questo di Verri liquida la questione semplicemente mettendoci sotto gli occhi la splendida valenza del testo.

Francesco Gambaro, parlando di un altro genie della scrittura cangiante e “irrisolta” (oggi poco “visibile” nei circuiti ufficiali, ma quasi oggetto di culto iniziatico da parte di una cerchia ristretta di estimatori) ebbe a dire che la scrittura di Gaetano Testa – questo é il nome dell’autore in questione – ha una funzione prevalente: “quella di mettere me che leggo direttamente in contatto con il piacere e la felicità di scrivere, o meglio di essere uno che scrive. Perciò dico che quando ho un racconto di Gaetano da loggere, sicuramente scriverò”. Credo che la stessa cosa si possa dire della scrittura di Verri: aperta, tentacolare,interattiva al punto che il lettore viene come risucchiato dentro la pagina e spinto a partecipare al flusso drammatico e felice della libido espressiva. Il che, mi sembra, non è cosa da poco.

[1] ANTONIO VERRI, Il Naviglio Innocente, Erreci Edizioni, (Lecce, 1990).

 

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