Una casa nel bosco (1984)
by Franco Falasca

 

dal volume:

Franco Falasca – UNA CASA NEL  BOSCO
Edizioni Latium, Roma, 1990, pag. 93-95

 

   Ogni volta che mi sono aggirato in quelle nebbie metalliche sabbia-chiara frugando e considerando che tu possa rappresentare per me un rovesciamento del rapporto io-altro in un rapporto altro-altro, generico, voluminoso e ripieno di stanca tracotanza, in quel quid presente, e tracciando una linea da allora ad altro, dalla categoria di «ciò che si ha l’impressione di» alla categoria di «ciò che si è assolutamente certi di sapere seppure indimostrabile», allora fendendo le nebbie metalliche sabbia-chiara ed avvicinandomi ad una casa nel bosco, sia come oggetto casa, sia come nome composto «casa nel bosco», in quel punto preciso tutto veniva a collidere in un caleidoscopio-baule dal colore verde-viola misto con righe giallognole sbiadite.

   Il rischio, consapevole, e di cui tenevo costantemente informato me stesso, era di dimenticare le nebbie metalliche sabbia-chiara, e la cosiddetta «casa nel bosco» per rimanere chiuso nel baule verde-viola misto con righe giallognole sbiadite simile ad un animale non identificabile, sproporzionato e dai pensieri umanizzati.

   Quanta luce attraverso lo spazio interno del baule e dalle fenditure si disegnava sulle pareti in forme geometriche, punto esclamativo. Si, la tentazione è forte, quella di sostare li, un po’ esterrefatti, un po’ accorti e divorare tutta quella luce, quei colori e quell’impressione di puntini puntini realismo.

   Bauli verde-viola con righe giallognole, case nel bosco, nebbie metalliche, caleidoscopi, giardini a riquadri uniformi, fili per stendere panni nascosti tra rampicanti, tubi metallici arrugginiti, resti di colonne romane, cesti di more di bosco, contatori degli impianti di acqua, con tre stelline che ruotano a velocità differenziate, difficoltà di avventurarmi, di collidere, di perforare quella barriera che impropriamente viene definita, come se un pensiero erroneo e gravoso e disagevole persistesse aggirandosi nei nostri dintorni per comunicarci che quella presenza disagevole è motivata dal pensiero erroneo e gravoso che l’io e l’altro sono due punti simili e differenti, e che il movimento lento di colori, di parole, e di (impropriamente definiti) spazi, possa contenere invece di circondare, contaminare, espellere oggetti voci sentimenti, bui e rampicanti moti del corpo, delle ciglia, delle guance, degli occhi oppure che sostando e planando sopra un terrazzino con ringhiere nere scrostate e al suono delle trombe del Cinema Italia, attrazione universale, intervenite tutti è il circo semiotico delle meraviglie, eccomi pronto, e drastico e lento, a tentoni, tra scatolami, merceria e robe varie, pigro manipolatore affezionato all’eterno distacco, affezionato o destinato? eppure basta immettere verbi aggettivi pronomi che il discorso irrompe nel corpo vivisezione-agrumi, ruote di carro, sotto la pioggia quella premessa di vetri appannati e di grembiuli di tela grezza, apposta sostando sotto quella pergola per far dimenticare nelle nebbie metalliche in quadri paesaggistici, tardo-ottocento, medi, con alberi case e fiumiciattoli, che le premesse scontate sono riassorbite con un senso di stupore pure cercando di immaginare i nostri corpi che mano a mano si delineano nella mente, in quella peluria erbosa cerebrale in cui un concetto preciso, non importa quale, si scontra, nel buio giallognolo di un baule verde-viola, e ti chiedi come e perché ed esiti facendo scorrere carri, cavalli etc. si scontra con l’immaginazione del presente, no non puoi assistere a questa pitagorica cosa solo assolvendo ai tuoi compiti di puro piacere, pausa, e scavalcando o cavalcando l’ordine apposta a «impropriamente» usando il linguaggio ma «propriamente» in un altro ordine.

   Appeso alla struttura del linguaggio, incautamente — se il testo inizia con un tono dimesso ed a respiro breve, esso incrocia subito il momento e perisce come un breve respiro, ma incorniciando e asservendo il logos (asservendolo perché esso dialoga con chiunque con qualunque malanno ed accidente, e logos ed accidente non vanno d’accordo, cosicché pur di scrivere e dialogare rendo servo il logos, obbrobrioso ma necessario) asservendolo sono indotto a: una grande stanchezza avvolge il linguaggio, tremando appresi la notizia, quanta inettitudine avvolge la vigna e nella borsa trilla la speranza, birillo di un momento, spopolato campo di girasoli, eppoi l’attenzione si concentra su: restringere gradatamente l’attenzione, in modo da poter compiere l’itinerario con soddisfazione sia adeguandolo al linguaggio, sia nella forma del trapasso, senza soste su momenti appresi (noti, conosciuti).

   Entrando nel giardino erbe, terriccio, cunicoli di cemento, assi di legno, non oggetti ma parole, attraversavano il mio pensiero, erba, cunicolo, cemento e una sensazione diffusa di immergermi e in parte sciogliermi non all’interno di un ma in sintonia con una cosa, si perché l’equilibrio sciocco che mi apparteneva era agganciato dal logos, con un po’ di rabbia ed impazienza, e reso forma, processo finale della disintegrazione nucleare dell’unico nesso possibile che conduca il discorso fuori di sé, oltre i limiti, la barriera, l’orizzonte, etc.

   Entrando nel giardino constatai che nessuno poteva perforare la barriera che si era frapposta tra quella sensazione di spazio voluminoso, in cui l’intelligenza era indotta ad espellere i propri contenuti in un misto di coriandolo-sperma-birillo-neve e la produzione, la moltiplicazione e la proliferazione dei significati, aggiuntivi e contradditori che accadeva subito prima, e in relazione rabbiosa con questa esplosione: carriola traballante su un sassoso sentiero nel bosco, tra nebbioline leggere sparse a sciarpa tra gli alberi stilizzati.

   «L’acqua che scende dalla montagna non pensa che scende dalla montagna.» (Tran Thai Tong, XIII sec.).

   Fu cosi che aprendo la finestra e facendo irraggiare nella stanza la luce filtrata da una fila di vasi di gerani, Y si sedette si sedette a riflettere e la sua mente girava dolorosamente intorno a un solo pensiero indistinto: una specie di oggetto inzuppato nell’inchiostro, fatto di parole, impasto di farina e granellini aromatici: solo che il movimento delle cose (quel dondolio lento e sciolto, avanti indietro, che le accostava ai suoi occhi per poi farle sparire) gli mostrava nell’attimo di lontananza la persistenza caotica di nozioni svuotate d’attrattiva: scopriva cosi che dopo aver imparato a definire il sole sole, l’inchiostro inchiostro, il tappeto tappeto etc. in un attimo le lettere venivano solcate da brividi ed incertezze.

   ll baule verde-viola con righe giallognole, la casa nel bosco, un viottolo che girando a ritroso conduceva in una piazzetta rettangolare, un aspetto bilioso del problema, induceva mano a mano tra ritagli di vestiti, ruote di carro, gomitoli e matasse di filo, spazzole, fogli sparsi, barattolini con l’etichetta nera con un omino che mostrava le scarpine nere, nebbie metalliche, ritagli di acciaio sparsi sul suolo a mattoni grossi quadrati, induceva mano a mano a considerare che quel rapporto altro-altro, generico, voluminoso e ripieno di stanca tracotanza si consolidasse fondendo gli oggetti e le intenzioni, e alterando i colori, i blu-violetto, gli arancioni, i grigi-pastello e i verdi molto intensi, e mano a mano inglobasse il baule, ambientandolo in quella peluria erbosa cerebrale e facendolo scontrare con l’immaginazione del presente, con la ripetizione retorica dell’impressione, con la impazienza di additare, nel minor tempo possibile, un altro possibile oggetto.

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