Estratti da “Nature improprie”
by Franco Falasca

 

Franco FALASCA – da “Nature Improprie”, Fabio D’Ambrosio Editore, Milano, 2004 (Premio di Poesia Lorenzo Montano XIX, edizione 2004-2005)

IL RIPOSO

I.

Da rivoli secche armonie
non compensavano asce
che turpi assecondavano corpi od occhi
o teneri assaggi serali
nelle notti di plenilunio/ascolto
in cui saggia e riverente
traduzione o cosa
scoscesa (piccola anche)
aerea stagion a picco
pozzo aree
biografie/divora
ladroni biotici
terra terra (rasoterra è il volo)
non che unica
asseconda le vicende l’armonia
sgocciola la camicia
dici abbrunito caprone
di miei segni (o sogni)
di tolleranze zotiche
oppur dei miei stivali
tallone d’archi o continui
se armonia è non di laggiù
traversate le sale
lingua che d’attesa
o di tenero sa
o di …
in là di questo sostantivo arco/poesia
non può andar
palificazioni rocciose
certuni dicono ascoltano semplificano
paludi non nei tuoi erbosi occhi
materiche recinzioni innumerevoli
assiepati come per un ultimo arco
non per pazientare sul Marnon (sulle rive)
progetti e recinzioni
assiepati come per un ultimo arco
penetra sentore sagace
di senape d’arrebox d’ultimo
lo scontro soffusi avemmo
mi prenoto per vicende
per rudi riflettenti manie
dannate danzanti
come a dama mora
attendi il libro ed il the
o la tisana calda
sagge le tese dan
rigide le don
ed il suono t’occulta arginosa
nel fossato l’acqua come
serpe tenera ma sai
sì (o piscio paglierino)
assiepati (-ati di qua e di là spartisce)
e nocchie so di …breton-iere
di motti o di romantici etc.

subi/tonda è la mia che scimmiotta
il suon e la voce (il ricordo?)
da armoniche o rivoli
punto per punto
gnomo fallico propiziatorio/collinoso/merlettato
e gigli ancorché
mercato in canzonetta/ciliegia
da secche ancora tremula bionda
di me il senso espugno
della lingua prima dono,
oppur del riposo, l’onda
pali poltiglia macula d’osso/luce
nella nostra
oppur del riposo l’onda
se parte battagliero assiepa sposta
se alcuno riposa e chiara e tenera
se altro s’occulta
se cruna destra vita od onore
o semplicetta ovale orda/pasa
lisa tenera/ondinata
che pensiero era
che arte d’ansia
che ansia ed ansa tenera
che multi-scoscesa
ansia che tenera non era
che ripercorreva di te un allotropico
crinale (pensava alcuno)
di chi o cosa?
la porta scinde o s’oscura
cornice a margine d’attesi piccoli
microbi d’esercito
d’api
da sera vestiti insalate
labili
molto labili
senz’apparente qualità
o tremolio nella voce
od incandescente opinate labili massime
se assieme s’oscurano
fienili dopo peregrinazioni
ma chi hai dopo nella trama
caprone cannulo
& panna ampollina
tiritera birichina e suolo unto
cosa e cosa ancora?
chi dici che sia
capienza oscena di mia piccola mente
sagace adunca generosa
ripeta ancora quella formula
odor di bosco finestra senza fine
ché giace amor in sconosciuta veste
sirena erbetta pera o campanella
ritta s’addestra nebuletta sposa
ridente vasta o spiritosa spina
luna giallona e prugna secca e vino
ancora m’addestri ancor se anche m’affino
non so d’altro parlar e temer verbo
gira e rigira in me turchino
leggero e senza riflesso d’or
pensiero
anzi era carro sala ibrida sensazione
luminoso leone o zebra ho visto ripe
anche
Marì Marì tienti forte
giù nello schiumoso turbinare
vocale sensuoso
pacchiana ebbrezza o filo d’oro e tenue
sfarzosa e liscia eppur cremosa ibrida
s’erge e mescola al del nulla confine
ed associa umore persa e muta
d’onirica plenitudine ascolti
densa appuntita ovalizzata luna/luce
sagace e divora il pomeriggio ed i garofani
e l’erbe ed il vuoto passo
ruvido/cadenzato
oh c’hai pienezza e segno
e dunque mi riscopri
ch’hai angolata ed oscurata
comunque hai e comunque sia
percorso m’è noto ma gorgoglio incerto
e mistura di sapere e d’assenza
ch’intenerisce
ovale erbosa e civil/tenera
s’annida se arnia era occlusa
ampio il suono e granuloso
il cammino
segnala qua e là a segno di…
pure non dire ciò che può anche
richiamar quel che precipita nel senso
ma v’è luce e lume o carinetta cosa
aggrazia mente e sensi
e chiedi e chiedi
ma d’ovulo sortisci e suoni
e paludosi d’oro finti
affanni lupi tronchi maglierie
ov’è la cifra che m’inquina
m’assale odor attendo pigro
risvolto lungo rigido torrion
petroso
suon d’erba e tua graziosa mente
vinci ariosa e furia d’avvenire
agghinda stira e macchia lisa tenda
vive d’unguento lascia spoglie avvenir
che sia cosa
e che sia così
margetto ed arginello
vituperio d’era segmento d’avvenir
ognor scaglia ed ognor l’archetto
o vile scanno e pelosa pruritudine
scocca l’era e saggia s’avvicina
o caprone cannulo vinil
meriti scorza od altro a te vicini
non era questo l’atto od il pensier
troppo disegno e nulla v’è turchin
che spande e scrive e cavalla spera
sentire è dunque andare
e non pensare sempre
s’ovvia la sera e stretto il cammino.

II.
dopo nella siepe radiche innervavano
leonie lirici raptus donc
pur di stupire Salino l’ancien
Rico il breve Ludic il verde
spartano idillio alimentando
peloso incavo al desio apparendo
asservendo la madre di là dell’Ade
ovale come uno stadio
sorniona ma sine speme
conducendo la sua passiva erba pelosa
nelle contrade o mordendo il labbro rosso nell’ombra
siccome antica abitudine poteva scioglier
lirica e densa di vital liquido squillante
ed il cono denso di caprone cannulo
e lirico spingendo e pensosa implorando
da lui violenza muta
s’ergeva pistillo delirio scamorza
cannuletta e pelosina
gigionesca nella sua mollezza
e felina nel taglio
fino ai di lui lobi estrema nel canto aggrappandosi
e nello sgocciolio delle serali luci.

III.
depennati i carri altrui e le riunite (omissis)
unte scialbe assiepate sui monti
tristi e tristi ed oscurati
oscurati ed innominati
proliferavano nelle serali luci verdi
agli slogans virtuosi piste di terra
sobria tenebrina esponeva il capo
virtuosa filtrava tra le pigne d’uva
ed il pane dei tavoli (cito a memoria)
e la luna-serpe taglia l’orizzonte
pesa il cono e l’incavo guidato
da ossificata ed ossessa sornione
gioia
terra impastata a sangue
arte povera
di cremolata memoria
s’impasta la luce ed ossessa l’ombra
si stira
par contenere in gioia
quella pervicace e d’immagine riunita
strada o ch’altro
ove i minuti costipati
in gettiti atomici ripercorron
sinusoidi morali-atomici
o gigioneschi-barocchi
spera spera ciurla occhiaccia
tenebrina
ossificata speme e marron desio
chi armò e percorse e d’essere
visse ed a chi rapì
e di chi il possesso ed il desiderio
mai soma è sazia
(oppure mai doma e sazia)
ad equazione-spiraletta
t’incontro e chi?
o pallina multicolore!
o pirolo ceruleo!
o canneto!
o ridanciana occhieggiante
raduretta!
chi eri agli occhi stilografici?
è una protesta un consenso
od un rivoletto d’azzurro rigore
sparso su queste soglie
di terra e sangue come arte povera
ma queta?
pargoletta poesia sui banchi di scuola
per quegli eroi che fummo!
irrorati e falsamente protesi!
ecco son pronto (dice)
ma la cifra non v’è!
 

IV.

ch’esso era non il fluire o lo sciabordare
a qualsiasi turchina vista ostruita
pensando palpito d’ebete carne ossessa
pensosa e di te discinta essenza
pelosa pensandoti e candida e marmo-china
ch’attendi nei tempi ossessa d’abitudine
d’arte di carne di sorrisi
spegne sonante e può vivo risintesi
accoppiare ad altro – emerge
e solstizio pistillo e lodoletta
di dèi un’attesa un cianfrare un alitare
odorosa sottovoce soffiante
com’eri di carne sorriso-meccano
od ossido delle tue brame
che salubre estorce dominio
e desio – m’assegni a sera
un tempo e m’occulto
è un salutare ripercorrere oppure
d’arboscelli la statua e d’adolescenza
il lievitare dei corpi ossequiosi
che pare un rastrellante parossistico
assioma
la filosofia del grano
l’andante del motore nero
di qual giorno discinta essenza
tu od altro ed altro
sui tavoli sui banchi ossido-meccano
d’un sorriso che di chi evoco non è dominio
eppoi spenta s’assesta fuma e scia
avvolge
carro forchetta e ferrata lastra torta
o gitana mestizia da caleidoscopi
rifratta
triangoli schegge rombi
ossificati
iride ghiaiosa
se alcuno raggiungerti può
certo in un limbo od in un’ossessa mente
puntando a piccina arida
magniloquanzia
d’ebete rimmel intellettivo
impastato
ecco ch’a sera i linguaggi-stili
d’inchiostro accanto l’inselvatichite
penose linee all’alto orientate
eccole
chi era al cor discinto
ossesso-meccano accanto
e positura d’antico canto
a voi accanto
e di qua un periglio od un martello od una cornice
a chi ascoltando nulla raccontare
celeste e celeste a forbici ed a stelletta
occlusa
patema d’ossificata ansia era non lo
sciabordare od il fluire
a qualsiasi turchina vista
discinta e candida pensosa essenza
pur di te sonante spegne e ad altro emerge
ecco d’occhio-grano gitano caleidoscopio
lodoletta l’attesa
che salubre estorce dominio
o ad altro ed altro
rifratta ghiaiosa arida
rimmel intellettivo
ossesso-meccano
ai tavoli e sui banchi
parendomi vedere ed un tempo ed il tempo
di te presente
senza linee
ad arco congiunto da e per dove
ed occhi e mestizia novità
e tenera l’occlusa ansia
e ripercorre e salubre estorce dominio
o lodoletta
filosofia del grano / nero motore
d’unto impastato e cuoio teso
che pure statico mi pare scorrere
se nulla racconto – perché?
od il tempo od il cuoio od ansia

V.
che divide la lodoletta disarida
e scruta dinoccolato
versifica e stende piani
o mantelli di versi
sanno di biscotto
in assioma polveroso dirimentesi
ombrosità astinenza
liquor dolce liquida terra
d’alberi essenza luna tagliata
putrescina ochetta
per di martoriati occlusi ed andando
pigri salubri al mattino
o lascivi di notte tenebra ascoltando
sentenziosetta pullula garrula
stride forosetta maligna e malizia
e di te o di te nessun canto
come Apollo la sera chiudere il recinto
a primavera tossica scindea
in ossessa luce ossificata speme
ed ossessionato verso
ch’era anche il pericolo qual sera
dolce stelletta sulla figurina
rosa e danzerina
pur tra risa vini e sapori
d’edera o d’essenza di bosco viperina
pur ricordo di te l’aspetto e l’onta
ed il tuo inceder di femmina canina
tonda la coscia / filosofia piccina
sentore d’erba / filosofia
accanto accanto e prude onta
che ed a demone rivolge sua libertade
e narra concede fiducia e freme
tra oggetti antiqui e verniciarne nero
se acque castigan gli ossessi bevitori
ch’era di sera aspro il cammino
oppure nel deliquio annego e non poso
attenzione a chi putridetta birichina
nella linda forosa tasca china
nel verso prude ansia o rima
no non ascolto dell’alto il dirimere
ovunque è gioia lì sporge delirio
e arraffa e contorce e sputa sangue e vino.

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