Il terzo elemento nell’opera di Vincenzo Lagalla: l’attraversamento
by Francesco Aprile
2018-11-18

Dell’opera di Vincenzo Lagalla si possono prendere in considerazione diverse ramificazioni, solo all’apparenza separate, divise e strutturate in campi di intervento che presupporrebbero altrettante province di senso. A partire da questa preliminare e non risolutiva “introduzione” costeggerò la serie fotografica dei sandwich percorrendo territori limitrofi che, quasi per assurdo, non compaiono nei lavori in questione. Di fatto esiste una linea sottile che va a congiungere “parola” e immagine al corpo performativo nell’opera di Lagalla ed è questo spazio, quello della linea, che diviene, a mio avviso, il luogo privilegiato d’intervento per l’autore.

La ripresa della tecnica del sandwich, in uso nella fotografia analogica degli anni Settanta, volta alla sovrapposizione degli elementi rappresenta in Lagalla il pretesto per estendere il campo della ricerca al corpo. Per quale motivo intendo procedere dalla parola, assente nei sandwich, e non dalla fotografia che invece ne rappresenta l’elemento immediatamente visibile e trionfale? La parola, che spesso Lagalla sottopone a torsioni e giochi, è matrice di un luogo – nella duplice accezione di lingua madre ed estensione spaziale – che tradisce, rivelandolo, lo spazio d’intervento come luogo privilegiato del corpo autorale il quale non esclude la storia personale e le motivazioni etico-sociali. Dunque, il punto di partenza è la parola come lingua-luogo-madre, qui esemplificato nella dimensione visiva e tattile della campagna salentina, ma sono ancora i giochi e le torsioni tipiche del lavoro dell’autore sul linguaggio verbale a riproporsi in altra veste nel campo del sandwich; la moltiplicazione dei sensi, sempre attraverso il gioco, divarica l’afflato e mette in piedi l’opera. Il discorso sulla parola potrebbe anche terminare qui, nella costruzione di una sintassi che qualunque sia lo strumento di indagine scelto da Lagalla, vede svolgersi all’interno del discorso la manomissione della regolarità del discorso stesso a vantaggio di una costellazione di sensi tale da creare connessioni improvvise, aperture, salti cognitivi.

Un uomo d’affari, vestito di tutto punto, attraversa la campagna salentina con in mano la sua fidata ventiquattrore. Gli ulivi che gli si parano davanti diventano porta d’ingresso in un altro mondo, al punto che l’uomo d’affari perde i suoi abiti, si spoglia e nudo attraversa la campagna, uscendone rinnovato. Il corpo nudo è allo stesso tempo liberazione, recupero etico-sociale di messaggi carichi di apertura all’altro, ma anche connessione immediata di un corpo che aderisce al mondo. Qui, l’opera, in senso heideggeriano, mondifica e nel mezzo della scossa, della stoss, l’uomo d’affari si scopre diverso.

Se c’è una verità nell’opera di Lagalla questa risiede proprio nel non pensarla. Il mutamento dell’azione, dalla parola all’immagine fotografica, delinea nella pratica l’esperienza di uno spazio che non è mai ben definito, fra l’interno e l’esterno, o, meglio, uno spazio in cui l’interno è già esterno. I corpi, umani o degli ulivi, sono già tutti proiettati, tesi verso il fuori, sono essi stessi il fuori, condizione da attraversare. Il corpo umano, sovrapposto e riproposto, attraversa se stesso, mette in opera un linguaggio che riflette il linguaggio per non arrendersi alla morte. Lagalla, foucaultiano dell’immagine e della performance, articola un gioco di rispecchiamenti tra Blanchot e Foucault, dove il neutro blanchottiano è quell’elemento che vede nella non presenza della parola il suo stesso trionfo, che è un tirarsi via dalla morte del linguaggio. Attraversando gli ulivi e svestendo i panni di un inautentico “si dice”, restituendo il corpo nudo, l’autore restituisce l’uomo al mondo, ma si tratta di un uomo che non è più l’autore (si perde la corrispondenza fra l’autore che è ritratto nelle foto e il corpo che le attraversa), di un uomo che non è più né soggetto né cosa, rappresenta un termine altro, come gli ulivi, e vive, attraverso la manipolazione dell’elemento fotografico, nel processo, nell’attraversamento che è temporalizzazione dell’esserci. La verità dell’uomo d’affari che rinuncia ai suoi panni per rinascere diventa una verità mai realmente sancita in via definitiva in quanto al soggetto (uomo d’affari), Lagalla oppone un nuovo termine che non è più, come detto in precedenza, né uomo d’affari, né soggetto, né uomo in sé, ma percorso, processo, attraversamento.

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