Letania salentina e altre letanie: azione muscolare, fiato e flusso. Il movimento continuo della poesia di Carmine Lubrano

by Francesco Aprile

 

Carmine Lubrano (Pozzuoli 1952) è poeta, poeta visivo, operatore culturale, editore, ha fatto parte del movimento della “Terza ondata” ospitando testi e resoconti del dibattito sulla rivista “Terra del fuoco” delle omonime edizioni che lo stesso Lubrano ha fondato e diretto all’interno del suo “Laboratorio del fare – Fare laboratorio”. “Letania salentina e altre letanie”, collana “JazzPoetry” (Laboratorio del fare, ottobre 2018) è il suo ultimo libro.

Quella dell’autore è una pratica incarnata nell’assunto avanguardistico di una poesia mai pacificata, addomesticata e rinchiusa nella sfera di un verso cristallino, ma aperta, invece, alla contaminazione e in perfetta sintonia con lo svolgimento delle trame del mondo, oltre che, nel caso di Lubrano, con una erlebnis non del tutto definita e colta nel suo flusso vitale. Di questa erlebnis il non definito risiede non certo nelle piccole unità percettive rilevate dalla coscienza, al contrario nel flusso di una moltitudine costante e brulicante che il rapporto col mondo pone in essere. Nell’espressione husserliana rileviamo l’esperienza vissuta come “puro guardare”, condizione assoluta e oggettiva che in Lubrano si manifesta nella predisposizione del poeta come rilevatore delle commistioni degli accadimenti del mondo. Da questo punto di vista è l’alternanza di testi lineari e verbo-visivi a completare tale predisposizione di sguardo, connaturando l’opera dell’autore per quelle caratteristiche ostinatamente, e per fortuna, “autre” che le istanze della poetica portano ad emergere anche in questo ultimo lavoro. L’impianto poetico è, allora, brulicante dimensioni anche opposte, caricate di senso nell’alternanza ritmica di questa guerriglia semiologica che ha nella ripetizione ossessiva la marca più autentica del linguaggio dell’autore. Allitterazioni, anafore, epifore, epanalessi si susseguono nel testo. Le ripetizioni si rincorrono, cadenzando l’andamento della scrittura e amplificando la dimensione semantica dell’opera, ponendosi come rafforzative di una differenza strutturale all’agire poetico di Lubrano che del barocco recupera il gusto per la frantumazione della prospettiva, l’accumulo, lo stupore. L’impasto materico della lingua, denotato dall’intransigenza dialettale che irrompe nel verso mescidandolo, componendo una lingua nella lingua caratterizzata dall’enfasi sonora e pastosa del dire che mescola dialetti, napoletano e salentino, a temi quali l’ipertesto della nostra società connessa in forma permanente, si svolge tutto nel turbinio dell’accumulazione. Ogni cosa è amplificata, ma ogni cosa, allora, non è ciò che sembra. Il libro è ambientato a Roca Vecchia, marina di Melendugno (Le), nel Salento, luogo arcaico, carico di storia che dai messapi ai greci, dai romani agli spagnoli fino ai turchi non cessa di rivelare tesori, leggende, lingue disperse. Luogo topico di Roca è la Grotta della Posìa, oggi conosciuta soprattutto come Grotta della Poesia. Il testo di apertura risulta programmatico:

e sono qui a Roca i giovani per strada mi chiedono / dov’è la Poesia vengono dopo i tuffi postati / e per mostrarsi nei social sognando di essere amati / morde la febbre tra nostalgie e pareti imbiancate / di preghiere alveare di sperma e verderame viandanti e scimitarre e fiori / lo stornello del medico lo stornello dei parenti tutti quanti / e mentre s’abbrucia ‘a paglia ‘ a tiella / il peccato nell’abisso lo ‘nchiostro della lettera scritta da Napoli

Programmatico innanzitutto per il gusto per l’amplificazione che diventa anche propensione alla finzione, alla messa in scena e alla costruzione di una festa che nella lingua trova l’esuberanza dei corpi colti nella molteplicità della folla come esaltazione e liberazione dall’uno. I giovani, dunque, chiedono al Poeta dov’è la Poesia, ma quale? In quale accezione è presa e intesa la parola? È la grotta? È la scrittura poetica? Il termine è ripreso allo specchio, nel suo stesso riflettersi, amplificarsi e connotarsi di valenze plurime. Ma sono, qui, soprattutto il gusto per il gioco e l’ironia a emergere come dispositivi cortocircuitanti la realtà. Il poeta non cessa di fare esperienza del linguaggio come momento di creazione del mondo e nell’enfasi dell’evento produce l’esubero. Questa poesia colta allo specchio, duplicata, riflessa, moltiplicata è già emblema dell’ipertrofica ripetizione sonora, incalzante, ritmica che si affaccia lungo tutta l’opera, aumentandone la realtà. Di fatto è un lavoro che raccogliendo a piene mani influenze e stilemi del mondo letterario e non si confronta con il digitale, il web e il consumo, spesso inconsapevole, di notizie e frammenti fiume. Quella di Lubrano è una realtà aumentata, nel senso contemporaneo del termine. I riferimenti all’ipertesto si producono con effervescenza copiosa, la ripetizione costante di un verso che indica  le dimensione geografica, localizza (“e sono qui a Roca nel Salento”) differenziandosi di volta in volta, deleuzianamente “solo la differenza si ripete”, è fonte di straniamento in una poetica dove al Salento unisce storie e leggende altre, dove in un attimo si passa dalla leggenda, salentina, della “brunese” a Circe, dalla Poesia (la Grotta) alle solfatare, tutto attraverso una lingua che contaminandosi, come principio primo e germinativo, può essere letta nel tradizionale scorrimento dei versi occidentali, ma anche per salti, collegamenti improvvisi e mai regolari e regolarizzati, sotterranei o esposti:

e sono qui a Roca nel Salento a raccogliere sabbie nel vento / a scrivere letanie da letanie come una corrente un torrente che si perde / in aride arene come un flusso di sangue / stanco e da infinite ferite come un corollario di orto e genitali / e tra i fumi della solfatara / in vitrum il tempo e la cosa (musicalmente in carta) / tra le iatture e gli strappi i richiami sbadiglianti giochi e fuochi / il palombaro e la sua amante gengive gravide dolenti e monumenti / tra crateri spenti sentimenti e sottotenenti dementi briciole presenti / nell’ipertesto quale refettorio vulcanico infedele ed eccentrico.

Questa poesia è musica su carta, è fiume sanguigno, movimento, azione muscolare, palestra di un dire che è sempre momento fisico. Questa azione è “voc-azione nella crucifissione / tra le chele e nei fondi del diluvio / una cagna gelosa nei cieli randagi / piange per nascondere la voce / il crimine politico”, dove alla fisicità torbida, all’amore, alla sensualità o sessualità corrisponde la tendenziosità della poetica che manipola, ancora, il linguaggio e costruisce reticolati volti alla protesta, alla propaganda, alla messa in crisi del dettato politico che si dà come realtà, di nuovo, torbida. I riferimenti, chiamati in causa e non, vanno dalla Neoavanguardia, con un occhio di riguardo per Sanguineti, a Emilio Villa, Corrado Costa, Claudia Ruggeri, Carmelo Bene, Garcia Lorca, Dadaismo e Surrealismo, Dante e la sua Commedia, la Scuola siciliana e William Carlos Williams, Sant’Agostino e De André, ma anche Stelio Maria Martini e Luciano Caruso e l’esperienza napoletana in genere, da cui emerge l’attitudine fieramente indipendente di Lubrano, l’autoproduzione (Terra del fuoco / Laboratorio del fare) come momento cruciale dello sviluppo delle coscienze, sempre volte, come per Caruso e Martini, all’azione. Il libro è fatto di incontri, di localizzazioni, definizioni precise dei momenti poi trasfigurati per mezzo della lingua e dell’andamento ipertestuale che crea salti continui. Ci sono Roca Vecchia e Gallipoli, ma anche Napoli e la Biennale di Venezia con Pagliarani e Giuliani, una giornata a Martano con Claudia Ruggeri o la festa di Acaja, il Ciolo e Santa Cesarea Terme, San Foca e San Basilio, Nardò e Bisceglie, Lamberto Pignotti e Paola Pitagora, Filippo Bettini e Marcello Carlino, Gualberto Alvino, la Libreria Volta la Carta a Calimera (Le), il griko, i canti di San Gregorio, la Macelleria Letteraria di Martano (Le), le edizioni Anima Mundi, Gian Pio Torricelli, Rina Durante ecc. Questa “Letania salentina” è una registrazione, rubricazione continua, diario di bordo esperienziale che definisce il “puro guardare” husserliano dell’erlebnis e cattura momenti che sono prima di tutto movimenti coscienziali di un vissuto che scrive frammenti d’esistenza. Ciò che è registrato è Lubrano stesso. Destituita la soggettività di un Io che non può essere letto né come interiorità né come unità imprescindibile, appurato che l’Io non è il soggetto, Lubrano duplica sé stesso, scorporandolo, moltiplicandolo e registrandolo come fatto esterno, autocitandosi dalle “Stroppole d’ammore” alla “Serenata napulitana al Cabaret Voltaire”: 

Carmine canta co’ lengua amor-osa / scovera Jorda pilosa i francisi poeti / del vomire in bordella la terra / […] Carmine canta stroppole d’ammore / l’asso di cuori l’occhio nel pozzo l’immensa dolcezza / […] sorrisi ed inchiostri abbruciati Carmine canta / in questa Serenata Napulitana al Cabaret Voltaire / il vaffanculo blues maccarune ca’ ricotta.

Ma se il testo è un ipertesto e la realtà è aumentata, lo sguardo è digitale, come i collage che affiancano i testi poetici, la dimensione è internettiana, allora la registrazione si sposta nel luogo-flusso per eccellenza, le notifiche e lo scorrimento della home di Facebook:

Maria Concetta ha aggiornato il suo stato / Chiara ha condiviso il post di Gli Stralunati / Marco Giovenale ha pubblicato qualcosa nei Carteggi Letterari / e Milena Magnani consiglia vino e poesia / per chi è in Salento la maranciana buttunata / nella piazza del Castello a Felline.

Tutto resta in movimento, la rubricazione, ora di persone ora di luoghi o cose, è funzionale al susseguirsi di stati di cose i quali pongono la matrice della poetica nel luogo della relazione.

 

 

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