Edoardo De Candia, segno e colore verso una comunicazione poetica
by Francesco Aprile
2015/02/07

Unopera-di-Edoardo-De-Candia

Nel 1988 il poeta Antonio L. Verri in un intervento a metà fra il racconto-intervista e la cronaca di uno spaccato di storia dell’arte contemporanea del novecento meridionale, pugliese, affrontava la genesi dell’opera pittorica di Edoardo De Candia, dalle origini, quando ancora ragazzo praticava una pittura tardo-impressionista di influenza massariana, all’incontro con Francesco Saverio Dòdaro e il conseguente cambio di prospettiva. Dalle successive divaricazioni pittoriche emerge un De Candia che fra gli anni ’60 e ’70 sembra volto con forza ad una sintesi pittorica che lo vede muoversi fra gli ambiti dell’espressionismo e della comunicazione poetico-visiva, sono quelli infatti gli anni delle prime forme di poesia verbo-visiva. Se da un lato appare difficile rintracciare un punto d’ancoraggio fra Edoardo De Candia ed un possibile contatto avuto con i nascenti linguaggi verbo-visivi in ambito poetico, dall’altro va sottolineato come il pittore fosse attento e aggiornato sulle dinamiche dell’arte contemporanea, ma allo stesso tempo così istintivo e dinamico nel segno da liberare la sua opera da ogni gabbia culturale. Questo ciclo di opere decandiane risalgono al periodo che corre fra gli anni ’60 e gli anni ’70. Nel racconto-intervista di Verri, citato in apertura, e realizzato nel 1988, si fa riferimento a tali opere come coincidenti con il periodo del primo internamento in manicomio, che corrisponde appunto allo stesso lasso temporale. È proprio De Candia a dare questa indicazione, nel testo-intervista del 1988, affermando di essere entrato in manicomio circa vent’anni prima. Scrive Verri che sono di quegli anni infatti «le prime “forme” di vocali con la corona e dittonghi a tutto foglio: i suoi lettori, da questo momento in poi, prima di parlare delle sue opere devono aver chiara tutta la cultura novecentesca europea. Non solo pittorica.» (Verri A. L., 1988). La sottolineatura verriana intuisce chiaramente lo spostamento dell’asse dell’opera decandiana dalla rappresentazione pittorica, seppur non realistica, alla dimensione simbolica della lettera, delle parole che campeggiano a tutto foglio in dimensione di segno e colore, che in De Candia vanno a coincidere, e si manifestano secondo un approccio dinamico e performativo, desiderante e istintivo, come materia densa di tutta la carne della vita. De Candia, infatti, spesso dipingeva dall’alto verso il basso, con la tela o il foglio distesi per terra, così da avere ampia visione e controllo dello spazio e piena possibilità di liberare il corpo, per intero, nella pratica performativa della sua pittura. Verri parla esplicitamente di “lettori” dell’opera decandiana, non a torto. Nel 1989 Antonio Verri e Maurizio Nocera curano la pubblicazione di una cartella di disegni erotici di Edoardo De Candia, al cui interno si trovano anche lettere e scritti dell’artista risalenti agli anni ’60 e nei quali si riscontra un certo respiro poetico rintracciabile, anche, nell’opera pittorica, di continuo attraversata da un afflato poetico che favola il segno e le sue prospettive. De Candia apre al lettering, alla parola, utilizzata in una sorta di concretismo desiderante, laddove è la matrice concreta del desiderio che si staglia sullo spazio dell’opera, e diventa segno pittorico forte di una valenza poetico-comunicativa che poco ha a che vedere con gli aspetti decorativi che la parola assume nelle opere di Jasper Johns, dove la parola o il simbolo numerico, come oggetti da rappresentare, mostrano come nella rappresentazione la preminenza spetti appunto alla modalità decorativa, agli aspetti formali della composizione, in completa antitesi col tracciato decandiano che proprio dall’espressionismo muove i passi verso la comunicazione poetica. E non è neppure il No di Mario Schifano del 1960 a mostrarsi come precedente o vicinanza possibile all’opera di De Candia, in quanto ancora, anche in Schifano – influenzato fra l’altro proprio da Johns – restano vive nel No, come in altre opere, le istanze della composizione e, d’altro canto, quelle più demistificatrici tipiche della pop art, senza il ribellismo vitale e fisico di un De Candia che nell’esperienza del manicomio apre e squarcia il desiderio gettandolo sullo spazio dell’opera in una ostinata richiesta di vita e calore. Amo, Ahi, Mai, Sola, e poi le M e le O sono solo alcune delle parole e delle lettere espresse da De Candia e che si modulano in forma di urlo, autentico, sentito, dilaniante.

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