Biagio De Simone, la tensione dell’impeto
by Francesco Aprile, agosto 2014

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imageC’è una carezza nella furia dell’impeto. E c’è dell’impeto nel segno accorto che cerca il corpo. Non della furia che il corpo macella, ma della liberazione del corpo che nel segno si cerca. La tensione dell’impeto è leitmotiv che nella pittura di Biagio De Simone accende i toni forti dei colori, va a rimpinguare la pennellata che promette infiniti racconti, perché è alla tensione che appartiene. L’afflato segnico è imponente. L’opera trasuda energia perché catartica e disperata nel suo uscire dallo spazio preposto al segno. L’impeto è marchio che secerne carezze al di là dello spazio della tela, al di là delle superfici occasionali sulle quali si stende il colore, ora porte, finestre, mobili in frantumi, vetri, insegne, perché anche nella scelta delle superfici è un continuo frugare e frugarsi dentro, cercando nel proprio vissuto un raccordo con l’altro. Il segno di Biagio De Simone è un dono. Un’apertura senza se e senza ma dell’anthropos. Un luogo d’origine che origina altri luoghi, altri incontri. La visione antropica del pittore è preconscia. Agita le maglie significanti nella significazione di un segno che è condensato di fotogrammi inappetibili, perché frugano la normatività dello sguardo, turbandola, accecandola, obbligando la vista a parlare con tutto il corpo, ad agire nell’impeto istintuale che domina lo spazio dell’azione pittorica. C’è l’eco della carezza poetica di Paul Eluard. La vulcanica eruzione della sua “Poesia ininterrotta”. Il segno apre, inoltre, a prospettive disarmanti. Vi si legge una continuità modale con la pittura di Edoardo De Candia. Le donne animano la scena. I colori, come per il segno eroico di De Candia, spesso sono quelli delle belve del fauvismo. Il segno, anche qui eroico, ha il furore di una tempesta. La torsione del pittore è nell’impazienza di una sehnsucht ardente, che brucia nell’incavo più profondo dell’artista per uscire a dimorare sulla tela. Je est un autre, era la Lettera del Veggente di Rimbaud, e la veggenza artistica di De Simone è nella lungimiranza di un segno che si nutre di uno struggimento pittorico che ha matrice nell’impeto, una continuità con la pittura di De Candia, la scuola di De Candia, riletto all’ombra dell’espressionismo astratto che infuria nell’incedere deciso di una carezza, degli occhi che popolano le sue trame, occhi di donna, di passanti, capelli di donna, volti appena accennati, veloci, occasionali come sguardi nella folla, una ridefinizione dei segreti del volto, del corpo che è colto in una danza ancestrale che risuona come una richiesta di umanità.

 

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