Il Primitivismo Aureo di Edoardo De Candia.
La perfezione primitiva del gesto.
by Egidio Marullo
27 Gennaio 2015

Esistono, credo, diverse tipologie di espressionismo che nei secoli hanno tracciato un solco trasversale nel terreno dei linguaggi visivi. Le opere e gli autori s’affollano in tale definizione e corrono in fiera libertà lungo il filo dei secoli. L’”espressione” per molti versi mi appare sinonimo del “fare” artistico ove la figurazione vive in una duplice dimensione esprimendosi da un lato come strumento emozionale, dall’altro come prodotto della vita, carne viva, sentita e sensibile. Vita essa stessa.
In De Candia emerge prepotente il gesto espressionista, primitivo, primordiale e autentico che lascia intuire la sacralità della forma, quindi la sua perfezione. Per Edoardo il concetto di perfezione è indivisibile dal manifestarsi della vita, delle cose vive, dell’azione e del gesto appunto. In definitiva, nel tratto decandiano si muovono, intrecciandosi, una remota autenticità espressa da un indiscusso senso di vigore e virilità dei segni ed una animalesca e biologica idea di sublimazione della forma. Possiamo parlare in questo caso di Primitivismo Aureo: un’arcaica perfezione si palesa nelle morfologie anatomiche quanto nelle visioni marine. In quest’ultime la sintesi del tratto cromatico fissa sul foglio il senso d’immutabilità del paesaggio, contraltare all’evidente senso di caducità espresso dagli elementi che sembrano deteriorarsi, decomporsi appunto con il passare del tempo. Nei suoi paesaggi De Candia tratta il colore come fosse frutto di un linguaggio segnico, frutto di un’azione e codice linguistico. Altresì la linea diviene struttura cromatica. Altrettanto chiaramente, tale idea di arcaica ed ancestrale perfezione si palesa con forza nei corpi nudi di De Candia, nei muscoli delle braccia, nei torsi e soprattutto nella sensualità greca ed etrusca degli sguardi, nella regalità Classica delle barbe e delle labbra. Corpi che per leggerezza potrebbero volare ma hanno rinunciato al senso decorativo insito nell’atto del volo e si appesantiscono adagiandosi sulla terra nuda, intenti solo ad oziare o a formicare.

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Edoardo De Candia, Marina, 1970

Tale Primitivismo Aureo è da considerarsi alternativo al fauvismo matissiano e “decorativo” al quale De Candia è stato finora accomunato. Un’associazione, se non del tutto sbagliata, sicuramente approssimativa e che negli anni ha contribuito a sminuire l’indiscussa e lampante forza espressiva dell’artista, stemperandola in un costrutto troppo culturale e artificioso. Lo scatenarsi della carica decandiana è assolutamente gratuita e lontana dai misteri delle interpretazioni intellettualistiche, soprattutto non possiede alcuna sovrastruttura culturale: è pura estetica. Edoardo è Fauve senza “Cage”. La sua pittura non è decorativa, non è soverchiatrice di nessuna regola cromatica, non àltera alcuno schema percettivo e soprattutto non ha nessuna “missione” rivoluzionaria. Edoardo non ambisce ad alcun mutamento, egli non ha bisogno di espedienti sillogici, rimandi e o raggiri culturali che consentano di esprimere alcunché. Egli mostra fiero e nobile tutto il suo sapere, tutta la conoscenza delle cose del mondo e dell’arte. Egli è cosciente di appartenere a quel rango d’uomo che affronta l’esistenza come ricerca dello stato ultimo di benessere, frutto di un rapporto a ciclo continuo con gli elementi naturali e con il suo stesso corpo.
Edoardo “Aguirre” in cerca dell’Eldorado che, nell’attesa d’essere il primo a scoprire ciò che nessuno conosce, distrugge tutto ciò che lo circonda. Nel viaggio, che contemporaneamente è attesa, egli frantuma e consuma gli amori, gli ambienti, gli amici, “santi e matonne”, come egli stesso ama ripetere. Infine consuma i suoi sandali, i piedi. Brucia le sue tele, brucia se stesso.
Ancora, il De Candia “selvaggio” è lontano, lontanissimo dagli ambienti, dai circuiti, dalle alcove intellettuali. E’ lontano dalla visione ottocentesca del ruolo dell’artista e dallo stereotipo conseguente. Edoardo non è una sorta di Gauguin salentino. Egli non ha bisogno di cercare un ambiente esotico e selvatico per liberare la propria arte dai preconcetti e dalle sovrastrutture identitarie dell’uomo occidentale e civilizzato. Edoardo è un purosangue indomabile ed indomato. Egli vive in un paesaggio campestre, rurale, anch’esso indomato, colmo di rovi inestricabili, macchia mediterranea odorosa e impenetrabile.
La pittura di Edoardo è stata creata su e per un giaciglio di macchia.
Non si fraintenda però: nulla nel Nostro può dirsi Naif. La sua opera non è riconducibile al mito del “buon selvaggio” così tanto vezzeggiato nel mondo dell’arte, la gratuità del suo gesto è frutto di una necessità fisiologica e consapevole di essere sempre in contatto fisico e carnale con la terra, con la vita. Non si ravvede quindi nessun richiamo di esotismo nella linguistica decandiana, così come non v’è traccia della tanto vituperata pittura di tradizione o popolaresca legata a doppio filo con il territorio. Territorio che invece egli rigetta come idea di intorno sociale, rivendica invece il bisogno di essere difensore e sentinella di alcuni luoghi ove la natura risplende in tutto il suo fulgore virginale. Edoardo è una sorta di belva mediterranea che affonda i suoi piedi ciclopici nella terra appena arata che rimane appesa alle sue calcagna e accompagna il suo vagabondare. De Candia dimostra di essere abitante dei luoghi e dai luoghi attinge la luce, materia unica della sua pittura. Gli ambienti avvertono il suo passaggio e non può essere altrimenti. De Candia è condizionante per i luoghi e le persone che lo accolgono. Egli dimostra di conoscere le sovrastrutture culturali, civili e direi civiche della società in cui vive. Per questo le rifiuta in modo netto, chiaro e definitivo, con parole e azioni lucide. La sintesi grafica decandiana, più che ricordare i Ligabue o i Rousseau, ha a che fare con il segno di Raffaello o con il disegno picassiano. A tal proposito e a dimostrazione di ciò si vedano i disegni erotici. Si vedano quei pochi tratti unici e vivi, furenti eppure precisi come tagli di stiletto. Egli è pienamente consapevole del suo potenziale artistico e pienamente cosciente che il suo miserabile destino di uomo, che nel corso dei decenni diventa sempre più ineluttabile quanto più appare beffardo. Il suo è il cinismo della belva in fuga. Cinismo che lo allontana dalla civiltà, come Ensor se ne allontana per scelta, per necessità e per coraggio, per grazia ricevuta. Una maschera di Ensor è, appunto, il suo volto degli ultimi anni di vita. Grottesco bestemmiatore e principe laido, pervaso sempre da un nobile fetore. Corteggiatore sboccato di fanciulle dalla pelle candida, lucifero autoesiliato e inquieto, frequentatore di rovi di mirto, spiagge in gennaio ed osterie di vino ed altri inferni in Vico delle Giravolte o in via delle Bombarde.

[Disegni erotici di Edoardo De Candia tratti da: Verri A. L. – Nocera M. (a cura di), Edoardo De Candia, il cielo in testa. Disegni erotici, Lecce, Edizioni Dopopensionante, del centro culturale “Pensionante de’ Saraceni”, 1989, 199 esemplari]*

I suoi volti si stagliano sul bianco neutro del foglio che d’un tratto prende a sembrare anch’esso cosa viva, corpo, pelle che accoglie un tratto che ormai è vita vera, è rivolo di sudore, di sangue e liquido seminale. I volti e gli sguardi tracciati dal Nostro sono da ricondurre e associare ai Kouros, figli della Grecia arcaica e protagonisti tragici delle cose del mondo, travolti da eros e thanatos giacciono in una ferma tensione, osservano il compiersi del destino attorno loro.
Nell’approcciarsi alla definizione di “Primitivismo Aureo” da cui siamo partiti per inquadrare la vicenda espressiva di Edoardo De Candia, si deve iniziare dal riconoscimento e poi dall’analisi di uno speciale tratto comune di un nutrito corpus di opere e di artisti riconducibili all’alveo geografico del mediterraneo e atemporale nel quale riconoscere particolari segnici comuni. T.S. Eliot definisce tali caratteristiche come “il dono mediterraneo della Forma”. L’associazione di un modo espressivo primitivo all’idea di perfezione è da ricondurre, a mio avviso al prodursi stesso della vita, dove l’esistente si genera al di là della volontà del singolo e risponde evidentemente ad una regola o ad un codice naturale che contemporaneamente appare ai nostri occhi estremamente complesso ma altrettanto immediato e semplice nelle sue manifestazioni estetiche. Nel corso dei tempi vi sono stati artisti che sono riusciti a riprodurre questo senso di appartenenza delle loro creazioni alla vita organica, riuscendo a generare opere che, nella loro semplicità appaiono simili ad altre espressioni dell’ambiente, della natura appunto. L’uomo-artista, creatore, pantocratore imita gli elementi, con essi lavora come artigiano, li maneggia, riesce a trasformarli in modo che generino forme che si direbbero venute direttamente dall’aria, dall’acqua, dal fuoco, dalla terra, nel caso di Edoardo dalla carne. Le figure e i paesaggi decandiani appaiono rispondenti al concetto caro allo gnosticismo di William Blake dove gli elementi naturali sono governati dalla necessità, ponendo in questo modo il concetto di bisogno al centro della creazione. Ogni fenomeno risponde ad una necessità ben precisa, così come ogni segno grafico risponde ad un bisogno superiore di esistere prima che di esprimere. La natura, infatti comunica, emoziona perché esiste e non perché ha la volontà di farlo. Gli elementi naturali, così come l’opera di certi autori risiedono nel campo dell’esperienza che esprime e racconta senza mediazione alcuna, ponendo il medium linguistico direttamente nel campo del vissuto.
A suffragare questa tesi vi sono, lontanissime nel tempo, talvolta a millenni di distanza, esperienze artistiche di alcuni autori in cui è facile ritrovare assonanze con il lavoro di De Candia, che vanno però oltre il semplice riferimento stilistico. A mio avviso si tratta di un comune modo di sentire il manifestarsi della natura; nel rapporto con essa alcune intelligenze hanno saputo estrarre un tratto che appare comunemente derivato da una reazione ad un certo tipo di luce. Il Mediterraneo quindi, al di là, beninteso, della sua connotazione antropologica e antropocentrica, identitaria e culturale di una serie di popoli, il Mediterraneo è inteso qui come paesaggio comune, insieme di elementi primordiali che generano forme ed esseri viventi e situazioni. L’arte che ne deriva è il racconto dell’esperienza di un singolo uomo che tramite l’opera diviene strumento di connessione tra la natura, fiera e viva e gli altri uomini, coloro che spesso si affrancano da essa e dalle sue leggi.
Certamente molta parte dell’opera De Candia può accostarsi ad opere provenienti dall’area del mediterraneo. Soprattutto la figura umana decandiana è sicuramente riconducibile ad un linguaggio comune nel bacino del mediterraneo che, partendo dal Paleolitico sino a giungere ai giorni nostri, esprime nella ritrattistica i tratti di fierezza ancestrale e selvatica. Si vedano e si confrontino con gli sguardi di Edoardo ad esempio con lo “Zeus” messapico di Ugento (LE) 530 a.c. e altre teste fittili sia maschili che femminili di origine messapica risalenti al VI-VII secolo a.c., oppure alcune “Teste d’Uomo” cipriote sempre di età arcaica risalenti al V secolo a.c.. Risalendo la linea del tempo e le coste del Mediterraneo si vedano le affinità tra il segno del Nostro e alcuni ritratti etruschi, in particolare la “Testa Barbuta” (Zeus) Museo di Villa Giulia (Roma).

Allargando però il raggio dei riferimenti e delle analogie si può parlare di un filo rosso che attraversando i secoli traccia una linea d’espressione mediterranea che, partendo dal segno preistorico, a tal proposito si veda la sintesi gestuale e linguistica dell’insieme dei segni presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco nei pressi di Otranto (Lecce), o nell’ambito figurativo, la Venere di Brassenpoy, nel sud-ovest della Francia, arriva alla luminosa pittura del ‘400 italico di Piero Della Francesca, o alla evocativa figurazione di Michelangelo, al tratto di Raffaello, ad alcuni ritratti di Pontormo o Lotto, passando per l’opera di riduzione sintattica delle civiltà arcaiche, dalla stilizzazione geometrica della pittura vascolare cretese ai già citati Kouros Arcaici, dai guerrieri piceni e messapici al misticismo Etrusco.
Allargando ancora i riferimenti temporali possiamo associare l’opera di De Candia a quella di altri grandi autori all’interno di tale contenitore che quindi comincia ad essere molto esteso cronologicamente ma circoscritto ad un certo paesaggio dal punto di vista geografico. Continuando in questo susseguirsi di esperienze espressive ritroviamo la definizione di partenza, “Primitivismo Aureo” alla quale può associarsi l’opera dello stesso Blake o alcune divagazioni di Goya sino ad arrivare Ruoault, Nolde, Modigliani, Viani, ma soprattutto a gran parte di quell’espressionismo astratto europeo, rappresentato da Fontana, Vedova, De Kooning, Kline, Hartung ma soprattutto si veda l’informale “organico” di Fautrier, sia per ciò che concerne le “Hautes Pates” delgi “Otages” si per le opere precedenti ove la linea possiede ancora un taglio netto ed un altissimo valore espressivo.
In definitiva la mia tesi vuole dimostrare come Edoardo De Candia appartenga ad una macro-corrente fuori da un contenitore temporale circoscritto, di artisti che nei secoli hanno lavorato, talvolta in modo inconsapevole, ad un modello creativo che non prevede mediazione culturale alcuna. Un modello che esiste solo come struttura estetica propensa alla comunicazione automatica, naturale. Questa sorta di primitivismo selvaggio però possiede una sua eleganza intrinseca, rimando di una perfezione naturalistica, biologica, organica. Eleganza che non perde mai, anche quando l’uomo-artista, come nel caso di Edoardo è ad un passo solo dal baratro.
Certo Edoardo ha condotto l’intera esistenza camminando sull’orlo del baratro, ciò nonostante egli ha tracciato i suoi segni con mano tesa e sicura dimostrando di possedere un’incredibile capacità di sintesi poetica, indipendente dal contingente. Edoardo è stato condotto sin da fanciullo sulla soglia della disperazione. I suoi drammi hanno sempre avuto una regia più o meno occulta e più o meno unica. Il colpevole di tanta apparente follia è proprio quell’ambiente cittadino che davanti alla sua figura non poteva che sentirsi umiliato da tanto splendore. Gli autori di tanta disgrazia sono di certo i suoi famigliari, coloro che, non riconoscendolo come membro di un’enclave lo hanno tradito consegnandolo ai lager della neuropsichiatria. Gli autori infami di tanta crudezza hanno affondato i loro dardi di bontà e benevolenza nel suo grande cuore facendone sgorgare il sangue finché non avesse nemmeno più una goccia di luce per se e per il mondo. Edoardo andava lasciato in pace, nei suoi rovi e nei suoi pagliari di campagna, alle sue bettole, alla sua capacità unica di ricoprire il ruolo di spina nel fianco di una comunità, cassonetto cittadino dell’immondizia che converte la morte in vita. Edoardo con i suoi paradossi era un eccellente convertitore di bellezza. La sua famiglia, la sua città, i suoi stessi amici d’infanzia, l’ambiente artistico, gli intellettuali e tutti coloro che lo hanno incontrato non hanno fatto altro che attingere a piene mani dalla sua forza immensa e dalla sua sconfitta. Penso ai tanti intellettuali e amici leccesi che hanno preferito pubblicare fotografie che impietose mostrano tutta la fragilità dell’uomo e la sua insofferenza nei confronti vita, piuttosto che condurre uno studio storiografico, teso a dare un degno posto nel mondo dell’arte del ‘900 all’artista Edoardo De Candia. Edoardo De Candia meritava rispetto in vita ed oggi merita un’attenzione onesta. Merita un approfondimento critico ed uno studio sistematico della sua opera che, per altro dev’essere ancora e quasi per intero rintracciata, catalogata e soprattutto studiata e storicizzata. Oggi nel parlare di Edoardo si ripetono da più parti le solite litanie romantiche; coloro che l’hanno conosciuto, degli appassionati d’arte, dei salottieri borghesi, lo raccontano oggi non come artista sommo quale è, ma come un fenomeno folclorico e leggendario, sempre legato a quelle esternazioni folli che la città di Lecce ha imparato a ricordare, talvolta con un velo di beffarda ironia ed un vezzo di nostalgia, ultimo tradimento all’immenso coraggio di Aguirre.

 

 

*Si ringrazia Luigi Chiriatti per aver messo a disposizione copia della cartella Edoardo De Candia. Il cielo in testa.

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