Giorgio Moio, La fiera degl’inganni, Edizioni Riccardi
by Francesco Aprile

 

Isolare il materiale. Cercare le tracce, accorrere fra i lacerti di materiali in cerca di un percorso, una costruzione densa del linguaggio. Isolare il materiale, ecco che appare difficile laddove nell’opera di Giorgio Moio, La fiera degl’inganni (Quarto, Na., Edizioni Riccardi, collana viceverso – poesia, 2008), la lingua subisce inversioni di marcia e progressioni improvvise, offrendosi in squarci, in brandelli dilaniati di lingue mescidate, aperture del tempo che come una finestra è aperto al transito dei respiri. Si tratta dunque di un respiro poetico complesso che l’autore presenta in questo volumetto affiancando ai testi poetici una serie di venti tavole verbo-visive. L’incedere poetico è frammentario, colto nella discrepanza fra il linguaggio ed una sua funzione sociale che è riscontrata nell’uso coercitivo e strumentale che il potere economico-politico fa della lingua. Questa, impoverita dal bombardamento mediatico, è riportata da Moio con un andamento sincopato, ritmato in una frammentazione continua ed estrema del verso. Ritroviamo le esperienze moderniste proprie di una realtà dolorosa e frammentata che rintraccia nella punteggiatura il grimaldello necessario per una messa in crisi del verso e dell’unitarietà del discorso. L’estrema frammentazione del verso operata da Moio permette la messa in evidenza di alcune parole attraverso la manipolazione della texture grafica dei termini messi in gioco. La presenza di una punteggiatura invadente e non usuale – si pensi agli inserimenti tecnologici, informatici, quali il pipe | o ancora alla codifica computerizzata che nella nominazione di alcuni elementi elimina gli apostrofi per fare spazio ad un più sintetico tratto di congiunzione [ad esempio, scrive l’autore «l-incontinenza del meraviglioso (… // che si apre voglioso & meticoloso // davanti ai tuoi occhi // come l-acqua di un fiume»] – permette di concentrare l’attenzione, attraverso un attento lavoro sul lettering, sulla manipolazione grafica delle parole, su improvvise aperture e dilatazioni di senso giocate sull’esasperazione del significante. Ma il percorso poetico qui preso in analisi è un percorso di riconquistata valenza civile, senza nessun pietismo o populismo, risulta invece capace di coordinare una instancabile ricerca sul linguaggio poetico ad una vis polemica di rinnovata forza creatrice e propositiva. Lo scandaglio linguistico e polemico dell’opera procede inoltre nel recupero di un assetto parodistico che va a scoronare la dimensione della politica italiana, sbeffeggiandola nell’impasto curato di una lingua che tiene insieme l’Angiolieri e la poesia verbo-visiva, facendo dissolvere il primo nella cadenza di una lingua dell’area del napoletano inserita in un tessuto di ricerca radicale che recupera la dimensione della neoavanguardia napoletana. Quest’ultima è aggiornata e rivolta ad un contesto storico ancor più invadente e atomizzante per dimensione spettacolarizzata della politica e depotenziata dei linguaggi della quotidianità. Illeggibilità, dissolvenza, atomizzazione, montaggio, frammentarietà, sono elementi che caratterizzano la produzione verbo-visiva dell’autore. Questi lavori, affiancando i testi, si danno al lettore come una mappa concettuale dell’opera, una cartina che offre spunti e informazioni dialogando con i versi e traducendone visivamente la tensione.

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