frasi da Lebensformen
by
Simona Menicocci

 

Sono forme di vita.

 

 

Indossano mascherine chirurgiche, guanti di lattice, passioni tristi.

Guardano fuori dalla finestra, il paesaggio freddo.

La tosse può durare anche più di due anni.

Tendono a screpolarsi, spaccarsi in più punti, su più fronti.

Stili di vita a base di verdure e paranoia.

Diventano pazienti.

Violenta emissione d’aria dai polmoni, infiammazioni virali, contagi, per toccarsi.

Sordità, cecità, vene varicose e la morte. A tratti e sommariamente.

Fortificano le entrate, gli accessi, si imprigionano attorno ai letti.

Fanno parte di cumuli di compost. 

Restano isolate, non comunicano, corrose dai reflussi reazionari e gastroesofagei.

Da qualche parte, tra gli stafilococchi, rifiutano l’utopia e la cospirazione.

Tutte in nero, le più fortunate in grigio.

Non vedono i soprusi perché non sanno come pensarli.

Percorrono 150 km al giorno, divorano ogni tipo di vegetale lungo il percorso.

Le protesi di ultima generazione aboliscono ciò che è proprio e improprio.

È molto difficile capire come il tempo evolverà nel tempo.

Alcune usano le altre come nascondiglio dai pericoli, utilizzandone la cavità digerente per depositare uova e idee.

Rari episodi di qualità letteraria e sindacalismo.

L’assenza di endo ed esoscheletro permette loro di prendere qualsiasi forma.

Un solo reddito non basta mai.

Irrecuperabile la lente che cade nel lavandino, sparisce nel gorgo assieme alla cornea.

Si abituano a morire e non possono.

Il moto del corpo nel mondo, l’unica rivoluzione espletabile.

365 giorni per arrivare in cucina.

Defecano nei vestiti, mentre borbottano sui climi che furono.

Nei bunker sottoterra riesumano la carne in scatola, le forme surrettizie che assume l’altrimenti.

Alcune sono ancora forti in proprietà, potere, produzione.

Letargia, ispessimento della lingua, una subordinazione sociale diffusa.

Si isolano nell’indifferenziata esondata, tra i marciapiedi e i cassonetti.

Corrono spaventate, in cerca di cibo, di linee di fuga, tra le mattonelle del bagno.

Sono al contempo antiche e appena nate; piene di tentacoli, antenne, dita, cavi. 

Metalli e umori pesanti nell’aria, particole di idrocarburi, benzene.

Le teste infestate dai pidocchi, dalle concezioni proprietarie del mondo.

Lavano via l’infanzia, le polveri bianche, il piombo nelle cuticole.

Ingualcibili ed economiche le posture disfattiste.

Bruciano mentre brucia, il cielo rosso cielo. Un tramontare infinito.

Parlano di lavoro come se lavorassero.

Arginano il pubblico allarme accartocciando fazzoletti, scoliosi.

Si passano le informazioni con fogliettini intrisi di muco, sotto l’asfalto.

Scrivono i loro nomi, quando è successo, ti amo, andrà tutto bene.

I banchi di nebbia raccolgono il fiato degli esalati. 

Minacciate da pesticidi, parassiti, perdita di habitat.

Qualche bambino nasce, spaventa.

Danno fuoco alla casa per scaldarsi.

Non vedono la proliferazione di attività creative che non si capitalizzano.

Le chiamano poesie.

Qualcosa di comune sopravvive sotto le congiuntiviti di tutte.

Sono conseguenza dell’azione vulnerante delle riforme sanitarie e degli oggetti smussi.

Si rompono i piatti, i polmoni, nel divenire della morte, della giornata come tante.

Si risvegliano nelle compostiere da giardino, confitte a metà.

Le lotte individuali falliscono, non sono lotte.

Scrivono saggi mentre restano irretite nel monossido di carbonio.

Irriconoscibili, gli estranei nelle foto ricordo in salotto, nei portafogli, sulle lapidi.

Si rannicchiano per terra, non tornano più a casa, non ricordano per dove.

Morire è questo, dimenticare.

Tenute in vita dal plusvalore di anni prima.

Dopo alcuni giorni dal decesso alcune si reincarnano in un’autoimpresa.

Zuppi e neri gli alveoli che si sfaldano, si mescolano ai volumi di catarro e debito che risalgono.

Eseguono isterectomie nelle cantine, tra le muffe, per bloccare l’estrazione di plusvalore.

I giorni finiscono in distrazioni incomplete, il fastidio dell’asimmetria tra le maniglie dell’armadio.

Sopravvive solo chi si allea, chi genera parentele impreviste.

Le anamnesi familiari lampeggiano nella borsa per il ricovero sotto i letti.

Custoditi in un’urna, sepolti o dispersi, gli antagonismi sociali.

Sotto le livree vistosamente colorate nascondono forme avanzate di predazione.

Acqua ossigenata, pastiglie al miele, acido ascorbico.

I gesti affogano nei sistemi colloidali dell’aria, tra PM10 e sensi di colpa.

Assiderate nei salari, nelle filosofie negative.

Alcune sono in grado di visitare più di 7 mila fiori in un giorno.

Dimenticano i nomi, i volti, la comune.

Non già con uno schianto ma con un colpo di tosse.

I bambini scatarrano, dicono è mio.

Paracetamolo, tisane, tossicità selettiva.

Gli assi storti, le rotelle sghembe dei carrelli metallici abbandonati nei parcheggi.

Si formano tra le uova degli acari, movimenti convettivi per rovesciare lo stato di cose presente.

Le pillole per svegliarsi, per scopare.

Volantinano bugiardini a 3 euro l’ora.

Alcune hanno ancora le forze per migrare, fare esodo.

Le pantofole inzuppate di acqua tiepida, grasso e residui carboniosi.

Morire è questo dimenticare.

Covano uova, tumori, pus, angeli nuovi.

Rotolano via, i bulbi oculari scalzati dagli spifferi.

Perdono pezzi, persone, palpebre.

Quelle adolescenti non crescono, si spaccano ulteriormente.

Compaiono di notte, i disturbi, i fermo-immagine dei morti.

La coscienza di classe psicosomatica: scioperano solo gli organi vitali.

Alcune si lanciano dalla finestra. Altre non hanno l’uso del corpo.

Fanno fuoco, esplodere la terra.

Da qualche parte lungo un diametro di 93 miliardi di anni luce.

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