Ora di chiusura
by Vittorino Curci

 

I

un lampo disegnato
e la parola incontra
il foglio – cosa
c’è sotto e più sotto
ancora – si vaga
nella vertigine
di un bene indivisibile

 

II

campo gravitazionale

agonizzare sotto un mobile.
spolverarsi le scarpe
con un giornale piegato.
intonarsi
per non dispiacere agli altri

oltre ogni sentire
la bestia insonne vaga
nelle brume malsane
di una fede senza dio

è iniziato l’inverno

il vento smeriglia le case.
nel cuore dei pensieri
langue l’occidente fatuo
fra la strizza e la crapula.
ma qui nel brillio
del mattino, ogni istante
rinnova l’offerta
all’eterno adolescente

III

arroccati, taroccati e maligni
carne mortificata dai mesi invernali.
qui non si muore di noia.
bravura e perfezione sono un tormento
ma non sai, non puoi sapere
che qualcuno ha scommesso su di noi

IV

tastare i muri
in quel viversi che non cerca,
attraversare un tempo
che non è tuo

il ragazzo dice che lui non c’entra

«sì, è vero, mi nascosi
quando venisti a cercarmi.
però vedi… quelle
sono cose da grandi»

V

spiano la loro ombra
ascoltano le voci della terra
fragni centenari come
un esercito in rotta.
certi giorni la campagna mi inquieta,
mi sembra una domanda
a cui non so rispondere
(signori, considerate che al vento
nessuno chiede spiegazioni)

quando il mercante di stoffe raccontava
di aver visto la donna
più bella del mondo
certe cose si potevano ancora dire

VI

mi sono perso e non so più
come venirne a capo.
le labbra sono protese
verso l’indice.
la discesa nel nulla
ha peggiorato le cose

insegue se stesso il destino.
anch’io non sono più
quello di prima

VII

peggiora – se è questo che vuoi sapere – ci è sfuggita di mano e di fatto peggiora

vita, non abbandonarci proprio ora… le potenze del giorno reclamano giustizia

VIII

l’ingranaggio s’inceppa quando
la nostalgia di un semplice guardare
cresce a dismisura
durante l’inverno

e così vorrebbe starsene da solo
per curare le sue innumerevoli ferite.
ogni ferita ha un nome.
a parte questo, non sa altro

partire, allontanarsi per sempre,
sottrarsi alla requisitoria
della parte orfana.
provare diversamente

IX

vengono qui non per
tornare sui loro passi.
credo aspettino qualcosa
o qualcuno
da sfiorare con il dorso
della mano – un gesto
semplice ma per noi
incomprensibile.
vengono qui perché
ogni voce è un brivido
che passa nell’aria
per inverarsi
nel cerchio della vita

X

gli oggetti fuori posto
proprio ora che ci incontriamo
tra pioggia e sole
mettendoci qualcosa di nostro
come quando le domeniche
pomeriggio al bar
immaginavamo, ascoltando
la radio, le traiettorie
del pallone, le azioni di gioco,
i colori delle maglie

XI

in un momento di quiete
fingono di andare via.
cosa sanno della notte?
chi sono? perché fanno questo?

hanno il respiro affannoso
e smontano i miei versi al buio
per farne smisurati elenchi

(se potessero mentire, anche
in presenza del come-si-chiama,
lo farebbero)

in tanto silenzio – uno strano
silenzio – si insinua il dubbio:
e se volessero dirci qualcosa?

XII

estromessi dal gioco prima di tornare in noi (dicono: per motivi geografici). l’ambizione di farcela ripassa il testo dell’opera incompiuta, la linea di contorno è netta come un taglio.
eppure qualcuno, già sveglio, sanguina dal naso prima di arrendersi davanti a un distributore automatico

XIII

giurerebbero che dio abbia in mano
un contarespiri perché la notte
quando la piazza è deserta
smontano le panchine e le appendono ai muri.
passa qualche anno e vanno
via dal paese. chi resta porta il conto dei morti

XIV

le antiche forme sbriciolate al primo allarme.
le cose guardate nei loro ultimi istanti.
quale altro modo avevo per dissodare il terreno
dei miei ricordi più duri?
il professore di italiano vide soltanto l’errore
del mio compagno di banco, non colse
il dolore segreto – la dolescenza – del ragazzo
che cresce. ma non era quello il tempo
per un vero confronto. i miei punti cardinali
cambiavano da un minuto all’altro

XV

ora di chiusura. lo sgomento
e il sovrapporsi delle voci
sono da annoverare
tra gli effetti secondari
di una traversata millenaria

nessuno, nessuno ora
può dire cosa è stato.
ma io non cambio idea
su quel picchiettare che non cede
sovranità al mondo

nella terra dei piagnistei
tutto ciò che è vivo è puro suono,
un lungo soffio d’asma.
in questa pasqua degli eroi
siamo compagni d’insonnia

XVI

sono nel momento che ricorderanno,
nella gioia di un presente che esplode
tra due secoli.
erano e sono i pensieri di un bambino.
una meta sperata, una data.
mai, non potrei mai girare
questa pagina. chiudo gli occhi. esco
in silenzio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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