Intervista a Giorgio Moio
by Francesco Aprile

  1. La tua pratica poetica risulta inscindibile da un fare che è anche gestuale, visivo e editoriale. L’azione del gesto, la marca materica della verbovisualità entrano, tuttavia, anche nella poesia lineare; in che modo si sviluppa la simultanea tenuta di queste diverse dimensioni nella tua ricerca?

Le mie poesie verbo visuali nascono da frammenti o lacerti estrapolati dalle poesie lineari, e più che una simultaneità tra le due creazioni, direi che si tratti di un solo corpo materico che guarda sempre alla ricerca di nuovi linguaggi: insomma, la poesia lineare entra nella poesia visuale e viceversa. Si tratta anche di una ricomposizione di memoria in cui l’impossibilità di cui sopra che emerge, sia anche uno stimolo a riconoscere qualcosa di non “vero”, di non definibile, giacché parlare di poesia (e/o comporla) è parlare (e/o comporla) di un’approssimazione di suoni, di parole, d’immagini, che si auto-generano dal loro interno proprio perché privi di codificazioni, e quindi presentarsi sempre nuovi e diversificati (non già del poetico – che spesso fa rima con patetico –); è generare un’esigenza “mobile” per dirla con Benjamin, mai in grado di soddisfare nel momento della sua composizione: l’indagine critica e plurilinguistica, apparentemente comica, giocosa, è il compito della poesia, e non può che svolgersi sul limite dell’impensato, per una moltitudine di voci, suoni, immagini, grafie che s’inseguono e si ribaltano per un linguaggio che diviene “semplice” materiale da usare e da mostrare nelle sue infinite proporzioni.

Il tentativo – perché di tentativo si tratta ‒ è di frantumare dall’interno i falsi messaggi di una letteratura da mercanzia spicciola, sottrarre il testo alla facile fruizione, all’pnotismo e qualunquismo intimistico-emotivo, al consumo lirico di fasulle certezze, per un linguaggio ossessionato a riconoscere qualcos’altro nella babele di una quotidianità dove tutto è penosamente merce di scambio. Ciò vale anche quando il fare poietico si sposta sul piano visuale. Se la poesia è costituita da un’assenza di linguaggi autocritici, da una fissazione innumerevole di pratiche evanescenti, vive il suo vuoto svuotandosi. Il poeta che si affranca dalla nostalgia e dai misticismi, non può che agire accogliendo una pratica antagonista, lontano da spartizioni di torte, da linguaggi che certificano funzioni effimere, lontano dalle offerte di un feticcio e strategie di potere. Che fare allora se la poesia si giustifica col dire romantico-innamorato o col “già detto” e “l’usuale”, se cuore fa ancora rima con amore (parafrasando un’espressione di Lamberto Pignotti), se si consuma indiscriminatamente in tutte le sfaccettature di un codice qualunquista, simulatore di una realtà-non realtà, interamente versata nella bolgia del marketing, se si amalgama con tutte le salse? Distinguendosi della resa!

 

  1. L’attenzione che dedichi alla parola, collocata su di un piano di ricerca formale e non su un pacificato contenutismo tipico di questi anni, traduce in ricerca poetica un impegno che è prima di tutto sguardo critico verso i linguaggi della poesia, della comunicazione, dell’arte al punto da fare dell’indagine formale uno scandaglio del contesto politico e sociale. La ricerca sui linguaggi e sulle forme della poesia diventa, dunque, impegno civile in cui la trasgressione estetica non anestetizza la critica, al contrario la rilancia. La messa in discussione dei linguaggi standardizzati può trovare ancora oggi un ruolo nello sviluppo di un pensiero critico?

Certamente! Contrariamente sarebbe la fine del pensiero critico. Ma questo è possibile solo restando fuori dal mercato più vieto, dalla mercificazione della letteratura. Operare ai margini della centralità del potere, in modo che si possa avere più spazio e autonomia per “guardarsi intorno”. Credo non ci sia altro modo della messa in discussione dei linguaggi standardizzati per indagare i territori della ricerca letteraria per dare un ruolo critico una concezione nuova di poesia sperimentale. Ma non è facile, in quanto la ricerca delle sue molecole feconde di novità, plurime aperture al mondo, quando si spostano in questo contesto politico e sociale, si spostano con una velocità tale che sfuggono anche agli occhi più attenti o, contrariamente, destinate ad un mondo di “nicchia”, scaraventate nelle catacombe della creatività. È nelle “catacombe” che si può restare concentrati sulla ricerca di una mobilità linguistica e antagonista, lontana dal consumo lirico, dalla facile fruizione, da un qualunquismo intimistico-emotivo, per riconoscere qualcos’altro tra i meandri del linguaggio.

In definitiva il mio rapporto con la poesia è stato sempre di ricercare qualcosa che non c’è (o non ci è dato – forse – di sapere), un linguaggio della contraddizione, palinodico e giocoso, tragicomico, che non affabuli ma aggrovigli, che non addomestichi ma interroghi. E sul piano prettamente stilistico, un accumulo delirante di parole deliranti (apparentemente giocose e comiche, che mi piace scorticare, scardinare, aprirvi squarci, ogniqualvolta il risultato si avvia verso l’ovvio, non senza il gioco delle combinazioni, degli anagrammi logogrifati). Un’avventura, insomma, una mobilità linguistica che non prometta consolazioni, che non raggiunga mai la centralità di un qualcosa fatto passare per verità; mai patetica, né intimistica, né romantica, ma irriverente, demistificatoria, dissacrante per una fisica visione dinamico-allegorica del mondo, per un itinerarium corpis in mundum. Smentire tutte le possibili normative e lavorare sull’improbabile, contro la tentazione del senso, nel tempo inventariale, da un punto di non ritorno: ricerca come invenzione e autocritica, un’esplorazione nel vuoto della lingua, in quei meandri indefiniti e incalcolati, che urta nelle configurazioni – dell’antica e recente memoria di una letteratura alternativa a quella ufficiale ormai obsoleta e vietamente mercificata, priva di ogni nota progressiva – fatte di rimandi, riformulazioni, giochi allusivi ed allegorici, per un’invenzione continuamente inventata.

 

  1. Edizioni Riccardi, Rivista Risvolti e oggi Frequenze Poetiche; la tendenza all’analisi che guida la tua poetica si esercita anche in una continuativa esperienza editoriale. Come ti poni nel panorama delle riviste italiane contemporanee e in quale modo procedi nella diffusione della poesia?

Come sai, per anni ho diretto la rivista «Risvolti», oggi in stand by, sostituita in qualche modo a Frequenze Poetiche. «Risvolti» mi ha dato tante soddisfazioni e mi ha fatto conoscere a livello nazionale e internazionale. Come mi pongo nel panorama delle riviste italiane contemporanee, farò ricorso al percorso proprio di Risvolti. La rivista si è sempre rivolta a quei lettori che vogliono documentarsi sulla letteratura d’avanguardia, sugli autori poco noti o dimenticati dall’establishment culturale, nonché ai cultori della poesia verbovisuale e concreta, visto che sulle sue pagine hanno trovato spazio, alla pari, sia la poesia cosiddetta lineare o verbale sia quella visuale. La diffusione della poesia avviene, in primis, attraverso un’indagine della poesia giovane di ricerca attuale in Italia, anche suddivisa per regioni, a prescindere dai nomi più o meno noti. Ciò che mi interessa è verificare lo stato creativo della poesia d’avanguardia, e per poesia intendo anche quella visuale e antisemica (l’asemic writing. Le prime poesie visuali che ho prodotto – fine anni ’80, hanno diverse tracce di questo aspetto della poesia), indagando anche sul versante internazionale. Il tutto si pone in modo critico nei confronti di un linguaggio stereotipato o standardizzato, non trascurando un’analisi politico-sociale, a volte in modo violento perché la ricerca poetica è incomprensibile ai più, in quanto l’esistente – e le certezze della massa ‒ lo vedo come qualcosa da modificare in progress, sempre vitale (e questo quasi da sempre, sin dagli anni giovanili), nel tentativo (forse vano: ma il bello è vedere ogni volta, come diceva Calvino, quale ponte sei capace di costruire per passare dall’altra parte e continuare la tua strada) di poter andare avanti con le mie gambe, senza padri e padrini. Non cerco punti d’incontro col linguaggio, ma punti di scontro; e in un’epoca dove tutto va bene a tutti, dove nessuno prende posizioni perché non conviene da un punto di vista economico e di opportunità, è una bella sfida.

D’altronde, come giustamente ha scritto di recente Francesco Muzzioli, gli aspetti principali della mia poesia «sono ispirati alle linee di ricerca dell’avanguardia: da un lato il lavoro sul corpo della parola con invenzioni e manipolazioni (non-sense) dall’altro la disposizione visiva sulla pagina che ottiene con la scrittura effetti “figurativi”». Smentire tutte le possibili normative e lavorare sull’improbabile, contro la tentazione del senso, nel tempo inventariale, da un punto di non ritorno: ricerca come invenzione e autocritica, un’esplorazione nel vuoto della lingua, nello spazio bianco del foglio, del cartone, del cartoncino, con scritture amanuensi ma anche con scritture meccaniche, computerizzate, nello spazio infinito del proprio inconscio, in quei meandri indefiniti e incalcolati; ricerca che urta nelle configurazioni – dell’antica e recente memoria di una letteratura alternativa a quella ufficiale ormai obsoleta e vietamente mercificata, priva di ogni nota progressiva – fatte di rimandi, riformulazioni, giochi elusivi ed allegorici, per un’invenzione continuamente inventata.

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