Intervista a Franco Altobelli
by Francesco Aprile

  1. Al tuo arrivo a Bari nel 1989 qual era la ricezione, da parte della città, dei linguaggi intermediali, quali poesia visiva, mail art ecc.? Quali spazi assorbivano il fermento attorno a questi linguaggi?

Al mio trasferimento da Roma a Bari l’impatto con l’ambiente culturale fu difficilissimo in quanto non conoscevo nessuno. Provenivo da ricerche legate al Nuovo Astrattismo nella pittura, ma anche da ricerche concettuali e dalla mail art, che avevo conosciuto nel 1980. Frequentavo spesso Tomaso Binga (Bianca Menna) e Filiberto Menna nel loro spazio “Lavatoio Contumaciale”. I primi anni a Bari sono stati più che altro fasi di conoscenze di gallerie e di artisti. Non ricordo che ci fosse molta attenzione e valorizzazione specificamente delle opere di artisti verbo-visuali. D’altronde io stesso ero in una situazione molto statica e alla ricerca di una svolta e di un cambiamento espressivo.

  1. Con l’apertura dello studio-galleria «Spazioikonos» quali sono state le tue attività?

Ho inaugurato lo studio-galleria nel 2002, poco dopo l’apertura del mio nuovo studio. L’ubicazione in una zona vicino al centro ma non centrale è stato molto apprezzata. In quegli anni infatti c’era un momento di grande fervore artistico. Si aprivano continuamente spazi non convenzionali ai giovani artisti. Io non avevo molta esperienza come gallerista, ma ne avevo molta come artista e animatore culturale, per cui avevo un’idea precisa e chiara di quello che volevo proporre. Nel corso dei nove anni di attività ho esposto artisti selezionati unicamente in base alla qualità, per me unico parametro. Spesso artisti di livello nazionale, molti provenienti dall’area romana, magari che non avevano mai esposto in Puglia. Ho realizzato anche mostre in contemporanea con il Museo Nuova Era di Bari, ottenendo un’intervista in diretta sulla Rai. L’accoglienza della stampa nazionale e locale e della critica al mio “particolare” spazio è stata incredibilmente generosa. Memorabile è stata la mostra “Pesce d’Aprile”, ideata e organizzata con l’artista Iginio Iurilli, che ha coinvolto tutto il sistema dell’arte barese in una sorta di gioco ironico e autoironico. La galleria era pienissima tanto che era difficile entrare anche fino a tarda sera.

  1. Il tuo percorso si nutre di svariati media, in che modo questi elementi di estrazione diversa concorrono sul piano estetico alla formazione dell’opera?

Tutto concorre alla mia natura curiosa ed eclettica. La formazione di architetto, grafico e artista autodidatta mi ha portato a sperimentare per anni l’integrazione fra i vari media, analogici e digitali. Ho cercato di unire la bellezza della materia, del tatto, della carta, in special modo con la tecnologia nuova o desueta, fotocopiatrice, stampante, computer. Ma la curiosità, la voglia di sperimentare e divertirsi è il maggior collante.

  1. La costruzione di “simboli” che caratterizza la mail art, dai francobolli ai timbri d’artista alle buste interventate, trova un suo specifico registro all’interno del tuo percorso?

Nella Mail Art ho trovato la sintesi grafico-pittorica delle mie idee artistiche, sebbene la Mail art è soprattutto “comunicazione”(attraverso gli elementi tipici della posta). Ho potuto sperimentare l’inserimento di elementi grafico-simbolici che mi rappresentano (la X per esempio) oppure sovrapposizione verbo-visuali, foto vintage di pugili, ecc. Questo perché la mail art, come è noto, è anarchica e trasversale a tutte le forme artistiche e creative. Nel 1980 vidi una mostra di Cavellini e del suo archivio e da allora la pratico, sebbene irregolarmente, selezionando gli artisti a cui inviare le opere. Dedico molta energia a costruire un invio con cura e qualità, pensando al destinatario e alla sua reazione emotiva, evitando standard e ripetizioni. Inoltre sono affascinato dai francobolli: ogni anno ne progetto molti, autoironici o in omaggio ad altri artisti….

  1. La comunicazione come paesaggio contribuisce alla costruzione dell’universo linguistico del tuo operare. A questo punto come si relazionano il paesaggio linguistico e strumentale della comunicazione e quello naturale, o urbano, come materiali del tuo agire?

Una domanda molto interessante. Da quando facevo pittura astratta mi sono occupato concettualmente del paesaggio, o meglio del paesaggio interiore. Sebbene in seguito mi sono più concentrato sul rapporto tra identità e identificazione, l’idea del paesaggio mi ha sempre affascinato. Da architetto posso affermare che il paesaggio è l’architettura della natura. Non può esistere senza l’uomo e l’uomo condiziona il proprio ambiente. Di conseguenza l’ambiente è la manifestazione visibile dell’identità dell’uomo che lo abita. Un paesaggio armonioso è l’espressione della condizione armoniosa degli abitanti, come proiezione della mente e del cuore. Ne consegue che la Bellezza alloggia dentro chi costruisce il proprio ambiente. Con queste premesse ho potuto attraversare invariabilmente differenti paesaggi linguistici e metalinguistici; essi hanno allargato i miei percorsi sperimentali e creativi, piuttosto che stringerli nelle morse stilistiche. Fare pittura, collages, istallazioni o mail art è per me una opportunità di estrapolare il mio paesaggio interiore, un diritto-dovere del mio essere artista.

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