Adriano Accattino e la scrittura sovrana. Incidere la comunità
by Francesco Aprile
2016-09-27

  • L’uomo-lingua e la poesia (volume I, tomo II), Fano, Mimesis, 2015, pp. 122
  • Pensare l’impensabile e altre aporie (volume II, tomo VI), Fano, Mimesis, 2015, pp. 133
  • Potere potenza resistenza (volume V, tomo XIII), Fano, Mimesis, 2016, pp. 120
  • Un’idea di comunità (volume VIII, tomo XXII), Fano, Mimesis, 2016, pp. 124

 

L’opera di Adriano Accattino attraversa lo scenario italiano, e non solo, tagliando in lungo e in largo le ipotesi più remote dei linguaggi letterari, quelle più radicali, quelle militanti, quelle che del segno letterario hanno fatto lavoro certosino di incisione del sociale. L’opera di Adriano Accattino ricopre un arco vasto e variegato che l’autore sta destinando ad un progetto corposo, attraverso la pubblicazione di 32 volumi sotto il complessivo titolo di “Un salto nell’alto” per le edizioni Mimesis. Si legge nel risvolto di copertina che «Un salto nell’alto si compone di 32 libri che risultano compiuti in sé e possono leggersi autonomamente, e nello stesso tempo si collegano organicamente in un complesso unitario. Un salto nell’alto promuove l’autonomia e l’originalità del pensare e introduce a un cammino di evoluzione che porterà l’uomo chissà dove. La scrittura costituisce lo strumento fondamentale di questa determinazione». I volumi qui presi in considerazione sono: L’uomo-lingua e la poesia (volume I, tomo II), Pensare l’impensabile e altre aporie (volume II, tomo VI), Potere potenza resistenza (volume V, tomo XIII), Un’idea di comunità (volume VIII, tomo XXII) più una serie di testi collaterali usciti su riviste. Che i temi siano la poesia o il linguaggio nell’accezione più ampia, il pensiero o il potere, la potenza o la resistenza, a veicolare e muovere il tutto è sempre la scrittura ed una riflessione sulla stessa la quale sembra culminare, nell’excursus offerto da queste opere, nella giustapposizione di scrittura e comunità. Il dialogo fra il corpo autorale e il corpo sociale è quanto mai serrato e intenso. Punto di partenza appare la condizione per cui il linguaggio metterebbe l’uomo nella possibilità di una uscita da sé. Nel tempo, determinazioni esistenzialistiche e psicanalitiche hanno affrontato il tema, permettendone ampio sviluppo. Qui Accattino ne raccoglie il testimone concentrando la sua riflessione sul linguaggio in termini poetici, ovvero «il poetare consiste proprio nell’inseguire la poesia, sapendo di non poterla raggiungere»[1]. L’irraggiungibilità della poesia come correlativo dell’impossibilità di definire l’essere. Qualcosa è nel mondo, nel linguaggio, al di fuori dell’attore sociale e sfugge, ma allo stesso tempo l’uomo se ne fa inconsapevole veicolo. Forgiare questo linguaggio, nonostante il fuoco dirompente dei significanti, dai quali siamo parlati, permette all’uomo di collocarsi eticamente nel mondo, di esserci nella responsabilità. Scrittura e responsabilità viaggiano all’unisono nell’opera di Accattino. L’uscita da sé, l’esser al di fuori di sé, nell’altro e nell’accoglimento dell’altro, definisce la scrittura come territorio, il quale nelle definizioni di rapporti e ruoli sociali è sempre sottoposto a fenomeni di deterritorializzazione e territorializzazione. «Non si perde mai chi pensa verso l’altro, anzi si proietta all’esterno»[2]. È già a partire da questo primo volume che si rende evidente la territorializzazione del corpo della scrittura che dunque indugia e agisce all’esterno, nella rete di rapporti altrificati che forgiano il sociale. Questo continuo oscillare fra terra e territorio, definizione e contro-definizione di confini linguistici, esistenziali, autorali, porta l’attore sociale a qualificarsi come in nessun luogo, anche a partire dalla eccentricità del soggetto stesso. La perdita della sistematicità nel sociale conferisce lo stesso carattere alla scrittura. Saltano i richiami alla scrittura estatica di Georges Bataille. In questo modo la scrittura è quel qualcosa che privato di una sistemicità si apre al divenire del mondo, alle sue evoluzioni, alle pratiche più disparate, intercettandole, facendosi potenza e gioco effimero, perdita e conquista, immersiva ed esterna, ma sempre nella relazione con le potenzialità del mondo. Ecco che pensare l’impossibile è ancora un fatto che riconduce alla centralità della parola poetica. Se pensare è ineludibilmente un fatto di linguaggio, è proprio la poesia che può permettersi il lusso di saltare oltre l’ostacolo dell’impossibile: «Davanti ad ostacoli la poesia rallenta e magari si ferma, alzandosi di livello come l’acqua che s’ingrossa dentro la diga, poi decisamente la supera e si diffonde nella piana. Oltre la parola si stendono grandiosi spazi e grondanti possibilità: sono il campo del silenzio, dell’impensabile, dell’impossibile»[3]. L’impossibile, in quanto pensato, è già esso stesso un fatto di pensiero, un luogo di parola che entra in una radura più ampia abbandonando il prato del conosciuto e già detto e confortante. L’impossibile, scrivevo sul primo numero – settembre 2014 – della rivista “Utsanga”, ha a che vedere con altre possibilità: «Impossibile / imposibilis / possibilis / in– possibĭlis. In–  di ciò che entra in qualcosa»[4]. Dall’opera di Adriano Accattino si evince come il pensare sia sempre un muovere la parola, la quale si configura ed impara a destreggiarsi entro i propri limiti, e in questi ogni volta si anima, agitando le maglie del pensare. Successivamente l’autore sposta l’asticella della parola, la quale salta l’ostacolo e si affaccia su altri crinali. A questo punto l’impensabile è al centro del discorso, ma esula, in un primo momento, dal pensiero il quale non è in grado di rapportarsi a qualcosa che non può essere racchiuso nei suoi termini. Le costruzioni filosofiche, di pensiero, di linguaggio, di poesia, ci mostrano come storicamente ciò che cade al di fuori dei predicati sia stato affrontato appunto per via apofatica. «Se l’impensabile resta impensabile, evidentemente non dobbiamo affrontarlo con il pensiero, o almeno non nei termini critici del pensiero. Allora è questione di affrontare ogni manifestazione nei termini che le sono propri, ma non in termini di pensiero quando il pensiero non c’entra e come risposta avremmo sempre l’impensabile»[5]. Ma nei luoghi dell’impensabile è bene situare, ci dice Accattino, due marginalità, due bordi, all’apparenza uguali, ma ben diversi l’uno dall’altro: l’impensabile da un lato, l’impensato dall’altro. Quest’ultimo riporta il discorso sui terreni propri della parola, riconducendoci al pensiero, che è dunque un fatto di linguaggio, e a qualcosa che ancora non è, ma può essere pensata.  Il discorso sull’impensabile, lungi dall’esaurirsi in fretta, occupa una certa importanza e tende a riportarci sempre ai luoghi della parola, in particolar modo alla parola poetica, la quale sposta più in là l’ostacolo e straborda. «Pensare l’impensabile non significa condurre dentro il cerchio del pensiero ciò che gli sta fuori, ma piuttosto portar fuori il pensiero dal suo pigro ambito, costringendolo ad esercizi inusuali. Impensare è allontanare il pensiero dalle articolazioni dei pensieri organizzati verso una debolezza di chiusure, per la quale s’infila ed opera il disordine ddegli incontri e delle interferenze casuali. Impensare è insinuare nel pensare l’alterazione e la turbolenza; ammettervi qualcosa di estraneo e discordante, che svela il trucchetto del solito pensare a ripetizione; introdurvi l’ordine come il disordine, la parità e la disparità, la conformità e la difformità»[6]. In questo luogo della parola che per mezzo della stessa supera la parola, allargando i suoi confini, sconfinando oltre la diga, pensando l’impensabile, si ritrova a mio avviso il forte interesse mostrato negli anni da Accattino verso le sperimentazioni della poesia visiva, dei linguaggi intermediali in genere, di quei luoghi della parola-espansa che situano il senso negli incavi, nelle fessure dei dialoghi fra corpi diversi, fra segni di diversa estrazione, nei loro rimandi, nelle loro aperture. A queste latitudini del linguaggio, il corpo della parola sedimenta le sue tracce, trova maggior presenza nell’esibizione delle sue potenzialità. In questi linguaggi che si stagliano tra le fessure dei dialoghi fra segni diversi si colloca, barthesianamente, il corpo della parola. Allo stesso tempo si esibiscono, in questi spazi, le potenzialità della parola. Ora a partire dalle distinzioni messe in atto da Accattino in Potere potenza resistenza, dove possibilità e impossibilità sono collocate sul piano della potenza e i contorni fra le due sfere non sono mai fissi, mai cristallizzati, ma sempre sfumati e mobili, con il passaggio dall’una all’altra condizione, mentre a fare da contraltare si situa invece l’impotenza che rende vana anche ogni possibilità, possiamo spingerci sul piano dell’opera e delle sue parole e delle potenzialità di queste, considerando come queste potenzialità siano anche/o di un soggetto agente. Ed è proprio sul passaggio, all’interno di questo intervento, dalla parola al soggetto agente che bisogna soffermarsi per riagguantare il percorso di Accattino in questo suo testo su potere e potenza e resistenza. Quando termina la potenza, la sua forza creatrice, si staglia il potere che si appropria del processo, del divenire, della creazione, interrompendola, fissandola ed esibendola. È un esaurirsi della potenza, la quale, invece, quando giunge alla sua sommità tende a rovesciarsi producendosi in effetti benefici sugli altri. L’atto singolare che diviene collettivo. La potenza come fatto meramente singolare, irripetibile, mostra ambiti di reciprocità con la differenza deluziana che esplode, singolare, dal soggetto, la cui ontologia è immanente a se stesso. La realtà, come luogo di consumo, di esaurimento della potenza, del processo dell’attore sociale, del suo divenire, si svela come luogo d’azione, di esibizione delle potenze, uniche realtà possibili, laddove il reale ci appare niente più niente meno che come la terra che vediamo, solo effetto della pluralità delle potenze. «Così la potenza complessiva più prossima è questa superficie dove tutto formicola, dove tutto si esibisce e si sostituisce»[7]. Tutto lo scenario possibile delle potenzialità si restringe all’ingresso nel reale che seleziona, divide, riduce e riconduce il tutto delle possibilità a quell’uno percentuale, o poco altro, possibile. Il restringimento delle possibilità mette sulla scena la ristrettezza del reale che taglia il campo al brulicare dei fermenti, permettendone una attualizzazione limitata. Il passaggio dalle scelte singolari al piano del plurale comporta una distanza considerevole, laddove l’uomo, credendo di scegliere per il bene collettivo, finisce invece per allontanarsi progressivamente dalla pluralità. Questo restringimento limita il campo delle possibilità, dunque delle potenze, le quali sono individuabili solo in quelle che premono per diventare, perché prossime ad esserlo, o anche quelle già attualizzate. Potenza è dunque una fioritura di segni che si danno in processo. È da questa fioritura di segni che mi interessa partire e cogliere i quattro testi di Accattino sulle direttrici di un filo unico che qui intendo rintracciare nei dettami della scrittura. La scrittura, che intendo nell’accezione di Sovrana che lo stesso Accattino ha contribuito a delineare in un suo saggio intitolato “Dalla scrittura asemica alla scrittura sovrana” pubblicato sul numero di dicembre 2015 della rivista Utsanga.it, ossia una scrittura che inglobi le sfaccettature delle linee di ricerca, delle possibilità asemantiche, delle possibilità lineari e verbo-visive e altre ancora, una parola, direi, sovrana, che nei territori del senso dilata le possibilità del segno, dei segni e scrive il reale. È proprio in questa scrittura che si situa il collegamento fra i quattro testi. È in questa scrittura che tutto prende forma, si evolve, quando nella parola si producono effetti di simbolizzazione, sulla scorta lacaniana, dunque l’immaginario e il simbolico si collocano sul reale, producendo effetti di realtà. Questa scrittura è dunque potenza che nella sua fioritura produce e dissipa segni sul reale. Nel quarto dei testi presi in considerazione, Un’idea di comunità, la scrittura è un mezzo di produzione del senso comune, dello spazio plurale, ossia una scrittura come seme di socialità[8]. Il senso di comunità è quello di una scrittura che si dà continuamente una sintassi, la cui strutturazione è data da innumerevoli scritture, che l’autore assimila a innumerevoli comunità, nel tentativo di pervenire ad una scrittura complessiva che mostri e tuteli le particolarità senza ridursi ad una rappresentazione totale, la quale non sarebbe altro che semplificatrice e negatrice. La scrittura, dunque, così assimilata diviene esercizio che si integra nella vita quotidiana di ogni persona[9]. La scrittura è quindi individuale, ma come potenza che giunge al culmine si riversa producendo effetti benefici per la collettività, è radicata al proprio tempo, esprimendolo, pena il suo stesso fallimento che la porterebbe a perdere di mano il mondo. Seguendo il filo di questa scrittura/comunità, la scrittura per non istituzionalizzarsi, per non irrigidirsi, deve disperdersi, rinnegarsi, dunque rinnovarsi perché «la schiavitù dell’uomo poggia per buona parte su idee fisse. Le cause reali di dominio si sono trasformate in cause simboliche, di fronte alle quali l’antica dipendenza si è rafforzata»[10].

[1] Accattino A., L’uomo-lingua e la poesia, Fano, Mimesis, 2015, p. 19

[2] Ibidem, p. 33

[3] Accattino A., Pensare l’impensabile e altre aporie, Fano, Mimesis, 2015, p. 45

[4] Aprile F., Impossible/I’m possibile. Note sull’opera di Luc Fierens, in Utsanga.it, #01, 2014

[5] Accattino A., Pensare l’impensabile e altre aporie, Fano, Mimesis, 2015, p. 56

[6] Ibidem, p. 64

[7] Accattino A., Potere potenza resistenza, Fano, Mimesis, 2016, p. 42

[8] Accattino A., Un’idea di comunità, Fano, Mimesis, 2016, p. 123

[9] Ibidem, p. 112

[10] Ibidem, p. 109

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